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mercoledì 3 luglio 2013

"Nel mediterraneo c'è un potenziale rivoluzionario sfruttato dalla reazione". Intervista a Fabio Amato

Intervista a Fabio Amato, responsabile esteri di Rifondazione Comunista


Il mediterraneo torna ad infiammarsi. C’entra la crisi economica dell’occidente?
Le rivolte che stanno sconvolgendo tutto il mondo arabo nascono da ragioni strutturali. A cominciare dalla crisi economica, ovviamente, e poi per passare alle speculazioni sui futures del petrolio. Ed e’ questo in fondo che ha unito un pezzo di rivolta urbana, della parte più colta della società, le cui aspettative erano soffocate dal sistema clientelare e nepotistico, al peggioramento elle condizioni di vita di masse operaie e dei contadini stessi. Questo viene sempre sottostimato, ma voglio ricordare che i sindacati hanno avuto un ruolo sia in Tunisia che in Egitto.
Siamo di fronte a un buco nell’analisi degli Usa che invece hanno puntato la loro strategia sul ruolo di Morsi.
Gli Usa credevano al patto non scritto filtrato dal Quatar e dall’Arabia Saudita con la Fratellanza islamica. Un patto che avrebbe dovuto garantire un cambiamento soft dal punto di vista geopolitico. Questo è avvenuto sia in Tunisia che in Egitto. Oggi, pero’, il fatto che i Fratelli musulmani di fatto non abbiano toccato nessuna della cause strutturali della crisi e non abbiano implementato nessuna riforma sociale, anzi si sono affrettati ad occupare tutte le leve del potere e i posti chiave imitando i regimi precedenti in chiave islamica per mantenere la coesione del loro blocco, ci dice che quella fase e’ chiusa.
Cosa ci sta dicendo la mobilitazione in Egitto?
In Egitto la mobilitazione è trasversale. I militari, è evidente che sono parte del patto per la transizione. In Egitto esistono delle soggettività politiche, come in Tunisia dove esiste una sinistra. Però da un punto di vista di forza e di alleanze internazionali i militari e i musulmani sono i soggetti determinanti in questa fase. Nel Fronte di salvezza nazionale ci sono dai liberali alla sinistra.
Cosa lega questa ondata di rivolte alla crisi economica?
Al fondo si tratta di una rivolta rispetto ad una crisi che non ha più confini. Il problema è che non c’è abbastanza consapevolezza di questo legame. Turchia e Egitto sono i paesi della delocalizzazione verso Sud da parte delle aziende e delle multinazionali che operano in Europa e negli Stati Uniti. Le privatizzazioni ovunque applicate comportano la cancellazione dei diritti sociali. La dissoluzione di qualsiasi forma che esisteva prima di Stato sociale ha finito per accendere la miccia. Anche in Turchia tra le forze che hanno animato le proteste ci sono le forze della sinistra radicale per quanto frammentata. Il problema è che se da una parte ci sono le condizioni oggettivamente rivoluzionarie, per adesso i benefici le hanno colte le forze controrivoluzionarie. Il problema è la costruzione di soggettività politiche in grado di proporre la rottura del modello sociale.
Insisto su questo aspetto della crisi, perche’ intanto il potenziale esplosivo dell’Europa potrebbe investire anche le sponde del mediterraneo alla ricerca di una soluzione nuova…
E’ in fondo il nodo della Mesoregione mediterranea. Sarebbe anche una ipotesi naturale e storica. L’Unione europea aveva investito nel processo di Barcellona ma poi si è tradotto in accordi di libero commercio e sfruttamento del lavoro. Oggi, l’Unione europea guarda all’atlantico anche se con la vicenda del Datagate ci saranno non pochi problemi. O si battono quell’ipotesi lì ugualmente in Europa oppure si devono mettere in discussione i trattati così come sono. Il mediterraneo l’Europa l’ha intercettato solo rispetto al tema della delocalizzazione. Quindi, per fare il primo passo va rotta la gabbia neoliberista.
Qual è la situazione del dialogo tra i movimenti delle due sponde?
Si stanno costruendo le reti. E qualche cosa è stato fatto con il Forum mondiale sociale in Tunisia. Ad ottobre a Palermo c’è stata la prima conferenza euromediterranea della sinistra europea. E il prossimo ottobre ci sarà un incontro tra la sinistra europea, il forum di San Paolo e la sinistra del Mediterraneo. E’ chiaro però che i rapporti di forza sono più complessi.
Che vuoi dire?
Ci sono interessi geopolitici enormi e in campo ci sono gli stati nazionali. Noi, di contro, abbiamo reti informali. La ricostruzione di un immaginario tra neoliberismo e movimenti religiosi ci può essere, per esempio, a partire da un panarabismo socialista. In Egitto ha presa, così come in Tunisia. Il fronte della sinistra dimostra che una opzione progressista c’è. Del resto, è proprio agendo su questo elemento dell’immaginario che in Amercia latina sono riusciti a battere il neoliberismo, ovvero grazie al fatto che hanno ripreso un ideale umanista come il socialismo del xxi secolo.
Mi pare che Chavez avesse anche proposto un percorso che portasse ad una nuova internazionale…
Il tema della ricostruzione di una forma permanente e di una nuova internazionale secondo me rispetto a quello che sta accadendo è chiaro che si pone come urgente. Noi avevamo sostenuto quella proposta. Chavez non fu capito.

sabato 19 gennaio 2013

Il programma di Rivoluzione Civile


“UNA RIVOLUZIONE CIVILE PER RICOSTRUIRE IL PAESE”
UN PROGRAMMA PER GOVERNARE L’ITALIA
Vogliamo realizzare una rivoluzione civile per attuare i principi di uguaglianza, libertà e democrazia della Costituzione repubblicana.
Vogliamo realizzare un “nuovo corso” delle politiche economiche e sociali, a partire dal mezzogiorno, alternativo tanto all’iniquità e alla corruzione del ventennio berlusconiano, quanto alla distruzione dei diritti sociali, del lavoro e dell’ambiente che ha caratterizzato il governo Monti.

VOGLIAMO UNA RIVOLUZIONE CIVILE:

• per l’Europa dei diritti, contro l’Europa delle oligarchie economiche e finanziarie. Vogliamo un’Europa autonoma dai poteri finanziari e una riforma democratica delle sue istituzioni. Siamo contrari al Fiscal Compact che taglia di 47 miliardi l’anno per i prossimi venti anni la spesa, pesando sui lavoratori e sulle fasce deboli, distruggendo ogni diritto sociale, con la conseguenza di accentuare la crisi economica. Il debito pubblico italiano deve essere affrontato con scelte economiche eque e radicali, finalizzate allo sviluppo, partendo dall’abbattimento dell’alto tasso degli interessi pagati. Accanto al Pil deve nascere un indicatore che misuri il benessere sociale e ambientale;

• per la legalità e una nuova politica antimafia che abbia come obiettivo ultimo non solo il contenimento ma l’eliminazione della mafia, che va colpita nella sua struttura finanziaria e nelle sue relazioni con gli altri poteri, a partire da quello politico. Il totale contrasto alla criminalità organizzata, alla corruzione, il ripristino del falso in bilancio e l’inserimento dei reati contro l’ambiente nel codice penale sono azioni necessarie per liberare lo sviluppo economico;

• per la laicità e le libertà. Affermiamo la laicità dello Stato e il diritto all’autodeterminazione della persona umana. Siamo per una cultura che riconosca le differenze. Aborriamo il femminicidio, contrastiamo ogni forma di sessismo e siamo per la democrazia di genere. Contrastiamo l’omofobia e vogliamo il riconoscimento dei diritti civili, degli individui e delle coppie, a prescindere dal genere. Contrastiamo ogni forma di razzismo e siamo per la cittadinanza di tutti i nati in Italia e per politiche migratorie accoglienti;

• per il lavoro. Non vogliamo più donne e uomini precari. Siamo per il contratto collettivo nazionale, per il ripristino dell’art. 18 e per una legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro. Vogliamo creare occupazione attraverso investimenti in ricerca e sviluppo, politiche industriali che innovino l’apparato produttivo e la riconversione ecologica dell’economia. Vogliamo introdurre un reddito minimo per le disoccupate e i disoccupati. Vogliamo che le retribuzioni italiane aumentino a partire dal recupero del fiscal drag e dalla detassazione delle tredicesime. Vogliamo difendere la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro;

