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giovedì 17 gennaio 2013

Cari compagni e compagne, è nata la Rivoluzione Civile

Lettera del Segretario Nazionale del PRC ai militanti: cari compagni e compagne, è nata Rivoluzione Civile!


Cari compagne e compagne,
vi scrivo per la seconda volta in pochi giorni. Lo faccio ed alla vigilia di una importante campagna elettorale per cercare di riassumere il senso del nostro impegno in RIVOLUZIONE CIVILE con Ingroia candidato presidente.
Innanzitutto considero un successo politico essere riusciti a dar vita a questa lista autonoma dal PD. Erano anni che ci lavoravamo e ancora poche settimane a molti fa pareva una impresa impossibile. Non solo, il programma di questa lista, pur non raccogliendo completamente il nostro programma, è buono. Vi sono le cose fondamentali che vanno dette per disegnare una alternativa: dal no al fiscal compact e alla Tav in avanti. Inoltre in questi giorni è stato definitivamente accantonata l’idea di fare la desistenza al Senato nei confronti del centro sinistra. Si sarebbe trattato di una scelta suicida che avrebbe trasformato la lista ad una sorta di appendice minoritaria del PD, priva di prospettiva e progetto politico. RIVOLUZIONE CIVILE si presenta quindi agli elettori come polo politico autonomo dal centro sinistra, esattamente come noi volevamo.
Com’è noto questa lista è il frutto di un accordo tra 6 movimenti politici (Rifondazione Comunista, PdCI, IdV, Verdi, Movimento arancione di de Magistris, Rete 2018 di Orlando) e Antonio Ingroia che è il candidato presidente. Purtroppo le vicende di Cambiare si può hanno impedito che questo processo fornisse un contributo decisivo e positivo alla costruzione della lista. Così tutto il percorso di partecipazione democratica avviato con le assemblee di cambiare si può è rimasto privo di uno sbocco politico e le dinamiche di costruzione delle liste – anche a causa della totale mancanza di tempo - non hanno avuto passaggi di legittimazione democratica. La stessa drammatica mancanza di tempo per far conoscere la lista ci ha portato a scegliere di inserire il nome di Ingroia nel simbolo, cosa che certo non corrisponde alla nostra cultura politica ma che è indispensabile per rendere riconoscibile una lista appena nata. Frutto di questo accordo è stata così la costruzione di liste in cui la maggioranza degli eletti sarà espressione della società civile. In questo quadro abbiamo candidato 10 compagni e compagne indicate dalla Direzione Nazionale che hanno la possibilità di essere eletti a seconda della percentuale che prenderà la lista. Con il 4% ci saranno due eletti, con il 4,5 saranno 3 e così via aumentando. Oltre a questi vi è un centinaio di altri compagni e compagne presenti nelle liste in posizioni più arretrate.
La prima cosa da sottolineare è quindi che il voto che ognuno e ognuna di voi esprimerà, non servirà solo ad eleggere coloro che sono in lista nella vostra circoscrizione ma servirà ad eleggere compagni e compagne che sono nelle altre circoscrizioni. I voti infatti si sommano sul piano nazionale e solo un risultato positivo in termini complessivi permetterà l’elezione dei compagni e delle compagne indicati da Rifondazione. Questo è il punto fondamentale da tener presente: ogni mancata partecipazione alla campagna elettorale, in qualunque parte del paese, è un modo per impedire al nostro partito di rientrare in parlamento, è un atto ostile contro rifondazione comunista e il suo progetto politico. La mancata partecipazione alla campagna elettorale è un suicidio politico, non un atto di protesta.
Lo dico perché la formazione delle liste ha prodotto grandi malumori, quasi tutti comprensibili ma mio parere quasi tutti esagerati. Se si fa una lista con altri partiti e movimenti – scelta decisa dal partito nella perfetta consapevolezza che da soli non avremo preso nemmeno un deputato – è poi inutile lamentarsi del fatto che nella maggioranza delle teste di lista non ci sono nostri compagni o che vi è il leader di un altro partito capolista nella nostra circoscrizione. Se Ferrero è nella testa di lista a Torino, di Pietro lo sarà a Milano. Non è pensabile che i nostri ci siano e gli altri debbano scomparire. La stessa cosa vale per liste: essendo liste a maggioranza di società civile e quindi per meno della metà composte da esponenti di partito, per forza di cose i nostri compagni e compagne sono una piccola minoranza della lista e non sempre saranno nella parte alta della lista. Così come è successo agli altri.
Il punto fondamentale allora non è di lamentarsi se nella circoscrizione in cui votiamo il nostro sta al decimo o al ventesimo posto, ma di sapere che il nostro voto è decisivo per portare in parlamento una pattuglia di deputati in opposizione alle destre e al governo Monti Bersani e ad eleggere il compagno o la compagna di rifondazione comunista a prescindere da quale è la circoscrizione in cui è candidato e candidata.
In questo quadro, per il Senato - che ha collegi a base regionale - in 4 situazioni il capolista di RIVOLUZIONE CIVILE è un compagno o una compagna di Rifondazione e che quindi può essere eletto: Marino Andolini in Friuli Venezia Giulia, Giovanna Capelli in Lombardia, Roberta Fantozzi in Toscana e Marco Gelmini in Umbria.
In questa lista – messa in piedi in poche settimane - vi sono moltissime contraddizioni e certo non è omogenea sul piano politico. Rivoluzione Civile non è Syriza o il Fronte de Gauche. Rivoluzione Civile è uno spazio politico a sinistra del PD, in cui noi siamo, con ogni evidenza, il partito più a sinistra. Detto questo è bene evitare di gettare il bambino con l’acqua sporca: il progetto di Rivoluzione Civile non è solo utile ma necessario ed è il massimo che potevamo fare nelle condizioni date. Rivoluzione Civile è un passo in avanti anche se non è – perlomeno non è ancora – la costruzione di una forza unitaria della sinistra di alternativa. Dobbiamo lavorare affinché questo processo avanzi e il modo migliore per farlo oggi è quello di votare e far votare Rivoluzione Civile. Come abbiamo visto dopo il 2008, dopo le sconfitte si raccolgono i cocci. Dobbiamo far si che le elezioni del 24 febbraio 2013 con il successo elettorale di Rivoluzione Civile siano un punto di partenza. Per i comunisti e le comuniste , per la sinistra, per il movimento operaio.
Un caro saluto e buon lavoro
Paolo Ferrero

giovedì 10 gennaio 2013

Referendum sul lavoro: firme consegnate, nonostante Napolitano.

