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venerdì 3 febbraio 2012

Precarietà: Monti parla come un Berlusconi austero.

di Giorgio Cremaschi
Presidente del Comitato Centrale della FIOM

Se l’avesse detto Berlusconi! Se il vecchio Presidente del Consiglio o magari Brunetta avessero vantato la bellezza della precarietà, si sarebbe scatenato lo scandalo, giustamente. Invece Monti ha parlato, non a caso in una rete berlusconiana, con la stessa arroganza, con la stessa ottusità sociale di un salotto di Cortina, e per questo viene considerato uno statista coraggioso.
Naturalmente una responsabilità non piccola di questo ce l’ha il sistema informativo, quel giornale e quel telegiornale unici che da quando è andato al governo il professore della Bocconi ci forniscono solo la versione ufficiale del palazzo.
Ma resta il fatto che le frasi di Monti sono comunque rivelatrici del degrado sociale e culturale del paese. Nessun capo di governo di paese occidentale potrebbe parlare così in un momento di crisi drammatica e di disoccupazione di massa come questo. Se lo fa quello italiano è perché pensa di poterselo permettere.
Certo queste frasi dimostrano che Monti e il suo governo sono in larga parte persone sopravvalutate, com’è sopravvalutata la Bocconi e com’è sopravvalutato un certo mondo culturale e intellettuale che non è mai stato in grado di spiegare davvero nulla del nostro paese e della sua crisi. Ma resta il fatto che frasi di questo genere sono un segno politico chiaro. Se dopo averle dette Monti è ancora lì al suo posto a salvare l’Italia, vuol dire che il degrado dell’epoca di Berlusconi sta ancora continuando.
Monti è un Berlusconi sobrio e casto, ma è anche il continuatore radicale ed estremo dell’ideologia e della cultura politica del padrone di Mediaset. La crisi vera dell’Italia sta tutta qui: nel fatto che il Presidente del Consiglio possa fare affermazioni di destra liberista estrema, a cui peraltro paiono corrispondere le reali intenzioni del governo, e che tutto questo sia presentato e gestito in un regime di unità nazionale.
Questo è l’aspetto devastante per la nostra democrazia, di cui ha gravissime responsabilità anche il Presidente della Repubblica. Che un capo di governo, espressione degli interessi delle banche e della grande finanza, parli con arroganza del lavoro, e che di fronte a tutto questo ci siano balbettii in quella che era una volta la sinistra e nel movimento sindacale, questo ci fa dire che il regime Monti è un regime più dannoso per la nostra democrazia di quello berlusconiano.
Contro Berlusconi qualche difesa in questi vent’anni si era costruita. Contro Monti la democrazia, i diritti sociali, il pensiero critico, sembrano andare tranquillamente al macello. Per questo dobbiamo solo augurarci che Monti fallisca, e magari fare qualcosa perché ciò succeda. Solo la sconfitta politica e sociale di questo governo può davvero chiudere l’era berlusconiana.

sabato 25 giugno 2011

La rivoluzione in Europa: non pagare il debito!

Popoli d'Europa, ribellatevi!