• per le piccole e medie imprese, le attività artigianali e agricole. Deve partire un grande processo di rinascita del Paese, liberando le imprese dal vincolo malavitoso, dalla burocrazia soffocante. Vanno premiate fiscalmente le imprese che investono in ricerca, innovazione e creano occupazione a tempo indeterminato. Vanno valorizzate le eccellenze italiane dall’agricoltura, alla moda, al turismo, alla cultura, alla green economy;

• per l’ambiente. Va cambiato l'attuale modello di sviluppo, responsabile dei cambiamenti climatici, del consumo senza limiti delle risorse, di povertà, squilibri e guerre. Va fermato il consumo del territorio, tutelando il paesaggio, archiviando progetti come la TAV in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto di Messina. Va impedita la privatizzazione dei beni comuni, a partire dall’acqua. Va valorizzata l'agricoltura di qualità, libera da ogm, va tutelata la biodiversità e difesi i diritti degli animali. Vanno creati posti di lavoro attraverso un piano per il risparmio energetico, lo sviluppo delle rinnovabili, la messa in sicurezza del territorio, per una mobilità sostenibile che liberi l’aria delle città dallo smog;

• per l’uguaglianza e i diritti sociali. Vogliamo eliminare l’IMU sulla prima casa, estenderla agli immobili commerciali della chiesa e delle fondazioni bancarie, istituire una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Vogliamo colpire l’evasione e alleggerire la pressione fiscale nei confronti dei redditi medio-bassi. Vogliamo rafforzare il sistema sanitario pubblico e universale ed un piano per la non-autosufficienza. Vogliamo il diritto alla casa e il recupero del patrimonio edilizio esistente. Vogliamo un tetto massimo per le pensioni d’oro e il cumulo pensionistico. Vogliamo abrogare la controriforma pensionistica della Fornero, eliminando le gravi ingiustizie generate, a partire dalla questione degli “esodati”;

• per la conoscenza, la cultura, l’informazione libera. Affermiamo il valore universale della scuola, dell’università e della ricerca pubbliche. Vogliamo garantire a tutte e tutti l’accesso ai saperi, perché solo così è possibile essere cittadine e cittadini liberi e consapevoli, recuperando il valore dell’art. 9 della Costituzione, rendendo centrali formazione e ricerca. Vogliamo valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico. Vogliamo una riforma democratica dell’informazione e del sistema radiotelevisivo che ne spezzi la subordinazione al potere economico-finanziario. Vogliamo una legge sul conflitto di interessi e che i partiti escano dal consiglio di amministrazione della Rai. Vogliamo il libero accesso a Internet, gratuito per le giovani generazioni e la banda larga diffusa in tutto il Paese;

• per la pace e il disarmo. Va ricondotta la funzione dell’esercito alla lettera e allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione a partire dal ritiro delle truppe italiane impegnate nei teatri di guerra. Va promossa la cooperazione internazionale e l’Europa deve svolgere un’azione di pace e disarmo in particolare nell’area mediterranea. Vanno tagliate le spese militari a partire dall’acquisto dei cacciabombardieri F35;

• per una nuova questione morale ed un’altra politica. Vogliamo l'incandidabilità dei condannati e di chi è rinviato a giudizio per reati gravi, finanziari e contro la pubblica amministrazione. Vogliamo eliminare i privilegi della politica, la diaria per i parlamentari, porre un tetto rigido ai compensi dei consiglieri regionali e introdurre per legge il limite di due mandati per parlamentari e consiglieri regionali. Vogliamo una nuova stagione di democrazia e partecipazione.

domenica 11 marzo 2012

Massacro a Gaza



Mentre scriviamo continuano i raid israeliani nella Striscia di Gaza, iniziati nella giornata del 9 marzo. Ma più che di raid, sarebbe opportuno parlare di una strage di stato, iniziata con un omicidio premeditato. 
Vi racconteranno che il raid è scattato come rappresaglia contro il lancio di razzi Qassam verso Israele. Ma la dinamica dei fatti non è questa. Non è questo l’ordine cronologico degli avvenimenti. E ancora una volta la stampa occidentale, seguendo i diktat di Israele, si copre di vergogna, narrando una verità distorta, omettendo, occultando, tacendo, travisando. Questa volta, come mille altre volte. Propaganda. Propaganda per negare l’ennesima aggressione e le responsabilità di un omicidio premeditato e di una strage studiata a tavolino.
Il Jerusalem Post del 10 marzo in un articolo ci racconta di un’«ondata di razzi palestinesi» e ci dice che «i terroristi palestinesi hanno lanciato più di 90 razzi, fra Qassam e Grad a più lunga gittata.

Almeno otto i feriti, venerdì sera, nella zona di Eshkol, compresi alcuni lavoranti stranieri. Danni a vetture, tralicci elettrici, finestre delle abitazioni».  Ci dice anche che venerdì sera «le Forze di Difesa israeliane hanno colpito e ucciso Zuhair al Qaissi, comandante dell’ala terroristica dei Comitati di Resistenza Popolare» aggiungendo: «nel corso della notte di venerdì e della mattinata di sabato, le Forze di Difesa israeliane hanno individuato e colpito a più riprese cellule di terroristi impegnate nel lancio di razzi». 
E allora proviamo a ricapitolare i fatti, solamente i fatti, nell’ordine cronologico in cui sono avvenuti. Nella giornata di venerdì 9 marzo, con un’esecuzione mirata, gli israeliani hanno ucciso Zuhair al Qaissi, comandante dei Comitati di Resistenza Popolare, una formazione alleata di Hamas. Al Qaissi si trovava a Tel al Hawa, a Gaza, ed era in auto con Ahmed Hananni, quando un cacciabombardiere israeliano ha sganciato un razzo che li ha centrati uccidendoli. Si può quindi parlare di un’esecuzione, di un omicidio mirato. 
E da lì è iniziata una notte di inferno per Gaza, dove l’aviazione israeliana ha lanciato raid a ripetizione, in risposta al lancio di alcuni razzi, in vari punti del capoluogo, uccidendo, nella sola nottata, 12 palestinesi e ferendone 25. Raid che non si sono fermati. Nella giornata di sabato sono continuati gli attacchi, facendo altri morti e feriti, con un bilancio in continua evoluzione. Attacchi e bombardamenti che hanno colpito civili inermi: un ragazzo di vent’anni è morto per le ferite riportate dal bombardamento del quartiere al Tuffah, a Gaza Est, insieme ad altre persone che sono rimaste ferite. Due passanti sono rimasti uccisi e un terzo gravemente ferito per un bombardamento vicino al Consiglio legislativo. Due case sono state distrutte dal bombardamento a Beit Lahia, a nord di Gaza, che ha prodotto altri due morti e diversi feriti. All’alba altri due palestinesi sono morti, uno vicino al Consiglio legislativo, l’altro era in un’auto civile a Deir al Balah. A mezzogiorno di sabato nella parte est di Khan Yunis un aereo ha preso di mira una motocicletta. Ci sono stati, è ovvio, anche attacchi ad obiettivi militari: alla sede delle Brigate Al Qassam e contro una postazione delle Brigate Al Naser Saleh a Rafah. 
Rosa Schiano, l’attivista italiana che da tempo vive a Gaza, posta continui aggiornamenti su Facebook. Questo è un suo post del pomeriggio di sabato: «Non è finita, gli attacchi continuano. Da poco tornata a casa, sono andata al funerale di una delle vittime in Jabalia.  Ho abbracciato la moglie mentre piangeva a dirotto, l'ho stretta forte nello strazio, sono andata poi allo Shifa Hospital, il capo del reparto di emergenza ci ha detto che 14 morti e 20 feriti sono arrivati allo Shifa, 4 di loro sono gravemente feriti. Israele ha usato armi non convenzionali, molti morti sono arrivati senza testa. Non sanno di che armi si tratti. E' arrivato poi in ospedale uno dei feriti da Shijaia, dove i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro i manifestanti dopo un funerale. Alcuni ragazzi si erano avvicinati al confine tirando pietre e i soldati hanno risposto sparando. Mentre ero per strada un'enorme esplosione, hanno colpito una  zona dove si trova un campo militare, ho visto ambulanze sfrecciare, ho saputo di tre feriti. Per il momento questi sono gli aggiornamenti». 
Questa è la cronaca dei fatti, nella giusta cronologia. Ad ora ci troviamo con il bilancio di alcuni feriti israeliani (quattro secondo alcune fonti, otto secondo fonti israeliane), e di 15 morti e 30 feriti palestinesi. Temiamo che purtroppo il bilancio possa aggravarsi. 
Ora, il racconto cronologico dei fatti ci narra una versione molto diversa da quella raccontata dai media e ci pone di fronte a un’altra realtà, altre responsabilità, e la sproporzione tra le vittime dei bombardamenti è un altro elemento di chiarezza, di tragica chiarezza, in questo ennesimo attacco alla popolazione civile di Gaza. 
Ci si può chiedere perché oggi si sia di nuovo scatenato l’inferno in questa piccola, martoriata, striscia di terra. A chi giova versare ancora sangue palestinese? Chi vuole spezzare la volontà di dialogo e il processo di unione dei palestinesi? Chi sistematicamente, impunemente, può calpestare il diritto internazionale? Chi ha interesse a schiacciare ogni passo verso un processo di pace? Ma quel che indigna oggi è anche l’occultamento, l’ennesimo occultamento della verità da parte della stampa occidentale, che si fa complice come sempre della criminale arroganza del governo israeliano. 
E’ forte  ormai il disagio da parte palestinese verso un’Europa debole che non prende alcuna posizione, che non riesce a far elevare una voce di dissenso nei confronti della politica del governo israeliano. Una situazione di stagnazione negoziale e di aggressione interna sui Territori Occupati e a Gaza. Una situazione ormai arrivata a un punto di non ritorno. Anche la pazienza palestinese ha un limite. E più di sessant’anni di pazienza ci sembrano veramente tanti. Troppi.