Il segretario Ferrero consegna le firme
Mercoledì 9 gennaio sono state depositate in Cassazione le oltre 700mila firme raccolte per i referendum sul lavoro raccolte dal comitato unitario costituito da Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, Italia dei Valori, Comunisti Italiani e dalla FIOM-Cgil. Il risultato è nettamente superiore alla soglia minima delle 500mila firme necessarie, il primo risultato per il comitato quindi è raggiunto.
Nonostante i nostri appelli, il Presidente della Repubblica ha deciso di sciogliere le camere prima della fine dell’anno, mettendo a rischio la validità delle firme. Il gesto di Napolitano è molto grave, sarebbe bastato sciogliere le camere nei primi giorni di gennaio per permettere la consegna delle firme senza cambiare nulla nel corso della crisi politica.
Per permettere lo svolgimento delle consultazioni sull’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e sull’Articolo 8 della legge Sacconi, il Comitato Promotore percorrerà tutte le vie legali possibili. Inoltre facciamo appello a tutti i candidati alle elezioni di febbraio perché dimostrino di non avere paura della consultazione democratica, e garantiscano con un decreto la validità delle firme, come già successo in passato.
Come Comitato Provinciale, che oltre alle forze del comitato nazionale aggiunge l’Unione Sindacale di Base, ringraziamo le centinaia di cittadine e cittadini che in provincia hanno firmato per i quesiti e garantiamo che continueremo la battaglia contro i licenziamenti ingiusti e contro una contrattazione che peggiora le condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per il Comitato Provinciale,
il Coordinatore Paolo Rizzi.



lunedì 7 gennaio 2013

Rifondazione Comunista sta con Ingroia.


Cari compagni e compagne,
vi scrivo nel giorno in cui Ingroia ha sciolto le riserve sulla sua candidatura e si è ufficialmente candidato a presidente del consiglio per una lista che si chiama rivoluzione civile. Si tratta di un risultato positivo in se perché vuol dire che alle prossime elezioni vi sarà una lista a sinistra della coalizione dei democratici e progressisti, su posizioni chiaramente antiliberiste e antimontiane. La possibilità di portare in parlamento una delegazione di coloro che in questi anni – partiti, associazioni e comitati – si sono battuti contro le politiche liberiste – e negli ultimi mesi con le politiche di Monti – è oggi alla portata di mano e si tratta di un risultato di grande portata. Noi pensiamo che questo sia il punto fondamentale e che a partire da questo risultato – tutt’altro che scontato – occorra dare una valutazione positiva del risultato raggiunto.
A questo percorso abbiamo lavorato da mesi, all’interno del percorso aperto dall’appello cambiare si può e – da quando Ingroia ha fatto il suo appello – anche con le forze che si sono raccolte attorno a io ci sto, lavorando per unificare questi due percorsi.
In particolare abbiamo posto il tema della collocazione politica, chiedendo di sciogliere ogni ambiguità nel rapporto con il pd, cosa puntualmente avvenuta anche nella conferenza stampa di Ingroia di stamattina. In secondo luogo abbiamo chiesto ed ottenuto – rispetto al primo programma presentato da Ingroia – che vi fossero inseriti con assoluta chiarezza il no alle grandi opere a partire dalla TAV, il no al fiscal compact ed in generale una decisa messa al centro delle questioni sociali e del lavoro. In pratica una qualificazione chiara in senso antiliberista della lista stessa. Questo è avvenuto e quindi il problema della collocazione e del programma della lista si è risolto positivamente nella direzione da noi auspicata.
Per quanto riguarda il simbolo, trattandosi di una lista di coazione non contiene alcun simbolo di partito ma – per quanto ci riguarda – ha una chiaro riferimento al movimento operaio nella riproduzione del “quarto stato” in rosso nella parte bassa del simbolo. La scritta Ingroia al centro del simbolo – che certo è al di fuori della nostra tradizione e cultura politica – si rende necessaria dati i tempi strettissimi che abbiamo per far conoscere il simbolo a qualche decina di milioni di persone e quindi conseguire il risultato. In ogni caso noi faremo propaganda come Rifondazione Comunista invitando a votare la lista “rivoluzione civile”.
Per quanto riguarda la candidatura del sottoscritto – che come sapete non avevo mai posto come questione dirimente, in quanto consideravo la costruzione della lista il punto principalissimo e centrale a cui sacrificare ogni altra considerazione – la scelta di Ingroia è quella di avere la candidatura dei segretari di partito come riconoscimento del passo indietro fatto attraverso la non presentazione dei simboli in campagna elettorale. Proprio sulla questione della candidatura dei segretari di partito la delegazione nominata dall’assemblea nazionale di cambiare si può (Revelli, Pepino e Sasso) ha marcato un dissenso molto forte che adesso viene posto in votazione all’interno della rete di cambiare si può.
Nei prossimi giorni proseguiranno quindi gli incontri e nel CPN del 5 decideremo in via definitiva su tutte le materie riguardanti queste prossime elezioni.
Credo che abbiamo fatto un decisivo passo nella direzione giusta che stiamo perseguendo da mesi: Occorre continuare a lavorare per allargare le forze che concorrono alla lista a partire dall’obiettivo del pieno coinvolgimento di “Cambiare si può”.
Un caro saluto
Paolo Ferrero, Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

domenica 10 giugno 2012

Il lavoro prende la parola: l'intervento di Ferrero

All'assemblea della FIOM "Il lavoro prende la parola" è intervenuto il segretario nazionale di Rifondazione Paolo Ferrero.