di Giorgio Cremaschi, Liberazione del 22.6.2011

Perchè i lavoratori, i cittadini, il popolo greco dovrebbero impiccarsi alla corda degli strozzini di tutta Europa? Perchè la Grecia dovrebbe rinunciare a stato sociale, diritti, regole, sicurezza; vendere all'incanto i propri beni comuni, a partire proprio dall'acqua, per far quadrare i conti delle grandi banche europee e americane? Questa è la domanda di fondo che si pone oggi in quel paese e, a breve, in tutta Europa.
Si dice che i debiti devono essere sempre pagati, e così quello pubblico della Grecia. Tuttavia quando due anni e mezzo fa le principali banche occidentali rischiavano il fallimento, i governi stanziarono da 3.000 a 5.000 miliardi di euro, secondo le diverse stime, per salvare le banche private ed i loro profitti. Oggi si nega alla Grecia da un trentesimo a un cinquantesimo di quella cifra, se non vende tutto, comprese le sue belle isole come sostengono alcuni quotidiani economici tedeschi.
I banchieri e i grandi manager occidentali hanno visto, grazie al colossale intervento pubblico, aumentare del 36% in un anno i propri già lauti guadagni, mentre il reddito medio dei lavoratori greci è calato del 25%. Questa è la realtà su cui sproloquiano gli innamorati dell'Europa delle banche e del rigore. Quei falsi profeti che con l'euro sono riusciti nella magica operazione di svalutare tutte le retribuzioni dei lavoratori europei e di rivalutare tutti i profitti dei loro padroni.
Si, certo, nelle buone intenzioni l'euro doveva servire ad unificare l'Europa. Nella pratica concreta dei patti di stabilità, di Maastricht, delle politiche liberiste dei governi - di tutti i governi di destra e di sinistra - ha però in realtà distrutto l'unità sociale e persino quella democratica del Continente. Oggi i governi eletti dai cittadini non decidono nulla sull'economia. Sono i tiranni di Francoforte e di Bruxelles che decretano quello che si deve o non si deve fare. Questo è a tal punto vero che il Belgio sta sperimentando l'assenza di un governo democratico da quasi due anni. Ormai quel paese è direttamente amministrato dai commessi, dai funzionari, dai manager dei poteri europei.
Abbiamo già scritto che questa Europa fa schifo. Essa è in grado di fare la guerra in Libia, e su questo ha solo torto il Presidente della Repubblica a voler andare avanti, ma non di varare una politica sociale comune, nè per i migranti nè per i suoi più antichi cittadini. La più importante conquista civile e democratica dopo la sconfitta del fascismo, il patrimonio che l'Europa oggi potrebbe consegnare all'umanità - lo stato sociale, i diritti di cittadinanza, la partecipazione democratica - viene sacrificato sull'altare delle banche e della finanza.
Questa Europa va rovesciata. Non in nome delle piccole patrie razziste e xenofobe, delle ridicole padanie capaci solo di rivendicare targhette per i ministeri e spietatezza con i poveri, soprattutto se vengono da fuori. L'Italia ha cominciato a liberarsi di Berlusconi e di Bossi, ed è forse più avanti nel capire che non è il populismo razzista l'alternativa al potere liberista europeo, anzi, è semplicemente la faccia più sporca di quella stessa medaglia. L'Italia ha cominciato a liberarsi, ma questa liberazione sarà vera quando verrà rovesciato il potere degli usurai che in tutta Europa stanno imponendo il massacro sociale, con il ricatto del mercato selvaggio e della globalizzazione. Occorre una rivoluzione democratica e sociale dei popoli europei che rovesci l'Europa delle banche, della finanza, dei ricchi. Bisogna non pagare questo debito e far invece cadere, finalmente, i costi della crisi su chi l'ha provocata. Il piccolo popolo islandese ha già votato in un referendum il mandato ai propri governi di non pagare il debito per salvare la speculazione mondiale. Questo chiedono gli indignados spagnoli, così come i cittadini greci davanti al loro parlamento totalmente esautorato di ogni reale potere. Dalla Grecia, che ha inventato la parola democrazia, deve partire la riscossa democratica di tutti i popoli d'Europa.

mercoledì 20 aprile 2011

I sindaci berlusconiani del partito democratico


di Giorgio Cremaschi (Liberazione del 20 aprile 2011)
Le reazioni degli enti locali di Terni alla sentenza ThyssenKrupp servono a capire perché Berlusconi si senta autorizzato a dire quel che dice contro i giudici e la magistratura.
Mi si dirà che il linguaggio e i toni dei rappresentanti delle istituzioni umbre non sono gli stessi del Presidente del Consiglio. E' assolutamente vero, nessuno nega la gravità estrema del linguaggio e delle scelte di Berlusconi. E, tuttavia, dobbiamo chiederci perché dopo una sentenza che per la prima volta inchioda alle sue responsabilità il gruppo dirigente e l'azienda dove è avvenuta una strage, vi siano state a sinistra, nel fronte che tutti i giorni accusa Berlusconi di voler sovvertire la Costituzione, reazioni come quelle del Sindaco e del Presidente della provincia di Terni. Costoro hanno subito paventato la possibilità che la ThyssenKrupp, troppo condannata, abbandoni l'Italia.
Nessuno, tranne qualche pazzo milanese, attacca la magistratura in quanto tale. Se i giudici si limitano al minimo sindacale ed esercitano la loro funzione soprattutto senza invadere il campo della politica o del mercato, non c'è niente da dire. I contrasti sorgono quando il potere giudiziario pone dei limiti veri all'arbitrio dei potenti. Siano essi quelli eletti dai cittadini, siano essi quelli che guidano il mercato. Si vorrebbe una magistratura di tipo ottocentesco, che non tocchi i notabili e gli affari ma che si limiti a perseguire i reati di coloro che possono essere condannati senza danneggiare alcun potere. E c'è ancora una parte della magistratura che a queste regole non scritte si attiene.
Se seguiamo lo sviluppo di altri processi per strage sul lavoro, la Saras di Cagliari o l'Umbria Olii ancora nell'Umbria, troviamo una giustizia molto più cauta, sia nella estensione, sia nella qualità, sia nella forza delle indagini e delle incriminazioni.
La battaglia di Berlusconi contro la magistratura non è quindi solo un atto di follia senile. Essa nasce nei poteri profondi del paese. La Fiat e Craxi negli anni Ottanta si lanciarono in campagne contro i “pretori del lavoro” che, si diceva, con le loro sentenze toglievano potere alle imprese e ai sindacati. Oggi, in una condizione sociale e democratica molto più degenerata, è chiaro che un intervento rigoroso della giustizia per affermare i principi contenuti nella Costituzione sconvolge gli equilibri sociali e politici consolidati. Questo perché il paese sta scivolando verso un regime aziendalistico padronale nel quale i diritti scompaiono sotto il peso degli interessi e dei poteri.
Sono convinto che gli amministratori locali umbri considerino un'offesa essere anche lontanamente paragonati a Berlusconi. Eppure le loro affermazioni stanno dentro quel corso politico e culturale. Quello di chi pensa che a un certo punto la giustizia si deve fermare, se mette in discussione troppe cose nell'assetto costituito.
D'altra parte il sindaco di Terni è in buona compagnia. Il suo collega di Torino era parte civile contro la ThyssenKrupp, che in quella città conta ormai poco, Ma quando Marchionne ha minacciato lo stesso ricatto che oggi lancia la multinazionale tedesca, si è piegato in due secondi. Il sindaco democratico di Torino, il suo collega di Pomigliano del Pdl, hanno fatto proprie le minacce dell'azienda e hanno spiegato ai lavoratori che le rinunce ai diritti e ai contratti sono poca cosa di fronte al rischio che il padrone se ne vada.
Il degrado della nostra democrazia è prima di tutto dovuto al fatto che c'è sempre un contesto, c'è sempre un territorio, c'è sempre un'istituzione o un'azienda ove le regole e i principi devono essere adattate agli interessi concreti in campo. I diritti, la salute e la sicurezza, la democrazia e la legalità, o sono esigibili sempre, o non lo sono mai. E se non fermiamo questa subalternità crescente dei poteri politici ai diktat del mercato e delle multinazionali, noi non avremo più in Italia un posto ove si possa dire: qui è ancora in vigore la Costituzione della Repubblica.