Federica Pitoni – Mezzaluna Rossa Palestinese-Italia

sabato 25 febbraio 2012

La strada per la Siria

La strada per la Siria
di Gianpaolo Calchi Novati


In Siria c’è un sistema personale, dinastico e autoritario. Il regime ha reagito con spietatezza alle manifestazioni di protesta di alcuni settori della società coinvolgendo senza scrupoli i civili e intere città nella repressione. Il numero dei caduti è probabilmente più basso delle cifre esagerate fornite da fonti esterne non controllabili, ma anche una sola vittima in un processo di riforma politica volto a introdurre una maggiore libertà è già troppo. La Siria, a parte i suoi più che illustri precedenti storici, occupa uno spazio di grande rilevanza geopolitica nel Medio Oriente ed esercita un’alta influenza su una vasta zona che include il Libano, la Giordania e finché possibile la Palestina.
Se questo, approssimativamente, è il contesto la domanda è: la strada migliore per una soluzione della crisi è incentivare l’opposizione in armi o mettere in campo tutti gli strumenti della politica delegittimando o almeno scoraggiando la violenza di tutti? L’esperienza dovrebbe aver dimostrato a sufficienza quali e quante siano le distruzioni fisiche e morali che si lasciano dietro le guerre «umanitarie». Non è bastato, prescindendo qui dalle motivazioni reali delle guerre, il massacro di un intero popolo in Iraq e Afghanistan che richiederà anni per sanare tutte le ferite? L’assurdo di un simile sviluppo sta nel fatto che la globalizzazione prevede l’inclusione e non la separazione propria della guerra fredda (con un blocco o con l’altro): le fiammate di ritorno di questi incendi investono intere regioni, provocano migliaia di profughi e vendette incrociate, inceppano quelle forme di democrazia e governance che a parole si dice essere funzionali alla stabilità e al progresso generale.
Ci sono purtroppo tutte le condizioni per una ripetizione della fattispecie libica, che sarebbe completa se Homs, come verosimilmente cercano di ottenere i ribelli, divenisse una «città libera» trasformandosi in una Bengasi siriana.
Alcune nazioni arabe, le potenze occidentali, forse la Turchia hanno come solo fine il famoso “regime change” che ha un significato molto diverso dall’autodeterminazione dei popoli e che in teoria non rientra neppure nei compiti dell’Onu. Infiltrazioni di truppe speciali, contractors, esperti di intelligence e travaso di armi starebbero già avvenendo. Qualche dubbio resta se Israele preferisce un Assad in ambasce o un Assad massacrato dalla folla aprendo un vuoto di potere dagli esiti imprevedibili. L’Onu ha sancito in una risoluzione che fa testo la Responsabilità a Proteggere (il cosiddetto RP). Se il governo in carica non rispetta i diritti fondamentali della cittadinanza, i paesi terzi hanno il diritto e al limite il dovere di agire per far cessare gli abusi.
Sappiamo tutti che ci saranno sempre disparità e un trattamento diverso fra grandi e piccoli ma questo è ancora il meno perché appartiene al realismo della politica internazionale. La dottrina internazionalistica ha chiarito la perfetta congruenza con questa risoluzione di pressioni, sanzioni, esclusione dal novero della comunità internazionale. Resta però valida la Carta sul punto dell’azione militare. Né gli stati singolarmente né le coalizioni o organizzazioni regionali e internazionali possono fare la guerra se non per motivi strettamente difensivi. Tanto meno lo può la Nato, che è un residuato della guerra fredda e che come tale viene percepita anche se portasse ghirlande di fiori. Fausto Pocar scrive letteralmente in un articolo pubblicato nell’ultimo numero della rivista dell’Ispi (Quaderni di Relazioni Internazionali) che l’insieme delle norme del diritto internazionale vigente induce a ritenere che le operazioni militari siano riservate agli “appropriate competent bodies”.
Un organismo competente appropriato sarebbe ovviamente l’Onu. L’Onu ha regole ritenute defatiganti e inconcludenti ma anche i decreti-legge più urgenti nei sistemi di tipo democratico devono essere approvati dal parlamento. D’altra parte, l’Onu ha perso molta della sua credibilità e delle sua stessa legittimità proprio negli ultimi anni. Troppe guerre senza nessuna convalida e senza controlli sulla conduzioni delle operazioni. Troppe risoluzioni applicate in modo unilaterale con forzature di contenuto e intensità o addirittura misinterpretate a fini di parte. L’aggiunta di un’espressione innocua come «altre misure» in un testo che fa appello a un’azione combinata contro una situazione infausta (come sarebbe avvenuto nel caso dell’ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza bocciata dal veto di Russia e Cina) è sospetta in quanto può diventare una breccia per il passaggio senza altre mediazioni ai bombardamenti. Torna a proposito ricordare come venne usata dalla Francia e dalla Gran Bretagna la risoluzione 1973 sulla Libia. In questa prospettiva, la natura effettiva del fronte combattente è un fattore secondario.
Il presidente Assad ha messo in moto una procedura di auto-conferma accettando di discutere con la parte più disponibile dell’opposizione. È inutile scandalizzarsi: è la tattica impiegata da tutte le potenze impegnate in una guerra di repressione. Lo ha fatto la Francia in Algeria aggirando il Fln alla ricerca di un’ipotetica “terza forza” e lo stanno facendo gli Stati Uniti negoziando con i taliban «moderati». Non è affatto detto che ci siano i margini per un compromesso accettabile evitando il peggio, ma, pur evitando di idealizzare gli scenari internazionali di altre epoche storiche, sarebbe veramente triste se nell’era della globalizzazione la diplomazia fosse ridotta a decidere i modi e i tempi di una nuova guerra.

lunedì 20 febbraio 2012

Afghanistan: è ora di tornare a casa.


I tre soldati italiani morti oggi in Afghanistan portano a 45 le vittime del nostro paese a poco più di dieci anni dall'inizio della folle avventura bellica. La guerra in Afghanistan ha provocato decine di migliaia di morti, ancor più feriti, e non ha migliorato la situazione di quel paese. In spregio alla nostra Costituzione e contro la volontà dell'opinione pubblica italiana, in un periodo di crisi economica in cui si parla tanto di sacrifici necessari, questa missione di guerra costa all'Italia oltre due milioni di euro al giorno, 780 milioni l'anno. Basta: non possiamo più aspettare, è ora di ritirarci.