Il programma di sinistra

Francesco Piccioni da Il Manifesto del 10 giugno 2012


La concretezza delle tute blu non sopporta giri di parole fumose. E la politica italiana, anche a sinistra, è abituata da troppo tempo al tatticismo, agli «schieramenti elettorali» che prescindono dal «che fare?» una volta in Parlamento; senza più attenzione agli interessi materiali e politici dei «rappresentati». Specie per quanto riguarda i lavoratori.
La Fiom ha rovesciato l'ottica. «Non aspetteremo che i politici, in piena campagna elettorale, vengano a prometterci il possibile e l'impossibile». Li «chiamiamo noi» per dire con chiarezza cosa vogliamo e «chiedere risposte». Perché «non consentiremo che i lavoratori vadano a votare senza sapere come si potrà recuperare la profonda ingiustizia che anche in queste ore si sta legiferando».
Nella grande sala del Parco dei Principi, il segretario generale Maurizio Landini espone un vero e proprio programma di governo per una sinistra «necessaria», più che possibile. Fatto di punti concretissimi, che ribaltano come un guanto le politiche del lavoro e industriali applicate finora. È stato sciocco chi ha provato a descrivere l'appuntamento come la trasformazione di questo sindacato in una nuova forza politica. «Noi siamo un sindacato autonomo e indipendente, ma non indifferente», che «può parlare alla pari con tutti: imprese, partiti, governi». Un sindacato che da oltre un secolo è parte integrante della sinistra, ma non ha più un partito di riferimento.
«Vogliamo discutere di un programma alternativo a quello del governo Berlusconi, ma anche del governo Monti». Perché «la crisi è molto profonda e non se ne vede la fine; quindi «va avviata una fase costituente in cui tutti si rimettono in gioco».
Di conseguenza, mette giù una griglia di argomenti che devono selezionare gli interlocutori, testarne la serietà. Sarebbe stato logico che l'avesse fatto tutta la Cgil, ma ieri era presente e solidale solo uno dei segretari confederali, Nicola Nicolosi.
Legge sulla rappresentanza sindacale. L'unità sindacale sarebbe una buona cosa, ma quando non c'è - come oggi - i lavoratori debbono avere il diritto di scegliersi il sindacato e soprattutto di votare accordi e contratti che poi loro saranno chiamati a rispettare. Il rischio, altrimenti, è che le aziende si scelgano o si facciano il loro sindacato finto.
Cancellazione dell'art. 8. La «manovra d'agosto» di Berlusconi-Sacconi ha inserito una bomba a tempo nelle relazioni industriali, con questo articolo che consente agli accordi aziendali - firmati magari da sindacati di comodo - di andare «in deroga ai contratti e alle leggi». Anti-costituzionale, ma conservata da Monti.
No a questa riforma del mercato del lavoro. L'art. 18 è stato svuotato completamente, togliendo la possibilità reale del reintegro (al contrario di quanto sostengono sia il Pd che Susanna Camusso, ndr). Va ripristinato nella sua forma originaria ed esteso, perché da questo dipende il diritto del singolo lavoratore di poter aprire bocca e di fare il delegato senza timori. Va ridotto drasticamente il lavoro precario; introdurre il principio che a parità di lavoro e mansione ci deve essere parità di salrio e diritti.
Ammortizzatori sociali. Vanno estesi, non ridotti (come sta facendo il Parlamento); le risorse vanno trovate facendo pagare il contributo anche a quelle categorie economiche che oggi non hanno la cig, ecc. Reddito di cittadinanza. Un principio europeo che il nostro paese non ha mai reso attivo, che può garantire il diritto allo studio e ridurre il ricatto sul salario.
Pensioni. I lavori non sono tutti uguali; stare in fonderia o in corsia non è come fare il prof. universitario. Va riconosciuto il peso che hanno sulle aspettative di vita, altrimenti è una tassa sulla vita. Il «metodo contributivo» non può esser l'unico; già con Prodi si era fissato il criterio (non rispettato) di portare l'assegno pensionistico minimo almeno al 60% del salario di categoria. I soldi dei fondi pensione andrebbero investiti solo per rilanciare l'economia interna.
Fisco. Patrimoniale, progressività delle imposte, tassazione delle rendite finanziarie, combattere la criminalità nell'economia.
Occupazione. Ridurre l'orario di lavoro (come in Germania) per non perdere competenze.
Nuovo modello di sviluppo. Cosa, come, per chi produrre, e in modo ambientalmente sostenibile. Politica industriale. Non se ne parla più. Ma Finmeccanica (pubblica) vuol tenere solo la produzione militare e dar via tutto il civile avanzato (treni, nucleare, ecc). Riforma della scuola. Garantire parità di condizioni di partenza per aumentare la «mobilità sociale».
Europa. Dopo 20 anni, il sistema rischia di esplodere. Servono regole per la finanza, intervento pubblico: No al pareggio di bilancio in Costituzione.
E intanto ci si mobilita ancora. Il 13 e il 15 a livello territoriale (scioperi e presidi); il 14 sotto il Parlamento, a Roma, contro la riforma del mercato del lavoro e lo spacchettamento di Finmeccanica. Un programma da imporre con la lotta, insomma, non una lista di richieste a una politica distratta.

martedì 6 dicembre 2011

VIII Congresso del Partito della Rifondazione Comunista.

L'VII Congresso del PRC si è svolto a Napoli dal 2 al 4 Novembre. Le registrazioni di tutti i tre giorni di lavori sono disponibili sul sito di Radio Radicale. Qua pubblichiamo le conclusioni del Segretario Nazionale Paolo Ferrero, il documento politico approvato dal congresso e i due documenti di minoranza respinti.


Documento approvato (votato anche dalla delegazione di Sondrio)

venerdì 18 novembre 2011

Ferrero: la perfetta operazione Monti.

Parte il governo Monti. Nello stile e nei toni diversissimo dal governo Berlusconi. Nei contenuti no. Il programma presentato alle camere è integralmente neoliberista. Fin nelle virgole. E' la prosecuzione, radicalizzata dalle richieste europee, delle politiche già messe in atto da Berlusconi e Sacconi, confermate per intero. Dalle privatizzazioni alle liberalizzazioni passando per il taglio della spesa pubblica, la manomissione delle pensioni e di cosa rimane del mercato del lavoro, fino alla reintroduzione dell'Ici sulla prima casa. Il tutto ovviamente senza dire una parola sulle rendite finanziarie, sulle cause della speculazione, sulle sciagurate politiche europee, che - al contrario - sono per il governo da applicare sotto dettatura. L'idea che il pareggio di bilancio dello stato italiano non solo debba essere inserito in Costituzione, ma addirittura certificato da una società privata, è la ciliegina sulla torta. Lo stato, per rendersi credibile agli occhi degli speculatori, deve farsi controllare dagli amici degli speculatori! Un programma che aggraverà la crisi e le disparità sociali. Da questo punto di vista il governo Monti è stato una perfetta operazione con cui i poteri forti - italiani ed Europei - sono riusciti ad evitare che la caduta di Berlusconi determinasse anche il minimo spostamento a sinistra dell'asse del paese. Lo hanno fatto con il contributo determinante del Presidente della Repubblica, che si è fatto promotore dell'operazione, e grazie all'ignavia politica del Pd, che non è riuscito nemmeno a imporre il ritorno alle urne. Contro questo governo dobbiamo quindi costruire l'opposizione sociale, culturale e politica. Nella costruzione dell'opposizione dobbiamo però essere consapevoli che questo governo parte avendo dalla sua un pregiudizio positivo. Non solo perché viene al posto del governo Berlusconi, di cui larga parte della popolazione non ne poteva più. Il governo Monti incrocia alcuni elementi di senso comune che si sono venuti formando nel corso degli anni: per esempio, la presentabilità di Monti e dei suoi ministri, vista con sollievo dopo le figuracce rimediate a livello mondiale grazie a Berlusconi. Vi sono però due elementi più di fondo che vanno soppesati bene per non fare errori. In primo luogo la sfiducia verso la politica e il ceto politico; i tecnici come garanzia di maggiore serietà, competenza. Questo elemento peserà nel tempo, specie se il governo Monti prenderà misure sui costi della politica. Non è cosa di poco conto. La maggioranza della popolazione italiana considera i costi della politica il primo insopportabile elemento di ingiustizia e per questo apre a Monti un credito fiduciario. Quando diciamo che occorre caratterizzare la nostra iniziativa politica mettendo al centro le pratiche sociali, le lotte, il mutualismo, la solidarietà concreta, è perché pensiamo che l'unico modo per ricostruire una credibile politica comunista parta dalla condivisione. Non solo propaganda o presenza istituzionale: occorre porre il centro del lavoro politico nel sociale e nella costruzione culturale. In secondo luogo, il convincimento che il quadro dell'economia mondiale ed europea in cui ci muoviamo sia oggettivo, naturale e che quindi è bene che siano dei tecnici a gestirlo. Se la speculazione è un fenomeno naturale - di cui non si riesce bene a capire l'origine - il punto non è perdersi in chiacchiere inutili sul da farsi ma applicare con rigore e sobrietà le ricette proprie della scienza economica: una tecnica, appunto. La forza da cui parte Monti non è quindi data solo dal fatto di essere il sostituto di Berlusconi, ma anche dai limiti profondi che hanno caratterizzato l'antiberlusconismo. L'aver fatto credere che la cialtroneria e gli interessi personali di Berlusconi fossero all'origine di tutti i guai del paese regala oggi a Monti un pregiudizio positivo del tutto immeritato rispetto ai propositi che lo caratterizzano e agli interessi che difende. Occorre tenere presente questi elementi, in primo luogo per capire perché oggi larga parte della gente che ha lottato per la caduta di Berlusconi guarda a Monti come ad una speranza. E' un sentimento con cui dobbiamo fare i conti, per evitare che la nostra proposta di opposizione sia incomprensibile a vasti strati popolari. Occorre spiegare che la politica di Monti verrà usata dalla destra per riguadagnare consenso e che le elezioni anticipate erano l'unica strada efficace per porre fine all'era berlusconiana. Inoltre, per costruire una opposizione efficace al governo Monti, non basterà agire sulle contraddizioni che si determineranno a causa delle sue politiche economiche e sociali. Senza la messa in discussione - a livello di massa - del fatto che non vi è nulla di naturale e di oggettivo nelle politiche neoliberiste, la delusione per le politiche di Monti non determinerà protagonismo politico ma ulteriore delusione. In altre parole, dobbiamo operare consapevolmente per trasformare l'antiberlusconismo in antiliberismo come condizione per costruire opposizione di massa e rafforzare la sinistra di alternativa.