mercoledì 13 aprile 2011

Questa Europa fa schifo / Sinistra Europea: un fondo sociale per cambiare l'Europa

QUESTA EUROPA FA SCHIFO


NO all'austerità: per l'Europa Sociale, per il lavoro e per salari giusti   
di Giorgio Cremaschi (Liberazione del 13 aprile 2011) Il ministro Maroni dice la verità quando afferma che questa Europa è capace di salvare le banche e di fare la guerra, ma non di fare solidarietà.
Ha ragione, ma questa è la sua Europa, quella delle Leghe, della xenofobia diventata mezzo per vincere le elezioni, dei governi di destra che la cavalcano e di quelli, pochi, di sinistra che si adattano e accettano. Gli abitanti dell’Unione Europea sono oltre 300milioni, 30mila migranti che giungono all’improvviso dall’Africa costituiscono lo 0,01 percento della popolazione europea. Che i principali governi europei e la Commissione dicano all’Italia ributtateli a mare perché non c’è posto è qualcosa di più di una vergogna sociale e morale, è la dimostrazione che l’Europa ha finito di esistere.
Non serviranno allora le battute di sapore razzista con cui il segretario del Partito democratico accusa il governo di voler uscire dall’Unione europea per entrare nell’Unione africana. Questo modo di parlare è un altro segno della crisi culturale e politica del Pd.
Il 9 aprile scorso una grandissima manifestazione di lavoratori convocata dalla tentennante confederazione europea dei sindacati, si è svolta a Budapest. In quella grande manifestazione rappresentanti del mondo del lavoro di tutto il continente hanno messo sotto accusa tutta la politica dell’Unione europea.
Quella politica che ha portato al massacro sociale della Grecia nel nome della stabilità dei conti delle banche tedesche, e che preannuncia analoga cura per l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e, domani, per l’Italia. Il nuovo patto di stabilità sottoscritto recentemente nel silenzio della politica italiana, ha stabilito una cura da strozzini per la rduzione del debito pubblico. L’Italia, se dovesse adottare davvero, a partire dal 2012, quelle misure di rientro dal debito, si troverebbe costretta a tagli sociali e civili di una dimensione mai vista e protratti nel tempo. Il che, con la follia in arrivo del federalismo, porterebbe alla frantumazione sociale, civile e forse anche politica del Paese.
Questa Europa pretende che tutti lavorino fino a 67 anni, ma non ha preso nessuna misura per tutelare l’occupazione e anzi ha sposato totalmente le più bieche ricette liberiste. Questa Europa auspica la distruzione dei contratti nazionali e il legame d’acciaio del salario con la produttività.
Questa Europa ha salvato le banche, ma vuole la concorrenza selvaggia fra i lavoratori per il posto di lavoro ed esige la privatizzazione di ciò che resta dei sistemi sociali. Questa Europa non è stata in grado di affrontare, come invece era stato fatto nel passato, con un disegno comune crisi industriali come quella dell’auto. Si è così dato il via libera alla concorrenza selvaggia tra le multinazionali, alle delocalizzazioni, alle politiche di potenza degli Stati più forti, prima di tutto la Germania. Questa Europa non esiste più da tempo con un disegno civile e sociale unitario: è diventata solo un’area di esercizio delle più stupide ricette del libero mercato. Con la crisi economica mondiale tutto questo si è accentuato e si è rafforzato il disegno dei poteri economici di far pagare tutta la crisi ai lavoratori e ai cittadini europei.
Così, mentre alimenta burocrazia e retorica, l’Europa si piega agli aspetti più brutali della globalizzazione e mette in discussione proprio i suoi beni e le sue conquiste più importanti, lo stato sociale, il diritto del lavoro e i contratti nazionali, i diritti civili e l’accoglienza. Questa Europa ha paura di 30mila migranti che vengono da quell’Africa che ha colonizzato e depredato per secoli perché ha paura di sé stessa, della propria democrazia, dei propri diritti. Per questo non serve a niente contrapporre al leghismo la vuota retorica europeista, così come a nulla serve l’improvviso riutilizzo della retorica risorgimentale. Non si afferma la solidarietà con l’ipocrisia. Bisogna invece riconoscere la crisi sociale politica e morale di questa Europa che ci chiede di buttare a mare i tunisini. Questa Europa fa schifo. Noi dobbiamo solo pensare a come metterla in discussione dal lato della democrazia e dei diritti sociali e civili. Altrimenti l’edificio europeo crollerà dal lato dell’egoismo e della barbarie per colpa della meschinità e delle politiche antisociali dei governi e delle classi dirigenti.