domenica 19 febbraio 2012

Aerei da Guerra: mezzo passo avanti e due indietro

Mezzo passo avanti e due indietro
Giulio Marcon - www.sbilanciamoci.info


Mezzo passo in avanti e due indietro, così si potrebbero commentare le dichiarazioni del ministro-ammiraglio Di Paola alle commissioni Difesa di Camera e Senato. Il mezzo passo in avanti è l’annuncio della riduzione delle Forze Armate di 30mila unità (dalle attuali 183mila).
Per farlo, questo mezzo passo in avanti il ministro-ammiraglio se la prende comoda: ha detto che ci vorranno 10 anni.Per mandare a casa gli operai della Irisbus e della Thyssen bastano poche ore, per ridurre il numero di generali e militari, due lustri. E poi in realtà, bisognerebbe ridurre almeno il doppio di quanto previsto da Di Paola. Le nostre Forze Armate potrebbero benissimo fare a meno di 60mila ufficiali e soldati, senza venir meno agli obblighi costituzionali (la “difesa della patria”) e agli impegni internazionali nelle missioni “di pace” (tra cui quella “di guerra” dell’Afghanistan). Tutto questo sarà accompagnato da una “legge delega” alquanto discutibile, perchè -su un tema così importante- riduce i poteri del Parlamento dando al governo il compito di dettagliare norme molto delicate e sensibili.
I due passi indietro sono il mantenimento del programma di produzione e acquisizione dei cacciabombardieri F35 (parzialmente ridotti di numero, da 131 a 90) e di un bilancio della difesa a livelli altissimi (cioè 21 miliardi di euro). I soldi risparmiati per il personale saranno investiti nel miglioramento dell’”efficienza” delle Forze Armate, cioè in nuovi sistemi d’arma sempre più costosi e inutili. E per gli F35 -se fossero 90 invece di 131- alla fine sempre più di 10 miliardi andremmo a spendere. In realtà quelle avanzate da Di Paola sono delle finte riduzioni: anche con questo numero più contenuto di F35 (e con la ventennale riduzione di un po’ di militari), le spese militari aumenterebbero -in termini reali- mediamente del 5-6% ogni anno, se includiamo tutte le spese, ed in particolare quelle per i sistemi d’arma e per le missioni all’estero che non sono contabilizzate nel bilancio della difesa.
Anche per questo è ormai patetica la lamentosa propaganda del ministro della difesa di turno (questa è la volta di Di Paola ) di un bilancio della difesa ridotto allo 0,9% del PIL (perchè non vengono considerate le spese che vengono sostenute da altri ministeri come quello dello sviluppo economico), quando dalla NATO al SIPRI (il prestigioso istituto svedese per il disarmo) ci dicono che le spese militari del nostro paese rappresentano l’1,4% del PIL, sostanzialmente in linea con la media europea. C’è poi chi – come il generale Tricarico, Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica – afferma che dagli F35 ci saranno benefici economici per oltre 13 miliardi di euro. Ma quando, dove? Parole e numeri in libertà. Magari -con sprezzo del ridicolo- Tricarico potrebbe proporre di costruire qualche altro centinaio di F35 in più per uscire dalla recessione e rilanciare l’economia. Generali ed ammiragli sembrano in realtà avere a cuore solo il loro interesse corporativo e particolare.
L’interesse generale del paese è invece un altro: ridurre la spesa militare per investire nel rilancio dell’economia; risparmiare 10 miliardi di euro degli F35 per potenziare gli ammortizzatori sociali per i disoccupati, per i precari e per salvaguardare i redditi delle pensioni minime e dei salari più bassi. Il paese non si salverà con i dottor Stranamore -che al massimo ci condurranno in qualche nuova avventura bellica- ma con le persone di buon senso (e speriamo che nel governo Monti qualcuna ancora ce ne sia) che sappiano usare bene la spesa pubblica contro questa crisi così drammatica. E’ anche per questo che è importante rilanciare la campagna contro gli F35 promossa da Sbilanciamoci, Rete Disarmo, Tavola per la pace, Unimondo con il costante e convinto sostegno del manifesto e promuovere il prossimo 25 febbraio in tutte le città d’Italia, manifestazioni e iniziative per chiedere lo stop agli F35 (per info: www.sbilanciamoci.org e www.disarmo.org). Quei 10 miliardi di euro si possono risparmiare e si può ridurre il debito pubblico, oppure con lo stesso importo si possono creare migliaia di posti di lavoro in imprese che si dedicano al riassetto idrogeologico del territorio, alla messa in sicurezza delle oltre 12mila scuole che non rispettano la 626, alla creazione di 4mila nuovi asilo nido pubblici. Si può rischiare il default per tanti motivi, ma non certo per dei cacciabombardieri e per far contenta la casta dei generali.

sabato 11 febbraio 2012

Preparativi di guerra in Siria.

In Siria è in corso una guerra civile. Le potenze occidentali vogliono riportare il medioriente sotto il loro controllo imperialista. Per legittimare questa nuova guerra, è già partita una campagna mediatica in cui qualsiasi menzogna può essere detta.

Siria: guerra mediatica. Come si usano i neonati di Homs.
www.rifondazione.it


La tempesta mediatica imperversa sulla Siria. I cosiddetti Comitati di coordinamento locale (Lcc), appartenenti all’opposizione, hanno detto alla tivù del Qatar Al Jazeera che almeno 18 neonati sarebbero morti nelle incubatrici dell’ospedale pediatrico al Walid perché i colpi di artiglieria pesante dell’esercito siriano contro il centro di Homs avrebbero causato un black-out elettrico, togliendo l’alimentazione agli apparecchi. Il governo nega e sostiene che gli ospedali funzionano correttamente; anzi insieme a molte altre denunce circa atti di violenza e sabotaggio compiuti da gruppi armati, riferisce che l’ospedale al Naimi in provincia è stato preso di mira da gruppi armati che l’hanno saccheggiato.

La notizia sui 384 bambini uccisi in Siria era già stata diffusa dall’agenzia Reuters il 27 gennaio (leggi) ma – curiosamente - è esplosa sui massa media solo il 7 febbraio, cioè dodici giorni dopo, ovvero quando l’escalation politico-mediatica sulla Siria aveva trovato una doppia difficoltà con l’occultamento del rapporto degli Osservatori della Lega Araba che era venuto alla luce e con Russia e Cina che avevano posto il veto al Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione contro la Siria. Inoltre nel report ufficiale delle Nazioni Unite, la responsabile dell’Unicef Marixie Mercado riporta testualmente qual è la fonte delle sue informazioni e cioè che "secondo le organizzazioni siriane dei diritti umani oltre 400 bambini sono stati uccisi e altri 400 sono in custodia". Vedi.
Ma la notizia dei neonati di Homs ha avuto grande risonanza soprattutto in Italia. E’ lecito sollevare più di un dubbio. E non solo perché nemmeno i regimi più brutali avrebbero interesse a colpire neonati e ospedali (per la verità ad eccezione di Israele che gli ospedali palestinesi o libanesi li ha sempre colpiti e sempre ne è uscita impunita).
La fonte (gli Lcc) è di parte e non dà alcuna prova. Oltretutto, tutti gli ospedali hanno generatori; se c’è un black-out elettrico funzionano quelli. Succedeva perfino nell’Iraq e nella Libia sotto le bombe, dove l’elettricità andava a singhiozzo.
Poi l’accusa di tagliare la spina alle incubatrici ha più di un precedente e non solo in Siria. Sempre smentito. La scorsa estate i social network (twitter a partire dal 30 luglio) diffondono l’atroce notizia: tutti i bambini prematuri sono morti nelle incubatrici ad Hama perché gli shabiba (milizie di stato) hanno tagliato l’elettricità durante l’assalto alla città. Si parla di qaranta in un solo ospedale; senza precisare quanti sarebbero negli altri. Il 7 agosto la Cnn riferisce: l’Osservatorio siriano per i diritti umani di Londra (sempre quello) denuncia l’assassinio di otto bambini prematuri, “martiri” nell’ospedale al Hurani, sempre a causa dei black-out. Ovviamente nessuna notizia circa il lavoro dei generatori…. Una foto corredava la denuncia: un gruppo di neonati, arrossati, tutti insieme in un unico lettuccio. Dopo qualche tempo viene fuori che la foto era stata pubblicata mesi prima sul giornale egiziano al Badil al Jadid e si riferiva a un problema meno grave, ed egiziano: un ospedale sovraffollato di Alessandria. I bambini erano rossi e vivi, anche se in spazi ristretti.
Del resto, chi non ricorda l’altro falso, datato 1990? Gli invasori iracheni avevano rubato le incubatrici negli ospedali pediatrici, causando la morte di diversi bambini prematuri. Venne poi fuori che il tutto era stato orchestrato dall’ambasciata kuwaitiana negli Usa, che agiva sotto le mentite spoglie del Comitato “Citizens for a Free Kuwait” e con l’assistenza da parte dell’agenzia di public relations Hill & Knowlton - per la modica cifra di 1 milione di dollari.
Del resto anche l’ultima denuncia dell’Unicef riguardo alla Siria (400 fra i minori – in inglese children) è molto vaga quanto alle fonti; si riferisce a “media presenti a Homs” e a “rapporti” (all'Unicef internazionale abbiamo chiesto più dettagli, finora invano). Il non avere avuto riscontro ci fa supporre, e ovviamente sperare, che la notizia sia falsa. Ma la sua diffusione sarà utilizzata per convince tanti pacifisti della giustezza di un’azione di guerra che di vittime bambini ne vedrà ben più di 400.


venerdì 10 febbraio 2012

L'illusionista Monti dall'Imperatore Obama.