venerdì 11 novembre 2011

No al governo dei banchieri

Pochi giorni fa abbiamo assistito alla crisi del governo Berlusconi e all'annuncio delle sue dimissioni. Si tratta di un passaggio che avevamo a lungo perseguito e che abbiamo festeggiato. Un'epoca si chiude e questa fine è segnata non solo dalle dimissioni di Berlusconi, ma dall'evidente crisi politica della destra berlusconiana. L'aggregazione che Berlusconi aveva cementato è in corso di sfaldamento. Questo passaggio rappresenta un punto decisivo della vicenda politica italiana e per milioni di cittadini italiani che in questi anni hanno lottato contro il governo, un elemento di grandissima soddisfazione.
Di fronte a questa crisi la strada maestra è rappresentata dalle elezioni immediate. Per due ordini di motivi. In primo luogo perché dopo la situazione putrescente determinata dal governo Berlusconi e dalla sua crisi, è necessario un bagno rigeneratore per la democrazia. La democrazia la si vivifica in un modo solo, facendola funzionare, restituendo la parola al popolo. In secondo luogo perché la nostra proposta di costruire un fronte democratico tra le forze della sinistra e del centrosinistra è la strada attraverso cui è possibile battere definitivamente queste destre, ma anche configurare il quadro politico più avanzato nelle condizioni date. Non un quadro di alternativa - lo abbiamo ripetuto fino alla noia - ma certo il quadro politico migliore per la democrazia e per le classi popolari.
Al contrario, il Presidente della Repubblica e larga parte del quadro politico stanno indirizzando la crisi politica in un'altra direzione, quella del governo istituzionale affidato a Monti, tecnocrate di provata fede liberista. Noi siamo fermamente contrari a questa proposta per due ordini di motivi: determinerebbe un governo che risponde ai dictat europei e confindustriali, non certo alle necessità del popolo italiano. Un governo che sarebbe fedele esecutore delle direttive europee e che non farebbe altro che avvicinare la situazione italiana a quella greca: recessione, politiche antisociali, privatizzazioni a tutto spiano, nessuna lotta alla speculazione finanziaria. In secondo luogo permetterebbe alle destre populiste - a partire dalla Lega - di rifarsi una verginità rispetto ai disastrosi anni del loro governo e di ricostruire consenso popolare. Un vero disastro.


In questo contesto noi proponiamo a tutte le forze che si opporranno a questo governo tecnocratico di dar vita ad un patto di consultazione permanente, al fine di condurre con la maggiore efficacia possibile l'opposizione sociale e politica.

domenica 14 agosto 2011

Ferrero: una manovra costituente

Una manovra costituente
di Paolo Ferrero (Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista)

Quella varata dal governo Berlusconi, sotto dettatura dalla BCE e dalla Germania, non è solo una manovra economica. E’ una grande rivoluzione conservatrice che usa il potere dello stato per stravolgere i rapporti tra le classi sociali e uscire dal compromesso democratico che ha caratterizzato il secondo dopoguerra.

Nella manovra si privatizza tutto il possibile e si demolisce il welfare. Nessuno capirà più perché bisogna pagare le tasse ad uno stato che non ti da nulla in cambio o che ti obbliga a pagare una altra volta i servizi attraverso le tariffe.
Nella manovra si accoglie in pieno la richiesta della FIAT di demolire il contratto nazionale di lavoro aprendo la strada ad una pesantissima ulteriore riduzione salariale e frantumazione della classe.
Nella manovra di attaccano in modo pesante i lavoratori pubblici, si aumenta l’età per andare in pensione, soprattutto per le donne ma non solo.
Nella manovra si demolisce il sistema delle autonomie locali e delle regioni e si usa la polemica contro la casta per tagliare la democrazia nel paese.
Nella manovra si modificherà la Costituzione per rendere eterne le politiche neoliberiste che sono già state costituzionalizzate a livello europeo.
Parallelamente non si toccano i ricchi, quel decimo che possiede la metà della ricchezza italiana, non si tocca l’evasione fiscale e non si prende nessuna misura contro la speculazione finanziaria, nemmeno col divieto di vendita allo scoperto che altri paesi europei applicano normalmente.
Una manovra ingiusta, recessiva, che non colpisce la speculazione e che scardina la democrazia del paese.
Contro questa manovra occorre costruire il massimo di opposizione possibile.
Per essere efficaci non basterà però pronunciarsi contro i tagli. Infatti la manovra è stata costruita e giustificata in nome dell’emergenza e della necessità di battere la crisi e la speculazione. In assenza di una spiegazione generale diversa, è molto probabile che le singole persone siano contrarie alla manovra ma che poi pensino non ci sia null’altro da fare perché “i mercati hanno deciso così”, “l’Europa ha deciso così”, ecc. Vi è cioè una ideologia dominante – condivisa da quasi tutto l’arco politico e dai mezzi di comunicazione di massa – che deve essere messa in discussione pena l’inefficacia della nostra azione politica.
Il primo punto per essere efficaci contro la manovra è quindi spiegare che questa manovra non serve a nulla contro la speculazione e che per battere questa occorre rimettere regole ai mercati finanziari. Nei giorni scorsi abbiamo avanzato varie proposte che qui non riprendo.
Il secondo punto è di spiegare che la manovra è recessiva e quindi aggraverà la crisi, portandoci in una situazione di tipo Greco. La manovra aggrava la crisi e porta i conti pubblici allo sfascio in quanto riduce il PIL e le tendenzialmente le entrate fiscali.
In terzo luogo occorre prospettare una alternativa a questa manovra. La nostra proposta di una tassa sui grandi patrimoni al di sopra del milione di euro può portare 20 miliardi di entrate, così come altri miliardi possono arrivare dalla nostra proposta di dimezzare le spese militare e gli stipendi delle caste. La nostra battaglia contro la manovra deve quindi essere fatta in nome di altre misure da proporre, comprensibili a livello di massa.
In quarto luogo occorre spiegare a cosa serve la manovra dal punto di vista delle classi dirigenti italiane. Questa manovra serve a tagliare ulteriormente il costo del lavoro e a trasformare i lavoratori in servi senza diritti. Nella crisi della globalizzazione neoliberista le nostre classi dirigenti ritengono che l’Italia deve essere più povera, deve ridurre drasticamente il livello di vita medio, salvaguardando i privilegi di quel dieci per cento che deve continuare a farsi i fatti propri. Deve diventare una specie di “enclave cinese” che produce in subfornitura per la Germania, così come pensa la Lega Nord da tempo.
Dobbiamo quindi costruire l’opposizione a questa manovra nella consapevolezza che si tratta di una manovra costituente e che per sconfiggerla occorre rompere la cappa ideologica che la giustifica. Occorre cominciare da subito e nel giornale di oggi troverete un primo manifesto da utilizzare “artigianalmente”. Occorre cominciare dai territori, organizzando assemblee di spiegazione, volantinaggi, informazione. Occorre avere chiaro che non basta gridare allo scandalo ma occorre spiegare bene e prospettare l’alternativa. Per questo la costruzione di una campagna sulla patrimoniale che indichi una possibile soluzione diversa è un punto centrale della nostra azione nelle prossime settimane. Ovviamente chiediamo lo sciopero generale, appoggeremo ogni iniziativa di mobilitazione a partire da quelle già decise dal sindacato di base e operiamo per costruire mobilitazioni politiche nazionali. Questa volta però occorre lavorare prima nei territori, con la gente, per spiegare che l’alternativa esiste e fornire un punto di vista chiaro sulla crisi e su come uscirne.