Un fondo sociale per cambiare l'Europa

Matteo Gaddi (Liberazione 10 Aprile 2011)
«In un Europa stretta tra pulsioni neocoloniali e piani di massacro sociale, la Sinistra Europea cerca uno spazio per costruire, da sinistra, una uscita dalla crisi»: presenta così, Giovanna Capelli dell'esecutivo della Se, la discussione milanese sulla campagna per il fondo sociale per lo sviluppo e la solidarietà.
Ad illustrare la proposta è Jean Francois Gau, del Pcf, sottolineando che si tratta di uno strumento di partecipazione popolare: l' «iniziativa di cittadinanza europea» che prevede la raccolta di un milione di firme a livello europeo.
Non a caso Gau la definisce «la più grande campagna politica lanciata dalla Sinistra Europea, resa ancora più urgente dal fatto che le politiche neo liberali peggiorano ogni giorno le condizioni delle classi popolari».
A partire dalla modalità di finanziamento del Fondo sociale si segna una forte discontinuità: tassazione dei movimenti di capitali, trasformazione delle finalità della Banca centrale europea, individuazione di risorse specifiche nel Bilancio europeo.
Le decisioni assunte dal Consiglio europeo del 24 e 25 marzo - incalza GAU - «rappresentano una svolta: con il patto per la competitività gli attuali squilibri sociali verranno aggravati e resi strutturali».
Il Patto per l'euro impone agli Stati la presentazione alla Commissione europea delle loro misure interne finalizzate a rendere ancor più precario e flessibile il lavoro, a comprimere i salari, a garantire con ogni mezzo possibile la competitività e la produttività delle imprese, l'ulteriore smantellamento dei sistemi di protezione sociale a partire da pensioni e sanità.
«Per rafforzare la disciplina di Bilancio - prosegue Gau - si espropriano i Parlamenti nazionali con un ulteriore attacco alla democrazia; noi a questo rispondiamo con una campagna di partecipazione del maggior numero possibile di movimenti sociali».
Per questo il Fondo, sostenuto da campagne popolari, deve rappresentare uno strumento in grado di introdurre elementi di controtendenza: offrire a tasso prossimo allo zero risorse per consentire investimenti pubblici per rispondere a bisogni sociali (servizi, infrastrutture, tutela del territorio) e creare occupazione, servizi, sviluppo, tutela territorio.
Per Heinz Bierbaum, vicepresidente della Linke, la crisi europea non è tanto monetaria, quanto economica e politica: «ricordate quando indicavano l'Irlanda della deregulation come il modello di riferimento? Bene, oggi quel Paese manifesta il pieno fallimento del neoliberismo e della speculazione finanziaria».
«In Europa - prosegue Bierbaum - il tasso di disoccupazione ufficiale è al 10%, ma quello reale è sicuramente superiore, per non parlare di quella giovanile che in Stati come Italia e Spagna si colloca tra il 30 e il 40%».
Nonostante i dati sulla ripresa in Germania siano diversi (più 4% Pil), anche «nel nostro Paese si registrano 5 milioni di disoccupati e la crescita di quel settore caratterizzato da salari che corrispondono alla metà di uno stipendio medio - argomenta Bierbaum - e a questo si aggiunga la peculiarità, in negativo, del modello tedesco: quello di essere totalmente dipendente dall'export».
Alla necessità di invertire questa tendenza si potrà far fronte, per il vicepresidente della Linke, soltanto se si riuscirà a introdurre una forma di controllo pubblico del settore finanziario anche attraverso la proprietà pubblica della principali banche. Roberto Musacchio di Sel richiama l'esistenza di altre coalizioni impegnate a sostenere ulteriori obiettivi sociali quali il Basic Income.
Nicolosi annuncia l'adesione della Cgil alla campagna per l'istituzione del Fondo anche alla luce del fatto che «l'azione sindacale non è sufficiente senza una sponda politica. Noi, come Cgil, da tre anni stiamo organizzando grandi iniziative che, tuttavia restano quasi prive di risultati concreti proprio per la mancanza di una rappresentanza politica del mondo del lavoro che non può che partire dalla unificazione della sinistra».
Paolo Ferrero muove all'attacco del dogma della banca Centrale Europa, che per Statuto ha solo l'obiettivo della stabilità monetaria, e determina ulteriori salassi per le classi popolari: aumento del costo dei mutui per la casa, taglio della spesa sociale, redistribuzione del reddito verso l'alto.
Per il segretario del Prc la proposta di Fondo rappresenta «la messa in discussione, da sinistra, dell'Europa liberista», anche in grado di rilanciare forme di costruzione di unità a sinistra, di un polo autonomo dal Pd, di cui la Federazione rappresenta un passo.» Ferrero individua tre filoni sui quali ricostruire la sinistra politica: la difesa dei beni comuni dai tentativi di mercificazione; la ripresa di capacità della democrazia di indirizzare il settore degli investimenti («le Banche devono essere pubbliche per natura»); la creazione di macro aree internazionali in grado di aumentare il potere dei movimenti operai contrastando lo strapotere del capitale nell'attuale globalizzazione.
 