L'illusionista Monti
di Fabio Amato, Responsabile esteri PRC - www.rifondazione.it


Leggendo nelle pieghe dei commenti e delle  cronache trionfali della visita americana del Presidente del consiglio Monti, si possono cogliere, nonostante i toni enfatici, celebrativi e stucchevoli della stampa allineata al governo tecnico, in cui spicca Repubblica,  alcuni elementi di scetticismo che Obama non ha mancato di sottolineare a quello che viene celebrato come salvatore dell’Italia e dell’Europa.

Infatti c’è una domanda che fa Obama  semplice semplice, a cui il nostro Presidente del Consiglio non risponde. Come riuscirà, Mr Monti, a far coincidere rigore e crescita, visto che oramai anche le agenzie e gli analisti un tempo fan del neoliberismo sostengono che l’effetto recessivo di tali politiche non può che portare ad una recessione con conseguente peggioramento  del deficit e del debito?  Monti non risponde a questa domanda, perché la risposta la conoscono tutti. Obama in primis.
Ovvero che non è possibile portare alla crescita attraverso i tagli e le folli politiche di austerità che si stanno applicando in Italia e nel resto d’Europa.
A meno che il professore non abbia poteri magici in grado si sovvertire regole basilari della politica economica, infatti, il futuro che ci aspetta non è roseo come Repubblica vuole far credere.
Il rigore non porterà crescita ma solo recessione, le manovre di Monti e della compagnia europea ( BCE, commissione, Merkozy) salveranno le banche e i pescecani della speculazione, ma affosseranno il paese e , come è già più che evidente per la Grecia, faranno pagare ai ceti popolari i pesanti effetti di queste sciagurate politiche economiche.  Toglieranno diritti ai lavoratori, ai precari, agli studenti. Ma creeranno solo disoccupazione e ingiustizia sociale.
Mr Monti viene celebrato in realtà per tentare di usarlo come strumento di pressione nei confronti della Germania, per tentare di smuovere la Merkel dalle sue posizioni ultrarigoriste, giudicate eccessive persino da Washington. Tentativo finora risultato vano anche per Obama. E qui invece Monti il tedesco risponde e lo fa chiaramente. Inutile sperare che la Germania e la Merkel faranno politiche keynesiane di sostegno alla crescita. Le aperture di credito, le dichiarazioni trionfali su Monti diga per l’euro, servono a dissimulare il timore che questa diga costruita sul rigore crolli con l’inevitabile recessione economica che è l’unica certezza sugli effetti che avranno le manovre del governo.
Gli Stati Uniti però, possono comunque essere soddisfatti ed essere sicuri di una cosa. Ovvero che l'Italia è oggi allineata più che mai alla Nato e alla sua strategia nel Mediterraneo. Questo è il biglietto da visita con il quale si è presentato Monti.
Con questo governo, in caso di intervento armato alla Siria o all’Iran, continueremo ad essere, come e più di prima, la fedele portaerei della Nato nel Mediterraneo, complici  di sciagurate e nuove guerre, come nel caso della Libia.

sabato 27 agosto 2011

Libia: liberata o colonizzata?


di Fabio Amato (responsabile esteri Rifondazione)
su Liberazione del 24/08/2011
Gli oltre ventimila bombardamenti umanitari della Nato sembrano essere riusciti, dopo 5 mesi, ad aver ragione del regime di Gheddafi. Un epilogo in gran parte scontato, dopo la decisione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di dare il via libera ai raid della Nato, spacciati per difendere i civili, ed invece utilizzati per sostenere i bengasini contro il regime di Gheddafi. Un precedente molto pericoloso, contrario allo spirito stesso della carta dell'Onu, che temiamo possa in futuro essere usato per promuovere altre ed interessate guerre umanitarie. In queste ore la guerra continua anche nei media, dove si era giocata anche gran parte della iniziale propaganda a sostegno dell'intervento di Francia, Gb, Usa e Nato poi. Notizie di arresti e di conquiste poi smentite, voci che danno in fuga Gheddafi salvo poi sentire dalla sua voce la sua volontà di non lasciare la Libia e Tripoli.
Questa di Libia è stata una guerra particolare. Le potenze occidentali e la Nato l'hanno combattuta dalla distanza di sicurezza della loro prepotente e inarrivabile superiorità aerea. Da lì hanno aiutato l'avanzata dei ribelli, hanno mano a mano distrutto le infrastrutture libiche e la possibilità delle truppe lealiste di poter combattere alla pari con quelle ribelli, nel frattempo addestrate e rifornite di armi dagli alleati occidentali.
Non sappiamo quale sarà il futuro della Libia. Di sicuro quello che hanno in mente le potenze occidentali che, pur con i bilanci dei loro stati in rosso, non hanno esitato a spendere milioni di dollari ed euro per conquistare la Libia, è sicuramente quello di un paese da rapinare delle sue immense ricchezze. Chi ne sarà il futuro padrone o gestore dovrà essere ben consapevole che l'aiuto offerto dalla Nato non è né gratis né per spirito umanitario. Questo va ricordato a quanti, troppi, anche nei nostri paesi e nel movimento pacifista, hanno esitato a condannare l'aggressione della Nato.
Non sono le ragioni della democrazia a muovere i cacciabombardieri. Sono quelle di un disegno neo coloniale, che ha scelto la Libia perché era l'anello più debole militarmente e senza alleati internazionali, per le tante piroette che nei decenni avevano visto Gheddafi allearsi e scaricare molti, se non tutti. E' rimasto vittima della sua ultima svolta. Quella dell'alleanza con l'Occidente.
Nel mondo arabo in subbuglio, coloro che stanno per ora dettando l'agenda sono le petromonarchie del golfo. Regimi dispotici ma alleati da sempre degli Stati Uniti, con cui le famiglie al potere sono legate da profondi intrecci di affari: sono costoro che stanno determinando il futuro assetto della regione. Usando a loro favore le ribellioni dei popoli a regimi personali e dispotici. Non è un caso che Baherein e Yemen, i cui regimi sono amici dei sauditi, abbiano potuto reprimere le ribellioni interne senza interferenza alcuna. O che un altro paese chiave dell'area, la Turchia, possa bombardare nel nord dell'Iraq i villaggi kurdi senza udire voci di sdegno o cori di disapprovazione dal blocco mediatico.
Per il futuro della Libia, al momento coloro che si conoscono sono le facce note del Cnt, il consiglio di transizione nazionale, ovvero quelle di ex sgherri del regime di Gheddafi. Nessuno di questi, da Jalil a Jibril, può presentarsi come estraneo a quanto accaduto in Libia negli ultimi anni e durante il regime di Gheddafi. Jallud da vent'anni oramai è fuori dai giochi, ed è la carta che il nostro paese tenta di giocare per non rimanere ai margini nella ridefinizione degli assetti di potere futuri. Crediamo che nonostante le rassicurazioni che il Cnt ha voluto dare all'Italia e all'improbabile Ministro degli Esteri Frattini, saranno Sarkozy e Cameron a presentarsi come liberatori e ad ottenere per loro la gran parte della torta.
Ma resta da vedere se l'equlibrio che finora i clan e le forze antigheddafi hanno trovato fra di loro reggerà nei prossimi mesi e giorni. Se invece non si apriranno, come è purtroppo probabile, scontri e competizioni per il potere. Resta da vedere se rimarranno o meno forze fedeli a Gheddafi che non accetteranno la resa.
I ribelli festeggiano la fine di un regime. Se questo sarà l'inizio di un futuro migliore per il popolo o dell'incubo dell'aprirsi di uno scontro di potere senza esclusione di colpi, di una guerra civile che veda moltiplicarsi le sofferenze del popolo libico, lo sapremo solo nei prossimi mesi. Abbiamo visto come le guerre in Iraq, Afghanistan, Kosovo sono finite. Vedremo se la Libia sarà dei libici o delle potenze neocoloniali. Quelle che premono per scongelare le sue enormi ricchezze finanziarie, affamate di soldi come sono in questi tempi di capitalismo in crisi. Temiamo di no. Temiamo che il popolo libico sarà la preda di questo nuovo colonialismo umanitario.

domenica 3 luglio 2011

Ancora morti in Afghanistan: RITIRO IMMEDIATO!