sabato 6 agosto 2011

Trichet è il capo degli speculatori

di Paolo Ferrero (Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista)

Nella vicenda della crisi italiana, in questi giorni siamo arrivati ad un punto di passaggio politicamente rilevante. Nelle settimane scorse è cominciata la speculazione sui titoli italiani, speculazione che proseguirà nelle prossime settimane per il semplice fatto che gli speculatori agiscono a fine di guadagno e fino quando pensano di poter guadagnare continueranno a speculare. Questa speculazione, come abbiamo detto più volte, ha origine nella deregolamentazione prodotta dalle politiche neoliberiste. In particolare, si verifica in Europa e non in altre parti del mondo perché l’Europa è l’unico aggregato economico in cui la banca centrale (la Bce) finanzia le banche private, ma non gli stati sovrani, finanzia gli speculatori e non coloro che sono colpiti dalla speculazione. Infatti la Bce non compra mai i titoli degli stati europei al mercato primario (cioè direttamente alla loro emissione e al tasso di interesse base) come invece fanno la Federal Reserve negli Usa, la Banca centrale d’Inghilterra, la Banca centrale giapponese e tutte le altre banche centrali. In pratica la Bce è all’origine della speculazione finanziaria sui titoli degli stati europei e, quindi, Trichet è, a tutti gli effetti, il capo degli speculatori, colui che dà i soldi agli assassini e non li dà alle vittime.
In questi giorni sentiamo però dire che la Bce comprerà i titoli di stato italiani. Peccato che lo farà sul mercato secondario (cioè al prezzo già definito dalle pratiche speculative) e a condizioni che l’Italia faccia un lavacro sociale pari a quello subito dalla Grecia. In pratica, la Bce si rifiuta di intervenire nella fase in cui è possibile impedire che si formi il meccanismo speculativo al ribasso (come fanno invece le altre banche centrali mondiali) e invece interviene nella fase successiva a garantire l’ossigeno al moribondo a condizione che esso accetti politiche di taglio drastico del welfare. Il ruolo della Bce è quindi completamente politico ed è un ruolo che utilizza la minaccia della speculazione al fine di obbligare gli stati europei a tagliare il welfare e i diritti dei lavoratori.
Come sappiamo, il taglio del welfare e dei diritti dei lavoratori non c’entrano nulla con la lotta alla speculazione finanziaria. L’unico modo serio per batterla è inibirla in radice, vale a dire attraverso l’acquisto diretto dei titoli di stato italiani da parte della Bce. Il taglio del welfare ha invece un effetto recessivo: se tagliamo welfare e diritti il Pil scenderà e con esso le entrate fiscali. In questo modo il deficit crescerà e peggiorerà il rapporto deficit/Pil.
Le politiche deflazioniste imposte dalla Bce non servono quindi a combattere la speculazione, ma a ridurre salario diretto e indiretto, cioè il costo del lavoro per unità di prodotto.
Questo è il vero punto politico: la speculazione finanziaria – presentata come un fenomeno naturale, come una maledizione degli dei – viene utilizzata dalla Bce, dalla Germania e dai governanti europei, come “vincolo esterno” per obbligare i paesi europei a minor produttività del lavoro a ridurre drasticamente i livelli di vita nei rispettivi stati. La speculazione non viene combattuta alla radice, ma viene usata per imporre – paese per paese - drastiche manovre antioperaie che non sarebbero altrimenti accettate socialmente.
In Italia questa operazione si sta realizzando alla grande, addirittura con la ciliegina sulla torta. Infatti, le cosiddette parti sociali hanno presentato una piattaforma in sei punti, che scavalca a destra il governo Berlusconi e si pone come l’interprete diretta della volontà della Bce in Italia.
Negli Stati Uniti sono i pazzoidi del Tea Party - quelli che fanno paura anche ai repubblicani moderati - a proporre di inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio di bilancio. In Italia è la segretaria generale della Cgil in compagnia della Presidente di Confindustria. In Italia rischiamo quindi di avere una dialettica politica racchiusa in una rincorsa liberista tra un governo populista di destra e un’opposizione egemonizzata dai poteri forti connessi alle tecnocrazie europee.
In questo contesto, oltre alla drammatica posizione dei sindacati – gli unici in tutta Europa ad essere chiaramente schierati contro i lavoratori - è del tutto evidente la debolezza dell’opposizione parlamentare, che essendo subalterna alla vulgata neoliberista, non è in grado di proporre un proprio progetto alternativo, per cui sbanda tra la richiesta di elezioni, la proposta di governi tecnici e addirittura l’idea di un dialogo “costruttivo” con Berlusconi. Non a caso la strada che l’Italia sta imboccando a passi da gigante è proprio la strada Greca, quella del drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone.
In questo contesto di grande caos e dove la gente non capisce letteralmente nulla di cosa sta succedendo, noi dobbiamo tenere un profilo chiaro e costruire una precisa posizione politica.
Innanzitutto la costruzione dell’opposizione alle manovre messe in campo da Berlusconi in raccordo con l’Europa. Si tratta di operare per l’estensione e la connessione del conflitto sociale. Con chi ci sta. Si tratta di fare un salto di qualità da settembre puntando chiaramente il dito contro il sistema finanziario: la Bce e il sistema delle banche sono i nostri avversari primi e vanno aggrediti con forza.
In secondo luogo, occorre produrre un enorme sforzo di demistificazione di quanto sta avvenendo sul terreno economico e finanziario. Il pensiero unico neoliberista tende a “naturalizzare”, a far credere oggettive, scelte che sono puramente politiche. La speculazione viene presentata come un fenomeno soprannaturale, per cu i mercati “si innervosiscono, si impauriscono, si arrabbiano”. Noi poveri umani dovremo evitare di far incazzare gli dei seguendo i consigli dei Santoni (gli economisti neoliberali), che ovviamente ci stanno portando al disastro. Il fatto che il neoliberismo sia fallito, ma il pensiero neoliberista sia tutt’ora egemone, rappresenta il principale ostacolo al conflitto. infatti noi ci troviamo nella condizione in cui la gente si lamenta per le misure del governo, ma in fondo pensa che il governo rappresenti gli interessi generali. Contestano Berlusconi, ma pendono dalle labbra di Monti e di Tremonti per sapere cosa succederà. Occorre aggredire consapevolmente questa ideologia dominante: per battere il neoliberismo occorre sconfiggere l’ideologia neoliberista, altrimenti risulteremo del tutto subalterni. Spiegare e studiare sono quindi punti fondamentali, più che in altre fasi della nostra azione politica. La lotta non è solo mobilitazione ma, come ci insegnava Marx, critica dell’economia politica.
Da ultimo, dobbiamo tenere ferma la barra sulla proposta del fronte democratico. Di fronte ai tentativi di uscita da destra dal berlusconismo, alla subalternità della Camusso e all’indeterminatezza del Pd, noi dobbiamo proporre con nettezza che il governo si  dimetta per andare subito alle elezioni. Nelle elezioni proponiamo la costruzione di un fronte democratico tra la sinistra e il centro sinistra, alternativo tanto a Berlusconi che alla Marcegaglia. Al popolo del centro sinistra, a livello di massa, deve essere posta chiaramente l’alternativa tra l’accordo con i poteri forti e l’accordo con la sinistra. Sono due strade opposte per chiudere la fase di Berlusconi e per affrontare la crisi.
La nostra proposta consiste in questo: allargare le lotte, far crescere la coscienza anticapitalista e prospettare un concreto percorso politico per superare il governo Berlusconi senza cadere in un governo Marcegaglia.