 

giovedì 3 marzo 2011

SCIOPERO GENERALE!


Il tanto atteso sciopero generale della Cgil ci sarà il 6 maggio. Lo ha annunciato il segretario generale Susanna Camusso, parlando all'attivo dei delegati di Modena.

«Bene lo sciopero generale ma la data è troppo in là. È comunque necessario uno sciopero di 8 ore che provi a fermare tutto il Paese e che non sia solo contro il governo ma anche contro Confindustria». Queste le parole di Giorgio Cremaschi, esponente dell'area di minoranza della Cgil, 'La Cgil che volgiamo', a commentare l'annuncio del leader della cgil sullo svolgimento dello sciopero generale, di 4 ore con manifestazioni territoriali, che si terrà il 6 maggio prossimo.

mercoledì 9 febbraio 2011

E adesso? Sciopero generale!

di Giorgio Cremaschi
su Liberazione del 6 Febbraio 2011



E adesso? E adesso che Sergio Marchionne ignorando bellamente le scadenze elettorali e i giochi politici italiani ha fatto sapere ciò che da tempo si propone di fare: assorbire la Fiat nella Chrysler? Quello che ha fatto trapelare come voluta indiscrezione l’amministratore delegato della Fiat lo si sapeva da tempo. La Fiat è stata progressivamente assorbita dalla azienda americana, anzi è il mezzo con il quale Marchionne è andato al vertice di quell’azienda. Il piano di produzione per Pomigliano e soprattutto quello per Mirafiori erano già un progetto che destinava gli stabilimenti italiani a un ruolo di decentramento produttivo della Chrysler. L’atteggiamento coloniale di Marchionne sugli operai è una pura conseguenza di questa scelta industriale. 
Era già chiaro dalle carte che si andava in questa direzione, tutti l’avevano capito, ma, tranne la Fiom, tutti hanno fatto finta di niente. E le complicità sindacali e politiche, di destra e di sinistra, hanno permesso di vendere la Fiat alla Chrysler senza muovere un dito. Ora il sindaco di Torino e gli esponenti del Pd si mostrano preoccupati, ridicolo, troppo tardi, dovevano farlo quando Marchionne imponeva agli operai di Mirafiori di rinunciare al contratto e alla libertà pur di lavorare. 
E adesso? E adesso che il nuovo accordo separato sul pubblico impiego svillaneggia la Cgil? Solo pochi giorni fa il direttivo della federazione aveva varato una proposta sulla rappresentanza e la democrazia sindacale che doveva servire a ricostruire l’unità con Cisl e Uil. La risposta è stata questo accordo separato condito da insulti e prese in giro. La trattativa è stata fatta da Cisl Uil e governo e l’accordo pure, alla Cgil è stato solo riservato il compito di sottoscrivere ciò che gli altri avevano già deciso. 
E adesso? E adesso che ancora una volta Berlusconi riesce a reggere la baracca scandalosa del suo governo puntellandola con l’attacco alla Costituzione e ai diritti sociali? Ancora una volta il presidente del consiglio riesce a sfuggire agli scandali rilanciando la sua politica liberista, il federalismo, la cancellazione dei diritti del lavoro e di quelli sociali. Su questo piano trova sempre consenso, una volta la Cisl un’altra la Confindustria, un’altra ancora la finanza, e soprattutto non trova mai una vera opposizione. Si può seriamente essere credibili in questo ruolo, quando si propone, come ha fatto il segretario del Pd, di approvare il federalismo se va via Berlusconi? Si può davvero pensare di scalzare il presidente del consiglio se ci si vuole alleare con chi ne ha approvato sostanzialmente la politica o addirittura con chi, come Tremonti e Bossi, quella politica sostiene e rilancia? 
Questo è lo stato confusionale in cui versa l’opposizione, ma la Cgil, purtroppo, non sta meglio. Nell’ultima assemblea dei delegati della Fiom, tenutasi a Cervia, il segretario confederale Scudiere è stato duramente contestato dalla sala. Ma ha avuto il pregio di dire la verità. La Cgil non vuol fare lo sciopero generale perché spera ancora di ricostruire l’unità con Cisl e Uil e, udite udite, di sottoscrivere un “patto per la crescita” con la Confindustria. Con quella stessa Confindustria che si è affrettata a sostenere l’analoga proposta lanciata da Berlusconi. Se si vuol capire perché la Cgil prende schiaffi nelle piazze e ai tavoli di trattativa e rischia di essere marginale ovunque, si deve assegnare la giusta responsabilità a questa scelta. La Cgil è in uno stato di passività perché insegue una politica che non esiste più. Perché il gruppo dirigente ignora una realtà ove la crisi e la svolta autoritaria di Marchionne hanno in pochi mesi cambiato tutte le regole del gioco. Il gruppo dirigente della Cgil, come il partito democratico, gioca una partita che non esiste più e non riesce a capire qual è la partita che è davvero in campo. Che è quella che vede lo scontro con l’aggressione liberista e autoritaria al lavoro, allo stato sociale, alla democrazia. 
Milioni di persone, attorno alla Fiom, hanno capito che questo è il conflitto vero e da tempo chiedono alla Cgil di fare il proprio dovere. Rinviare ancora lo sciopero generale adesso non sarebbe solo indice di confusione e incapacità, ma un vero e proprio atto di ignavia politica da contrastare con tutte le forze.