Il segretario nazionale del PRC, Paolo Ferrero, ha reagito alla notizia della morte del militare italiano Gaetano Tuccillo nella guerra in Afghanistan:"Esprimo le più profonde condoglianze alla famiglia del militare morto stamane in Afghanistan. Nel contempo ribadisco la necessità di ritirare immediato il nostro contingente. Non stiamo partecipando ad una missione di pace ma ad una guerra di occupazione completamente al di fuori della nostra Costituzione. Tremonti invece di fare i tagli agli enti locali, tagli le missioni militari in Afganistan e in Libia

venerdì 15 aprile 2011

Restiamo umani

L'attivista Vittorio Arrigoni, la voce della Striscia di Gaza durante i giorni peggiori dell'assedio israeliano, è stato rapito e assassinato da un gruppo fondamentalista islamico. Tutte le forze della Resistenza Palestinese avevano condannato il sequestro e richiesto l'immediato rilascio, nonostante questo l'esecuzione è avvenuta lo stesso e il corpo è stato ritrovato durante il blitz organizzato dalle forze di Hamas contro il gruppo di rapitori. Non è ancora chiaro chi ci sia realmente dietro ai rapitori, l'unica cosa chiara è che questo indebolisce ulteriormente la Causa Palestinese e la solidarietà internazionale.
Come avrebbe detto Vittorio: restiamo umani. 

Dal blog di Simone Oggionni,  pubblichiamo la lettera del Delegato della Mezza Luna Rossa in Palestina.

CARO VITTORIO,

Di sicuro i tuoi assassini conoscevano chi eri e cosa rappresentavi. Non è importante chi erano gli assassini e cosa rappresentano, ma alla fine dei conti, hanno commesso un delitto e un brutale odioso assassinio.
Hanno ucciso un uomo libero, un amante della libertà e della giustizia, un amico della pace e del popolo palestinese, che tu ha difeso, hai amato e che hai fatto della sua causa una ragione di esistenza e di vita.
Non so chi sono e cosa rappresentano, ma so che NON sono palestinesi, che sono un pericolo serio e costante per i palestinesi e che sono degli assassini della Palestina, della sua causa, del suo popolo e dei suoi veri e sinceri amici. Sono nemici dell’umanità che Vittorio ha sempre cercato di difendere e fare vincere in Palestina.
Vittorio potevi rimanere in Italia a fare la bella vita e so che tu appartiene a una grande famiglia, benestante e ricca di grandi valori, hai lasciato il tuo benessere per venire a vivere fra i più poveri e sfortunati della terra, nell’inferno di Gaza e hai voluto sposare la giusta causa del popolo più disgraziato e sfortunato al mondo.
La morte drammatica tua, Vittorio non è diversa ed è simile con quella del grande artista palestinese ebreo, Juliano Mer Khamis, ucciso una settimana prima nel Campo profughi di Jenin.
 Lo so che il destino dei liberi sognatori, dei veri rivoluzionari, degli onesti idealisti è in contrasto con ed in scontro continuo contro il mondo dell’ignoranza, dell’estremismo, della prepotenza, della pazzia e della repressione e della brutalità dell’occupazione israelo-sionista alla Palestina. Lo so e lo sappiamo che l’arma dell’ignoranza e dell’estremismo è la pallottola, la violenza e l’odio ed in pochi attimi può sterminare una vita buona ed innocente dedicata a favore e al servizio della causa palestinese e del suo popolo.
Di sicuro chi ti ha ucciso, sa chi sei e cosa rappresenti, la carica ideale, i valori che porti e che difendi e di sicuro è riuscito a fare e realizzare ciò che non è riuscito a fare e realizzare da tempo il nemico comune: l’occupante israeliano.
E’ l’occupazione israeliana è l’unica parte vantaggiato dalla tua scomparsa, grande e caro amico Vittorio.
Vittorio ti sei innamorato della Palestina e di Gaza in particolare ma anche i palestinesi e particolarmente quelli di Gaza, si sono innamorati di te, Vittorio e della tua bella Italia.
Vittorio sarai sempre nei nostri cuori e viverai sempre nella nostre lotte, per una Palestina libera, laica e democratica.
ADDIO CARO FRATELLO E RESTIAMO ANCORA UMANI..

Dr. Yousef Salman
Delegato della Mezza Luna Rossa Palestinese in Italia

lunedì 28 marzo 2011

Ponte in Valtellina: TUTTI PAZZI PER LA GUERRA IN LIBIA?

Pubbliciziamo volentieri l'iniziativa preparata dal Circolo Culturale Autogestio "Il Forno" di Ponte In Valtellina.

sabato 26 marzo 2011

Libia: chi non si arruola è un disertore / Quando il "mostro" era la Serbia

 Bruno Steri - Chi non si arruola è disertore
(Liberazione del 25/03/2011)
Avevamo già avuto modo nel recente passato di conoscere il piglio bellicoso di Fiamma Nirenstein: non ci siamo quindi stupiti più di tanto nell'apprendere da Il Giornale che, a suo dire, il pericolo più grande è la paura della guerra («"Non avere paura e non sgomentarti" dice Dio a Giosuè»). Assai più inquietante, invece, è stato leggere su La Repubblica on line un commento di Andrea Tarquini in cui si rimprovera per ingratitudine la Germania, ricordandole che «senza il piano Marshall americano decisivo per la ricostruzione della Germania Ovest, senza decenni di protezione militare angloamericana per Bonn» non sarebbero state possibili né la caduta del muro né la riunificazione tedesca. Il tono è raccapricciante, sembra di esser tornati indietro di cento anni: se non ti arruoli, sei un ingrato oltre che un disertore. Così tutto il movimento pacifista, ma anche Chavez e Castro, Cina e Russia, nonché la traditrice Germania, insomma tutti quelli che hanno dubbi o si oppongono all'intervento armato al seguito della "coalizione dei volonterosi", sono trattati come feccia imbelle e senza onore. Ed è La Repubblica a ospitare simili reprimende, cioè un nucleo forte dell'area Pd.
Sarebbe riduttivo, a mio parere, ascrivere il paradosso di un simile "interventismo progressista" semplicemente al fatto che Obama ha preso il posto di Bush alla Casa Bianca. Penso che dietro una tale preoccupante precipitazione ideologica vi sia un motivo ben più profondo: il mondo della globalizzazione si è sfasciato - crisi strutturale del capitalismo e crisi dell'assetto delle fonti energetiche (con l'odierna prospettiva di uno stop al nucleare) - gli spazi di manovra si sono quindi maledettamente ristretti e ciò ha determinato un'ulteriore torsione del senso comune.
In questo contesto è particolarmente significativo il modo in cui, nell'area di centro-sinistra, si considerino ormai morti e sepolti i principi di non ingerenza e di autodeterminazione dei popoli (principi fissati dall'Onu come fondamentali ed ora spazzati via dall'"ingerenza umanitaria", come se nulla fosse). Il tema è centrale (e controverso) e merita un approfondimento. I suddetti principi - stabiliti all'esordio della Carta delle Nazioni Unite all'art.1 (par.2) e all'art.2 (par.7) ed emblematicamente ribaditi dalla Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, tenutasi a Helsinki nel 1975 - hanno per decenni regolato le relazioni internazionali, tutelando l'autonomo «sviluppo economico, sociale e culturale» dei popoli e garantendo che «per raggiungere i loro fini, tutti i popoli possono disporre liberamente delle proprie ricchezze e delle proprie risorse naturali».
Ciò ha favorito il processo di decolonizzazione, consentendo ai Paesi in via di sviluppo di darsi una costituzione e una forma di governo, senza subire le pressioni degli Stati più ricchi e potenti.
Beninteso, con l'evolvere del mondo a "villaggio globale" si sono manifestate con forza nuove esigenze, che hanno posto in dialettica tensione la sovranità dei singoli stati con la realtà di un pianeta che la tecnologia ha reso sempre più unificato: basti pensare alla dimensione sovranazionale delle reti di comunicazione o di questioni strategiche come quella nucleare. Così, con il pieno dispiegarsi della globalizzazione capitalistica, la dimensione genericamente "umana" (indipendente dalla sua contestualizzazione statuale) e i temi della "sicurezza globale" hanno acquisito un nuovo e inedito peso.
In tale passaggio, il diritto internazionale ha dato nuova e perspicua forma giuridica alla "difesa dei diritti umani", trovando nel capitolo VII della Carta dell'Onu un fondamento al «diritto di ingerenza umanitaria» da parte della cosiddetta "comunità internazionale", nel caso di «crimini contro l'umanità» (genocidio, tortura, pulizia etnica, esecuzioni di massa) e di «minacce per la pace». Due risoluzioni dell'Assemblea Generale dell'Onu autorizzavano già «l'assistenza sanitaria alle vittime di catastrofi naturali e situazioni di emergenza dello stesso tipo» (1988) e la predisposizione di «corridoi umanitari di emergenza» in caso di conflitti interni (1990), senza tuttavia che ciò si configurasse come imposizione nei confronti di uno stato sovrano ma essendo inteso alla stregua di invito a facilitare i soccorsi. Con l'imporsi del «dovere di ingerenza» si è altresì potenziata la possibilità di contemplare, a certe condizioni, l'uso della forza. Non ci sembra, questa, affatto una buona notizia. In ogni caso, restano quelle "condizioni" da rispettare: ad esempio, quella di aver esperito tutte le strade della diplomazia e dell'iniziativa non militare. Criterio puntualmente violato, come la vicenda libica conferma.
Disgraziatamente, non viviamo nel "migliore dei mondi possibili" (come sembrerebbe vagheggiare l'integralismo illuminista e un po' ipocrita degli "interventisti progressisti"), ma in un mondo retto a ferrea misura degli interessi del più forte. Fu Henry Kissinger a sostenere, in tempi non sospetti, che il mondo stava transitando dal sistema della "non ingerenza" alla nuova fase dell'"ingerenza umanitaria". E, successivamente, Bush junior si incaricò di promuovere la sicurezza globale esportando - assieme ai diritti umani - la democrazia (centinaia di migliaia di vittime in Iraq e, ad oggi, 60 mila vittime civili in Afghanistan). Il punto ineludibile è dunque: chi è il soggetto di tale "ingerenza"? Non può esser certo una forza d'urto unilaterale. Ma nemmeno l'attuale Consiglio di Sicurezza dell'Onu, che non ha ad oggi una struttura e un potere decisionale democratici.
Stando così le cose, è sorprendente che sia un intellettuale non di sinistra, quale Massimo Fini, a sbottare, dicendo comprensibilmente: «Quando sento parlare di "diritti umani", io metto idealmente mano alla pistola: perché vuol dire che si sta per aggredire qualcuno». Così come ha ragione da vendere Giorgio Bocca quando, a chi osserva che occorre soccorrere manu militari gli insorti libici colpiti dalla rappresaglia di Gheddafi, così replica: «Ma quando Israele attacca i palestinesi, non si muove nessuno, né mi pare che l'Onu si convochi in tutta fretta». Perché un tale strabismo? Perché sotto il cielo dei valori c'è la terra degli interessi materiali delle grandi potenze.