martedì 12 luglio 2011

Ferrero: dieci proposte contro gli speculatori

I nemici ce li abbiamo in casa: 10 proposte per sconfiggerli.
di Paolo Ferrero (segretario nazionale Rifondazione Comunista)


L’attacco speculativo contro l’Italia è arrivato. Se non verrà bloccato determinerà effetti molto pesanti sulla condizione sociale del paese: disoccupazione, ulteriore precarietà, taglio di salari e pensioni, taglio dello stato sociale. Come abbiamo visto per quanto riguarda la Grecia, la speculazione produce danni come una guerra e le politiche europee non costituiscono una difesa ma favoriscono la speculazione. Una guerra economica scatenata dalle classi dominanti – politiche ed economiche – contro i popoli europei al fine di cancellare tutte le conquiste ottenute dal secondo dopoguerra in avanti, sia quelle sociali che quelle democratiche. 

La reazione a questo attacco speculativo è la proposta – caldeggiata dal Presidente della Repubblica – di unità tra tutte le forze politiche per approvare la manovra. Si tratta di una prospettiva non solo sbagliata ma dannosa: la manovra, come segnala anche la Cgil, non è rivolta contro la speculazione ma contro i lavoratori e lo stato sociale. L’approvazione della manovra, che è recessiva, aggraverà la situazione, mettendo a disposizione della speculazione ulteriori risorse di cui cibarsi. 

Siamo quindi contro ogni forma di patto politico per approvare la manovra e riteniamo necessario opporsi alla manovra in tutti i modi al fine di evitare la sua approvazione. Occorre costruire la mobilitazione sociale contro questa manovra, che è solo l’inizio della stangata che hanno programmato a livello europeo. 

Per sconfiggere la speculazione è necessario fare una manovra contro la speculazione e contro gli speculatori, cioè quei delinquenti in giacca e cravatta che vanno sotto il nome di banchieri e finanzieri e che dalla distruzione dell’economia di interi stati stanno guadagnando barche di quattrini: i nostri. 

Questa è l’elementare verità che occorre gridare dai tetti in questi giorni in cui la censura verso ogni voce fuori dal coro è totale: per sconfiggere la speculazione occorre combattere la speculazione, non sparare sui popoli. Questa elementare verità si basa su una premessa: sconfiggere la speculazione è possibile. La speculazione viene presentata come un fenomeno naturale, come una specie di tempesta scatenata dagli dei. Gli ideologi del neoliberismo – che vanno sotto il nome di economisti – ci presentano il capitalismo neoliberista come fosse un fenomeno naturale. E’ una menzogna! 

La speculazione è stata volutamente resa possibile dalla deregolamentazione di ogni aspetto dei mercati finanziari ad opera dei governi e dei parlamenti. La forza della speculazione non è intrinseca ma è stata creata da decisioni politiche sbagliate assunte in questi anni in nome dell’ideologia neoliberista. La speculazione può essere sconfitta a partire da decisioni politiche che correggano gli errori del passato e costruiscano un nuovo sistema di regole. 

Non è un caso che la speculazione stia attaccando l’Europa. Solo in Europa le classi dirigenti di centro destra e di centro sinistra sono state così criminali da costruire – a partire dagli accordi di Maastricht – un sistema finanziario che consegna totalmente in mano degli speculatori i destini delle nazioni e dei popoli. Solo in Europa la Banca Centrale non può acquistare i Titoli di debito degli stati nazionali, obbligandoli a cercare sul mercato – cioè dagli speculatori – le risorse necessarie a finanziarie il debito. Negli Stati Uniti la Federal Reserve può tranquillamente acquistare – come hanno sempre fatto le banche centrali di ogni singolo paese anche in Europa sino all’avvento dell’Euro – i titoli del debito pubblico. 

Questa è la prima proposta che avanziamo: a livello europeo si decida che la BCE acquisti subito a al tasso di interesse fissato ufficialmente (1,5%) i titoli degli stati sottoposti ad attacchi speculativi. Questo porrebbe immediatamente fine alla speculazione perché verrebbe a mancare immediatamente la possibilità di speculare al ribasso. Se i governanti europei non assumono questa posizione vuol dire che stanno dalla parte degli speculatori e non delle nazioni che rappresentano. Invece di finanziare gli speculatori (cioè le Banche), la BCE difenda gli stati dalla speculazione! 

In secondo luogo è necessario porre da subito una tassa alle transazioni speculative di capitale (denaro contro denaro) in modo da togliere convenienza economica alle manovre speculative (la cosidetta Tobin Tax). La speculazione avviene attraverso piccolissimi guadagni percentuali su masse enormi di denaro. Basta una piccola tassa per togliere convenienza alla speculazione. 