venerdì 4 febbraio 2011

Giorgio Cremaschi: uomini e cani

Uomini e cani


da Liberazione del 3 fabbraio 2011






Il massacro di 100 cani husky in Canada è una rappresentazione del capitalismo selvaggio di oggi. Anche il Corriere della Sera titola in prima pagina “Il massacro dei cani disoccupati”, dando così una dimensione sociale collocata nell’attuale sistema economico. Il bell’articolo dell’etologo Danilo Mainardi coglie soprattutto l’aspetto della ferocia dell’uomo verso il suo migliore amico animale, ma tralascia la dimensione umana che pure è nel titolo. 

La storia è questa. Una delle attività collaterali, l’indotto, delle Olimpiadi canadesi era costituita dal portare in giro i turisti in slitta. I cani husky erano il motore. Finito il successo dell’iniziativa, l’imprenditore, un giovane rampante di 29 anni, si è trovato con 100 bocche canine improduttive da sfamare. Allora ha deciso di liquidare l’investimento e ha affidato al suo dipendente, che era anche l’allevatore a cui i cani erano affezionati, il compito di ucciderli tutti. Puntando al massimo risparmio, visto che una puntura per una morte dolce costa 100 dollari a cane, e usando tutta la sua autorità imprenditoriale sul suo dipendente, ha quindi imposto un barbaro massacro. Gli husky sono stati così uccisi a coltellate e la notizia si è saputa perché il loro carnefice non ha retto agli incubi successivi e ha chiesto i danni per lo stress psicologico. 

Sono sicuro che adesso ci diranno che riflettere su questo terribile episodio significa abbandonarsi alle solite generalizzazioni dei comunisti, che vedono profitto e mercato dappertutto. Il problema è che profitto e mercato sono davvero dappertutto e hanno trasformato tutto in merce, anzi, in merce usa e getta. I cani sono stati soppressi perché improduttivi, nel civilissimo Canada, uno degli otto paesi più ricchi al mondo. 

Naturalmente adesso si dirà che quello è un caso estremo, ma la misura della produttività della natura, degli animali, delle persone, non è forse il criterio guida di ogni scelta economica e sociale oggi? Non vorrete mica paragonare i cani alle persone, immagino ci si dica. Eppure, se le persone, come alla Fiat e in tante altre aziende, vengono costrette a uno sfruttamento che le rende rapidamente improduttive, perché non domandarsi che fine faranno? Certo, per gli esseri umani ci sono lo stato sociale, la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione, ma non sentiamo dire che tutto questo costa troppo? Cosa succederà il giorno in cui ci diranno che il debito pubblico e il profitto privato non possono più permettersi di mantenere assenteisti, improduttivi, persone che comunque non fanno guadagnare il dovuto? 