Quando il "mostro" era la Serbia
di Maria R. Calderoni, su Liberazione del 25/03/2011

Il 24 marzo 1999 iniziava la guerra umanitaria Allied Force per il Kosovo. Primo ministro era allora Massimo D'Alema

Dejà vu, già visto, patito, pianto. Era cominciato proprio oggi (ieri per chi legge), 24 marzo 1999, l'attacco alla Serbia, in era governo D'Alema; l'attacco proprio da lui fieramente voluto ed acclamato (e il tono era proprio quello stesso, identico, con il quale ieri, 24 marzo 2011, è intervenuto alla Camera per dare la sua entusiasta approvazione alla guerra in Libia). Degià vu, e noi andavamo in corteo, con la t-shirt bianca e bersaglio disegnato sopra all'altezza del petto, a gridare «sparate qua, sparate anche a noi». Eravamo arrabbiati, arrabbiatissimi; un atto di guerra infame approvato proprio da un governo "amico" con tanto di primo ministro ex comunista, volenteroso collaboratore di un delitto internazionale detta allora non "Odissea all'alba" ma "Allied Force" (vale la pena di ricordare che l'alta compagine governativa era allora formata, tra gli altri, da Bersani, Ciampi, Dini, Rosy Bindi, Giovanna Melandri, Giuliano Amato, anche Oliviero Diliberto...). Fotocopia che mette i brividi. Stessi prodromi. Stesse parole. Stessi strumenti. Si è cominciato allo stesso modo, la costruzione del "mostro" (allora era Milosevic). Una identica, massiccia, planetaria campagna mediatica si è incaricata di demonizzare la Serbia, che improvvisamente è sbattuta davanti all'opinione pubblica mondiale come il nuovo carnefice, lo Stato-canaglia colpevole di genocidio nei confronti delle inermi genti del Kosovo. Anche allora, esattamente come oggi, la manipolazione della stampa è completa, agghiacciante («Pristina città fantasma, uccisi i leader kosovari»; «I serbi decapitano il Kosovo. Uccisi intellettuali e politici»; «La vendetta dei serbi, uccisi i capi albanesi»).

Li avete visti gli infiniti filmini, video, reportage, servizi di oggi sulla Libia? Ebbene, anche nel 1999, già mesi prima dall'inizio dell'attacco, Cnn e tante altre tv mandano in onda i filmati delle presunte stragi di civili attuate dai sanguinari serbi di Milosevic. Peccato che si trattava di parti sempre diverse degli stessi filmati, i quali diventano la prova provata delle "fosse comuni" e dei "cadaveri accatasti". La causa dell'umanità e dell'altruismo è abbondantemente creata, Wall Street Journal e New York Times scrivono, marzo 1999, che «il regime di Milosevic sta tentando di sradicare un intero popolo» (per favore andate a leggere quello che pubblicano oggi, marzo 2011, sulla Libia...).

Fallito il falso "tavolo" di Rambouillet - più che altro una trappola rifiutata dal governo serbo - quel 24 marzo di 12 anni fa partono i bombardamenti Nato su tutto il paese; e così hanno continuato per 78 giorni. I jet decollano prevalentemente dalle basi militari italiane, come quella di Aviano. Almeno 600 raid al giorno. Si tratta, come vengono definite, di bombe intelligenti, anzi intelligentissime. Che infatti colpiscono non solo basi militari, ma anche obiettivi civili, anzi civilissimi; per esempio centrali elettriche, la televisione di Belgrado, colonne di profughi, aziende, scuole, anche industrie chimiche (garantiti un bel po' di veleni sparsi in giro). Ricordiamo per esempio quel ponte di Grdelica intelligentemente bombardato dall'Us Airforce proprio mentre passa un treno, 14 persone uccise e decine di feriti (fu un mero incidente, danni collaterali, diciamo). Errori. Piccoli errori. Come le bombe sulla zona residenziale di Novi Pazar (23 morti); di Alexsinac (12 morti); di Pristina (12 morti); di Surdulica (20 morti). Anche su una corriera di Luzane (40 morti); sull'ospedale di Nis, di Surdulica e di Belgrado; sull'ambasciata di Pechino a Belgrado; suul villaggio di Korisa (80 morti); sul ponte di Varvarjin (11 morti).
Tanto per citare. Ma secondo il computo ufficialissimo targato Nato, in 78 giorni di guerra umanitaria vengono compiute 34 mila missioni di cui 13 mila d'attacco; sganciate 20.000 tra bombe e missili; distrutti 450 bersagli fissi così chiamati, tra cui il 57% delle riserve di carburante, 35 ponti, tutti i 9 aeroporti.

Bisognava difendere la popolazione kosovara, impedire la pulizia etnica. Ancora oggi non si sa il numero esatto dei morti causati dalla "protezione" umanitaria del tipo Nato, sicuramente sono svariate migliaia. Ma basta il rapporto di Amnesty International, che un anno dopo la fine dell'attacco, dice: «La Nato in più occasioni ha violato i principi umani da applicare in ogni conflitto armato».

L'Italia del popolo di sinistra non sta a guardare. «Siamo il popolo che ripudia la guerra», migliaia di fax e lettere inondano ad esempio Liberazione, pagine e pagine si riempiono di no. «Proclamiamo lo sciopero generale», è l'appello firmato dalle Rsu; mezzo milione di ascoltatori mandano in onda su "Zapping" (Raiuno) l'angoscia collettiva; «Gli operai bocciano la guerra. Sciopero all'Alfa di Arese e manifestazioni in tutta Italia», sono solo alcuni dei titoli del nostro giornale in data giovedì 1 aprile. «Caro Cofferati dove sei?», alla vigilia della manifestazione che si svolgerà a Roma il 10 aprile il mondo del lavoro rivolge la domanda al segretario Cgil; tra le altre associazioni alla giornata del no partecipa l'Anpi: in centomila invadono Roma, «Guerra infame. Il coraggio della pace». A Porta San Paolo parla Ingrao: «Oggi è solo l'inizio, l'avanguardia di una battaglia. Non ci rassegnamo, lo sappia il governo».