In terzo luogo è necessario impedire la vendita di titoli allo scoperto. Forse non tutti sanno che nel mercato azionario italiano è possibile mettere in vendita titoli anche se non si posseggono. Questa è una delle modalità più utilizzate dagli speculatori per fare una speculazione al ribasso (come quella che stanno subendo i titoli di stato in questi giorni). In altri paesi europei – a cominciare dalla Germania – questa pratica è illegale. Che cosa aspetta il Parlamento italiano e rendere illegale anche in Italia questa pratica che ha l’unico scopo di favorire la speculazione? 

In quarto luogo la speculazione viene fatta direttamente dalla Banche e dai fondi che da esse dipendono. Una delle modalità è quella di tenere “fuori bilancio” una massa sterminata di “derivati”. Si faccia una norma che impedisca alle banche di gestire i “derivati” fuori bilancio, riportando il complesso dell’attività finanziaria all’interno delle regole fissate e oggi completamente aggirate. 

Se queste misure non dovessero bastare l’Italia deve ristrutturare il debito, garantendo per intero i piccoli risparmiatori e allungando unilateralmente i tempi di restituzione e le cifre da restituire alle grandi finanziarie, cioè agli speculatori. Anche se nessuno ne parla, l’Islanda lo ha fatto con ottimi risultati. 

Le 5 proposte sopra esposte servono a bloccare la speculazioni. Ne avanziamo altre 5 che rappresentano una manovra economica alternativa a quella proposta dal governo: 

Si faccia immediatamente una tassa sui grandi patrimoni. Una piccola tassa sui grandi patrimoni che superano il milione di euro permetterebbe di abbassare le tasse ai lavoratori, ai pensionati e di dar vita ad un reddito sociale per i disoccupati. 

Si azzerino le grandi opere (dalla TAV in Val di Susa al Ponte sullo stretto) e con quelle risorse si faccia un piano per rendere autonomo energeticamente ogni edificio pubblico (pannelli solari su tutti i tetti). 

Si obblighino le aziende che de localizzano a restituire i finanziamenti pubblici di cui hanno beneficiato. 

Si dimezzi lo stipendio dei parlamentari e si riducano gli enti inutili usando quelle risorse per stabilizzare i precari della pubblica amministrazione 

Si ritiri l’esercito dall’Afganistan, si smetta di bombardare la Libia, si riducano di un quarto le spese militari e con quei soldi di finanzi lo stato sociale e l’istruzione pubblica. 

Più pesante è la crisi e più servono scelte nette i governanti europei e italiani, vogliono utilizzare la speculazione come scusa per distruggere i diritti sociali e civili. Noi al contrario vogliamo mettere la mordacchia al capitale finanziario per impedire la speculazione e allargare i diritti sociali e civili. Questa è la posta in gioco oggi in Italia e in Europa.

(da Liberazione del 13/07/2011)

domenica 3 luglio 2011

Ancora morti in Afghanistan: RITIRO IMMEDIATO!

Il segretario nazionale del PRC, Paolo Ferrero, ha reagito alla notizia della morte del militare italiano Gaetano Tuccillo nella guerra in Afghanistan:"Esprimo le più profonde condoglianze alla famiglia del militare morto stamane in Afghanistan. Nel contempo ribadisco la necessità di ritirare immediato il nostro contingente. Non stiamo partecipando ad una missione di pace ma ad una guerra di occupazione completamente al di fuori della nostra Costituzione. Tremonti invece di fare i tagli agli enti locali, tagli le missioni militari in Afganistan e in Libia

martedì 28 giugno 2011

NO TAV: è solo una vittoria di Pirro

TAV: l'ordine regna sovrano, ma è solo vittoria di Pirro



di Paolo Ferrero (segretario nazionale di Rifondazione Comunista)

L'ordine regna a Chiomonte, ma è vittoria di Pirro. Con un intervento militare che ha impegnato migliaia di agenti,  il Governo ha sgomberato stamattina il presidio No Tav di Chiomonte. Si tratta di un successo puramente militare, indegno di un paese civile, che non sposta di una virgola il problema politico, e cioè che la maggioranza della popolazione della valle è contraria a quest'opera dannosa per l'ambiente e assurda per le finanze pubbliche, visto il costo di 20 miliardi. Non a caso la Val di Susa in questo momento è bloccata da vari blocchi stradali, i lavoratori di varie aziende sono immediatamente scesi in sciopero e domani sera a Susa vi sarà una pacifica manifestazione di massa contro la TAV. Adesso che Maroni ha fatto la sua prova di forza contro la popolazione cosa pensa di fare, di militarizzare la valle per un decennio? Quella di stamattina è una pura e semplice follia che non risolverà nulla.