Ebbene sì, abbiamo associato il massacro dei cani all’omelia terribile del vescovo di Munster, raccontata da Paolini in un suo bellissimo spettacolo. Quel vescovo, durante il nazismo, ebbe il coraggio di alzare una voce contro il massacro dei disabili che il nazismo praticava nel nome della selezione della specie. Quel vescovo disse che non si può uccidere un essere umano solo perché improduttivo. Quanto è avvenuto in Canada, ha avuto tanto scalpore non solo per la crudeltà del fatto in sé, ma perché ha smosso una paura riposta nella nostra coscienza profonda. I cani uccisi sono stati in fondo umanizzati, tanto quanto è stato bestiale l’atto umano che li sopprimeva. E’ la rottamazione di esseri viventi nel nome della produttività di mercato che ci colpisce e ci fa sentire quel massacro come un monito alla nostra umanità. 

E’ questo che mette i dubbi anche al Corriere della Sera. Fin dove si spingerà questa logica? Nel medioevo i guerrieri venivano abituati alla crudeltà sugli esseri umani, partendo da quella con gli animali. Chi doveva combattere, fin da piccolo, era educato ad essere feroce senza ragione verso gli animali perché poi lo fosse anche verso i nemici, le loro famiglie, i loro figli. Noi oggi viviamo in una società dell’informazione nella quale però la fisicità del male viene celata. Siamo in guerra, lo vediamo sui telegiornali, ma gli unici morti che vediamo sono quelli celati nelle cerimonie ufficiali. Il sangue, il male, il dolore, non si vedono, tanto è vero che quando riescono ad emergere ne siamo tutti sconvolti. Non sarà allora che ci si vuole riabituare, come nel medioevo, alla inevitabilità della crudeltà per sopravvivere? Non sarà che nel nome della produttività e della selezione sociale e dell’autorità imprenditoriale, un po’ alla volta, ciò che è rimosso dall’informazione riemerge nei nostri comportamenti come ferocia assoluta? La rieducazione alla ferocia oggi non si fa più nel nome di una razza o di un regno, ma semplicemente nel nome del profitto e della produttività. Per questo il massacro degli husky non solo ci indigna, ma ci inquieta, ci spaventa. Ci fa riflettere su questa società mostruosa e sulla mega macchina dello sfruttamento che la muove. Se non proviamo a fermarla essa ci divorerà.



- Giorgio Cremaschi - 

mercoledì 27 ottobre 2010

Boomerang Marchionne


di Giorgio Cremaschi


Le intenzioni erano diverse, evidentemente si voleva rispondere al grande impatto della manifestazione del 16 ottobre. Fatto sta che l'intervista dell'amministratore delegato della Fiat nella trasmissione di Fabio Fazio di domenica si è rivelata un boomerang. Sergio Marchionne, di fronte a un interlocutore sorridente e compiacente, si è sentito evidentemente autorizzato a dare il peggio di sè. Ne è uscita una sequela abbastanza sconclusionata di invettive e lamentele, che è servita unicamente a non fornire un solo dato, una sola notizia sui reali programmi della Fiat in Italia.
Conosciamo questo modello comunicativo, è quello di Silvio Berlusconi. Da un lato c'è il "fare" e dall'altro c'è il "sabotare". Sindacalisti, giudici, intellettuali non compiacenti sono i sabotatori, coloro che impediscono che sia apprezzato il fare di chi comanda. Sergio Marchionne ha parlato allo stesso modo. La Fiat non guadagna nulla in Italia, ma solo all'estero.
Naturalmente ha dimenticato di dire che fuori dal nostro paese la Fiat ha impianti solo ove i salari sono assai più bassi e i finanziamenti pubblici proporzionalmente più alti. Ha dimenticato di dire che in quell'Europa occidentale, ove ci sono quei salari più alti che lui ha promesso agli operai italiani, non c'è alcun stabilimento della Fiat.
Marchionne ha annunciato il taglio di dieci minuti delle pause per i lavoratori di Melfi e Pomigliano, presentandolo come piccola cosa, un piccolo sacrificio peraltro retribuito. Ha così dimenticato di dire che questo taglio corrisponde alla riduzione del 25% delle pause. Ci provi a ridurre del 25% i profitti dei suoi azionisti e vedrà dove lo cacciano. Marchionne ha lamentato l'anarchia degli stabilimenti ove però la Fiom ha solo il 12,5% degli iscritti, senza spiegare perchè l'azienda non riesca a governare l'87,5% del proprio personale. Marchionne ha annunciato che l'Italia sarebbe al 118° posto su 139 per efficienza del lavoro. Senza spiegare, d'altra parte nessuno gliel'ha chiesto, da dove venga questa classifica, su quali basi sia costruita, quali siano i fattori che la compongono.
Marchionne ha smentito ogni intenzione di entrare in politica, con la solita ipocrisia degli amministratori delegati che danno giudizi politici, fanno operazioni politiche, e però sostengono che questo è solo mercato.
Marchionne ha lamentato che tre operai a Melfi hanno fermato 1.200 lavoratori, dimenticando che questa sua affermazione è stata condannata come antisindacale da un tribunale che ha disposto il reintegro di quei lavoratori. Sentenza che la Fiat non ha ancora rispettato. Marchionne, come Berlusconi, più fallisce più diventa prepotente, meno è in grado di spiegare più offende. E, come Berlusconi, vede la propria arroganza smontata dal semplice commento di un comico, in questo caso Luciana Littizzetto che alla fine della trasmissione si è più o meno chiesta: "Ma se è così bravo, com'è che chiude Termini Imerese?".
Marchionne ha passato un quarto d'ora in televisione senza spiegare nulla, ma non certo per riservatezza o rispetto delle relazioni sindacali, perchè questo è esattamente quello che fa anche al tavolo delle trattative. In Marchionne, come in Berlusconi, è sempre più difficile distinguere l'immagine dalla realtà, la propaganda dai fatti. E poi, esattamente come fa il Presidente del Consiglio, Marchionne si è lamentato di una campagna mediatica avversa. Qui c'è un'assoluta irriconoscenza verso un mondo culturale e politico che invece ha sempre supportato le sue imprese. Al punto di non chiedere neppure conto di fatterelli come la distribuzione di lauti dividendi agli azionisti e poderosi aumenti al top management, mentre agli operai veniva cancellato il premio di risultato. In realtà con il regime informativo che c'è oggi in Italia, se raccoglie cattiva pubblicità Marchionne deve prendersela unicamente con se stesso.
Alla fine bisogna ringraziare questa trasmissione. Dopo di essa le ragioni della Fiom sono ancora più chiare e valide agli occhi di tutti.


su Liberazione (26/10/2010)

martedì 19 ottobre 2010

16 ottobre: non fate i gattopardi


di Giorgio Cremaschi
Spesso non capita una seconda occasione. Dal 2001 al 2003 un grande movimento di lotta ha contrastato in Italia la globalizzazione liberista. Quel movimento è stato poi abbandonato a se stesso e, infine, messo ai margini e ignorato nei due anni catastrofici del governo Prodi. Ora abbiamo un’altra occasione. La manifestazione di sabato è stata ben di più di una pur eccezionale mobilitazione dei metalmeccanici contro gli accordi separati, per il contratto nazionale e i diritti. E’ stato un incontro di popoli dispersi, che si ritrovavano assieme dopo anni di lotte frantumate e spesso deluse.
Una differenza di fondo comunque c’è, rispetto ai primi anni del nuovo secolo. Allora nasceva un grande movimento di opinione, che portava qui in Italia gli echi di un risveglio delle coscienze che avveniva in tutto il mondo. Oggi la globalizzazione, il suo attacco frontale ai diritti sociali e costituzionali, ce l’abbiamo in casa. Chi era in piazza sabato raccontava di lotte concrete contro la globalizzazione qui ed ora. Per questo il movimento di oggi è radicato nella sofferenza sociale e per questo è ben più esigente di risposte concrete.
Si è cercato di marginalizzare, o persino criminalizzare, la manifestazione della Fiom. Fallito clamorosamente questo obiettivo, ora si tenta la classica operazione di assorbimento. Nel paese del Gattopardo, adesso comincia l’attenzione verso il popolo che è sceso in piazza sabato e verso la Fiom, senza però dare risposte vere. Sul piano sindacale restano la violazione dei diritti a Pomigliano e la sua estensione a tutti i metalmeccanici. Non c’è contratto dell’auto o altro pasticcio che possa cancellare questo drammatico attacco ai diritti dei lavoratori. Si deve andare avanti fino a riconquistare il diritto ad un contratto nazionale degno di questo nome.
Sul piano economico-sociale è evidente che il patto Sacconi, Confindustria, Cisl e Uil non tiene. Perché la crisi va avanti, le risposte non ci sono e le lotte si estendono, in Italia come in Europa. Di questo si sono accorti gli industriali e tanti poteri economici, da qui il tentativo di far rientrare in gioco la Cgil con un patto sociale che dovrebbe continuare le politiche dei sacrifici di questi anni, senza però le provocazioni e le asprezze di Sacconi. Il popolo in piazza sabato non si accontenta di questo e pretende una svolta reale. Chi non ha pagato sinora nulla della crisi deve cominciare a pagare. Per questo ci vuole e si chiede con forza lo sciopero generale e non il patto sociale.
Anche a livello politico la piazza di sabato chiede di cambiare. Nessuno può metterci il cappello sopra, magari per riproporre l’ennesima riedizione di quel centrosinistra, da cui quel popolo è stato abbandonato e deluso nel passato. Se si vuole davvero rappresentare quella piazza e quelle persone, si devono abbandonare i vecchi giochini e i vecchi schieramenti. La manifestazione del 16 ottobre esige una svolta democratica nel sindacato, nella sinistra, nel paese.

(da Liberazione del 19 ottobre)

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