Massimo Rossi (portavoce nazionale della Federazione della Sinistra)
2000 agenti in assetto di guerra, che attaccano i presidi di uomini e donne che difendono i beni comuni, l’acqua, l’aria, la terra, la salute, il denaro pubblico sprecato in grandi opere anacronostiche e dannose, è degno solo di uno stato totalitario.
Nonostante il messaggio forte e chiaro lanciato dal popolo italiano il 12 e 13 giugno scorsi nel referendum, si continua a imporre sulla testa dei cittadini scelte utili solo alla speculazione ed ai grandi affari delle grandi forze economiche, così come si intendeva fare per il nucleare e l’acqua.
Se tutte le forze democratiche, della sinistra e del centrosinistra, facessero mancare tutto il dovuto sostegno e la solidarietà alle popolazioni ed agli amministratori della Val di Susa in lotta , mancherebbero l’appuntamento all’alternativa al berlusconismo oggi all’ordine del giorno.
Nessuno può voltarsi dall’altra parte: facciamo sentire la nostra voce, manifestando la nostra solidarietà con la Val di Susa davanti alle sedi istituzionali e alle prefetture, nelle forme più efficaci possibili.
Dalla Val Susa a Genova 2011: la nostra lotta continua!
Simone Oggionni (Coordinatore Nazionale Giovani Comunisti)
Cambiamo noi stessi per entrare in sintonia con il cambiamento. Uniamo le lotte e costruiamo, a partire da Genova 2011, un nuovo Patto di Lavoro.
Che il Paese stia cambiando è fuori discussione. Con le elezioni amministrative, i ballottaggi e, ancora di più, la vittoria dei referendum ci siamo rimessi in cammino. Dopo due anni di lotte dure, da Pomigliano a Mirafiori, dalle mobilitazioni degli studenti al protagonismo delle donne, fino allo sciopero generale, il movimento ha seminato e il cambiamento ha iniziato a piantare le sue radici. In queste ore chi resiste contro la Tav lo sta facendo con il consenso di un popolo vasto, che reclama dignità, diritti e tutela dell’ambiente. L’epoca berlusconiana sta finendo e, dal suo seno e dalle acutissime contraddizioni che ha prodotto, ne sta nascendo una nuova.
Ma è proprio questa la fase in cui dobbiamo avere ben chiaro il rischio che corriamo, e che per paradosso – in un contesto così espansivo – potrebbe condannarci alla marginalità definitiva. Il rischio è che, nell’opinione diffusa di questo popolo della sinistra che cresce e torna ad esprimere, vincendo, soggettività e protagonismo, si consolidi un immaginario da cui la nostra identità e ciò che rappresentiamo siano espunti o comunque largamente minoritari. Questo avverrebbe se il nostro partito non riuscisse ad entrare in connessione reale con questo cambiamento, con le sue istanze e i suoi linguaggi.
Avverto tutta la nostra inadeguatezza, la pesantezza delle nostre liturgie, l’astrattezza dei nostri ragionamenti, la distanza tra il modello di partecipazione politica che noi proponiamo (un modello che spesso passivizza il corpo del partito, imbriglia la dialettica nella contrapposizione statica tra posizioni preconcette, e così facendo allontana le energie più pure, in primo luogo i giovani) e la pratica dei movimenti e dei comitati che hanno preso la parola in questi mesi.
Allora questa inadeguatezza, e l’impegno per rimuoverla, deve diventare il nostro assillo.
A questo fine vanno orientati la nostra linea politica e l’obiettivo della costruzione della sinistra d’alternativa. Guai a noi se l’obiettivo dell’unità della sinistra fosse sconnesso da questa urgenza di auto-riforma e di innovazione e si collocasse, al contrario, sul terreno politicista del rapporto tra le forze partitiche.
L’unità della sinistra deve diventare, al contrario, lo strumento con cui dare voce e allo stesso tempo continuità e stabilità al cambiamento che è in corso nel Paese.
In queste settimane sono in corso le iniziative del decennale del contro-vertice di Genova. Dieci anni fa il partito e i Giovani Comunisti impararono a confrontarsi su di un piano di parità con le altre forme della politica, con i molteplici soggetti che diedero vita al movimento altermondialista. Nel corso degli anni, anche per precise responsabilità di Rifondazione Comunista, abbiamo dilapidato quel patrimonio e quell’esperienza.
Tornare oggi a Genova può rappresentare l’occasione per riflettere sugli errori commessi (per evitare di ripeterli) e ragionare sull’urgenza dell’unità.
La proposta che avanziamo è scrivere – tutti insieme – un nuovo Patto di lavoro. Dieci anni fa il Patto di lavoro si trasformò nel Genoa Social Forum. Oggi la situazione è molto diversa, al punto che non possiamo predeterminare esiti e scenari, ma il senso di quell’operazione è di straordinaria attualità. Esiste una sinistra politica divisa, una sinistra sociale e sindacale altrettanto frastagliata (con al suo centro la Cgil, che andrebbe coinvolta con tutto il suo peso e la sua autorevolezza e non consegnata al moderatismo del Partito democratico), una rete altermondialista indebolita ma non rassegnata (e che da Genova può riprendere fiato). Esiste poi il mondo dei comitati referendari, che va connesso al più presto con le altre forze in campo. Infine, c’è una generazione di ragazze e ragazzi che, in tutte queste forme, ha ripreso la parola e che ogni giorno, in maniera diretta, moltiplica gli spazi di democrazia e di partecipazione.
La sfida è ricostruire un senso comune e uno spazio unitario della sinistra che, collettivamente, possa elaborare al più presto una proposta programmatica organica e coerente per uscire dalla crisi e costruire passo dopo passo una società più giusta, più libera e più democratica.
Come hanno dimostrato i referendum, lo spazio per entrare in sintonia con il sentimento maggioritario del nostro popolo c’è ed è grande. E muove proprio dalle proposte e dai contenuti sui quali, al contrario, il Partito democratico entra clamorosamente in contraddizione con se stesso (i casi del nucleare e della liberalizzazione dell’acqua pubblica sono soltanto i più recenti).
La sfida è costruire, a partire dal Patto di lavoro, una nuova alleanza tra le forze politiche e sociali dell’alternativa. Che raccolga il vento del cambiamento e lo trasformi in terra e concime per il nostro futuro.

sabato 26 marzo 2011

Referendum: si può vincere!

di Paolo Ferrero

Buona manifestazione al popolo della pace, dell’acqua pubblica e dell’energia pulita. Oggi saremo in piazza per affermare chiaramente che è possibile e necessaria una alternativa di sistema che rovesci i paradigmi delle classi dominanti.
Siamo in piazza per affermare la necessità del dialogo e della cooperazione contro la logica della guerra. Non esistono guerre umanitarie, esistono solo guerre che producono drammi all’umanità. Oggi come ieri siamo contro la guerra “senza se e senza ma”. Siamo scesi in piazza una settimana fa per difendere la Costituzione repubblicana. Noi la difendiamo sempre e la difendiamo tutta: anche l’articolo 11, e denunciamo l’illegalità di questa guerra.
Siamo in piazza per l’acqua pubblica. Riteniamo che ogni persona abbia diritto ad avere l’acqua potabile a casa senza che nessuno debba arricchirsi alle sue spalle. L’acqua potabile non è una merce, è un bene necessario ad ogni uomo e ad ogni donna e non vogliamo che nessuno possa fare profitti sull’acqua.
Siamo per l’acqua pubblica perché la riteniamo un bene comune così come siamo per la sanità pubblica, per l’istruzione pubblica, affinché la cultura diventi un bene comune. L’acqua pubblica è il primo appuntamento della stagione dei beni comuni: contro le privatizzazioni e superando una concezione burocratica del pubblico.
Siamo in piazza contro il nucleare e per le energie pulite. L’energia nucleare costituisce l’essenza paradigmatica del capitalismo odierno: nociva, pericolosa, incontrollabile, centralizzata, gestita attraverso l’occultamento delle informazioni, basata sullo spreco. L’energia, come l’acqua, è un bene di tutti e di tutte: vogliamo in primo luogo risparmiarla e poi la vogliamo produrre in modo pulito, rinnovabile, decentrato, rispettoso della natura.
Siamo in piazza perché riteniamo che questo capitalismo - tutto centrato sul profitto e sulla gestione autoritaria e centralizzata del potere - ci stia portando alla barbarie. Abbiamo detto negli anni scorsi che un altro mondo è possibile: non solo lo pensiamo anche oggi, ma lo riteniamo più che mai necessario.
Questa manifestazione è importante anche perché può vincere. Fra tre mesi, il 16 giugno, si andrà a votare per i referendum sull’acqua e sul nucleare. Quei referendum possono essere vinti. Il disastro avvenuto in Giappone ha richiamato a livello di massa la pericolosità devastante del nucleare. Dal male dobbiamo trovare il bene. Dal disastro giapponese dobbiamo costruire la possibilità di mettere la parola fine, una volta per sempre, al nucleare in Italia. Il quorum può essere raggiunto. La vittoria nei referendum può cambiare il corso della storia italiana, può chiudere una fase e aprirne un’altra, non solo sul piano politico – e non è poco – ma proprio sul piano delle culture egemoni, di quello che chiamiamo il modello di sviluppo. Questa manifestazione è quindi un punto di partenza per la campagna referendaria che possiamo e dobbiamo vincere. Facciamoci gli auguri.

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