La guerra umanitaria avanza. Ora i suoi orizzonti spaziano oltre il Kosovo. E' un generale di nome Wesley Clark, comandante supremo Nato, che arriva a dichiarare: «Noi continueremo con le missioni esattamente come programmato, non temiamo una guerra mondiale»; e centinaia di missili Allied Force «bombardano tutto il Montenegro nella notte della Pasqua ortodossa»; mentre si calcola che il prezzo delle bombe intelligenti è di diecimila miliardi al mese, quasi quanto il Pil della stessa Jugoslavia».

Rifondazione lascia l'aula di Montecitorio, dove si discute dell'intervento dell'Italia, D'Alema gran sacerdote: «Signori del governo, noi non vogliamo legittimarvi, neppure col nostro voto contrario alle vostre pulsazioni di guerra». Giovedì 15 aprile. "L'Italia è in guerra", titola Liberazione. «Alle 12,04, bombardieri dell'aeronautica militare partiti dall'aeroporto di Istrana (Treviso) hanno compiuto il primo bombardamento italiano sul territorio jugoslavo. Sciagurata iniziativa del governo D'Alema alle spalle del Parlamento».

Non se ne pentirà mai, D'Alema. Ecco quanto dichiarerà dopo l'accordo di pace siglato il 9 giugno 1999: «Vorrei ricordare che quanto a impegno nelle operazioni militari, noi siamo stati il terzo Paese, dopo gli Usa e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica, ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L'Italia si trovava veramente in prima linea».

La storia si ripete, ma questa volta non in forma di farsa. Rimane tragedia.
 

 




mercoledì 23 marzo 2011

La NATO divisa sulla guerra.

di Matteo Alviti

su Liberazione del 22/03/2011

Intervista al generale Fabio Mini, ex capo di stato maggiore Nato per l'Europa del sud, oggi anche autore, saggista e fondatore dell'associazione Peace generation

Sono passati ormai quattro giorni dai primi raid aerei francesi, e le operazioni militari contro le forze libiche sembrano lontane dalla meta. Quale che sia. L'obiettivo di questa "coalizione di volenterosi", così dice la risoluzione 1973 dell'Onu, è impedire violenze contro la popolazione inerme. Ma quali sono i limiti dell'operazione? Ne abbiamo parlato con un militare esperto, da qualche tempo "non operativo". Nella sua lunga carriera il generale Fabio Mini è stato ai quattro angoli del pianeta, ha comandato la KFOR della Nato in Kosovo, è stato capo di stato maggiore Nato per l'Europa del sud. Da qualche tempo scrive libri e saggi, ed è fondatore dell'associazione Peace generation.

Generale Mini, come si è arrivati dall'imposizione di una no-fly zone ai bombardamenti su Tripoli? Gli alleati si sono spinti oltre il mandato, come ha detto il segretario della Lega araba Moussa?

Non mi pare. L'imposizione di una no-fly zone comporta l'eliminazione delle minacce per gli aerei che devono far rispettare l'area di non sorvolo. Per cui, siccome nessuno ha mai accettato una no-fly zone - eccetto Saddam Hussein - quello che sta accadendo non è niente di più di ciò che si doveva fare, anzi. Oggi si vede un certo tentennamento che in altre occasioni non c'è stato. Chi dice il contrario o ha letto male la risoluzione o, come al solito, fa il levantino. Tutti sapevano benissimo quel che sarebbe successo. Le parole di Moussa dal punto di vista tecnico sono una stupidaggine.

Cosa si deve fare, tecnicamente, per bloccare i cieli libici?
Eliminare tutte le basi aeree e i radar. Anche quelli spenti. Cioè bisogna fare di tutto per farli accendere: bisogna volarci sopra più bassi, non da 11mila metri di altezza. Prendersi qualche rischio. Oggi tutti gli interventi sono stati fatti "a distanza": o con i missili cruise o con bombardamenti da alta quota. A eccezione degli interventi sulle colonne corazzate di Gheddafi, ma anche questo era previsto. Nella risoluzione si parlava di proteggere le popolazioni civili, non solo di no-fly zone. Tutti gli interventi fin qui operati rientrano pienamente nel mandato Onu. L'unica limitazione riguarda l'occupazione militare del suolo libico. Ma nel caso in cui Gheddafi dovesse continuare a attaccare, di sicuro il Consiglio di sicurezza si riunirà di nuovo per autorizzare anche l'intervento di terra. Spero di no, ma la mia esperienza mi dice che non c'è mai stata una no-fly zone che non sia stata seguita da un intervento di terra.

Il comando militare è su una nave statunitense di stanza a Gaeta, la Mount Whitney. Chi ha veramente il controllo delle operazioni, gli Usa o la Nato?

A Napoli ci sono anche i comandi statunitensi, non solo quelli Nato. La marina statunitense ha una sua base a Capo di Chino che controlla tutta la quinta flotta, impegnata su due fronti: proteggere gli interessi nazionali o agire per conto dell'Alleanza atlantica. A seconda del tipo di intervento indossa un cappello diverso. Oggi sono gli Stati Uniti a comandare.

Fino a che gli Usa non hanno preso in mano il coordinamento degli attacchi però c'è stata una certa confusione: Francia e Gran Bretagna si sono mossi individualmente. E' normale?
Non è normale. La confusione deriva dalla risoluzione dell'Onu, che invita tutti i paesi membri ad assicurare con la forza la no-fly zone. Non c'è stata la designazione di qualcuno - un organismo regionale come la Nato, o una nazione - che dovesse prendere la leadership della coalizione. Sarebbe stato auspicabile che prima della risoluzione una serie di paesi si fosse messa d'accordo. Ma non è successo. Probabilmente perché c'erano molti dubbi sul fatto che la risoluzione potesse passare. In passato è accaduto che gli Usa abbiano iniziato da soli. Ma non era ancora successo che non si sapesse, come in questo caso, chi debba prendere il comando della coalizione. Gli italiani vogliono metterla sotto la Nato, ma è un'opzione più complicata che non farla fare a nazioni singole.

Perché?
Nella Nato le decisioni si devono prendere all'unanimità, non c'è astensione - e questa è una debolezza endemica della Nato ridisegnata dal Nuovo concetto strategico dell'anno scorso. La Turchia non vuole l'intervento, e la Germania, che si è già astenuta all'Onu, direbbe di no. Insistere con la Nato è fumo negli occhi per evitare di assumersi delle responsabilità. L'ombrello della Nato, stavolta, sarebbe politico. Se l'Italia vuole stare con francesi e inglesi deve assumersi le proprie responsabilità. Se c'è qualcosa di scordinato è la politica, non il livello militare.

Poi c'è la questione delle basi.
E qui si potrebbe scrivere un'enciclopedia... Paesi terzi possono usare le nostre basi solo per missioni Nato. Quindi per tutte le missioni che non sono sotto l'ombrello Nato, le nazioni interessate dovrebbero chiedere bilateralmente il permesso all'Italia per avere l'uso delle basi. E in questo caso non ci sarebbero automatismi, ma sarebbe necessaria una decisione politica, un'approvazione da parte del governo o del parlamento.

Di quale arsenale dispone Gheddafi?
Materiale bellico molto datato. Hanno missili contraerei che potrebbero dare fastidio sotto i 5mila metri. Ma è tutta roba, quella sì, veramente scordinata. Anche perché i centri di controllo libici sono stati distrutti. Ora bisognerà eliminare fino al 90% di tutte le minacce aeree e contraeree. Per il resto, le forze armate libiche sono poca cosa: stiamo parlando di una decina di migliaia di persone armate. Non costituiscono, in sé, una vera minaccia.

Nemmeno per l'Italia?
Men che meno per l'Italia. Né in Gran Bretagna, né in Francia c'è l'allarmismo che c'è da noi, esagerato e strumentale per le beghe interne.

Cosa stanno facendo i piloti degli otto aerei italiani?
Un'operazione importantissima: svelare i radar. Si fanno puntare dai radar facendo da obiettivi ed eventualmente distruggono i radar pericolosi che hanno scoperto.

Una nostra specialità, se non sbaglio.
Più che una specialità è una necessità: non disponendo di mezzi sofisticati dobbiamo fare tutto con gli aeroplani. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di andare a fare gli obiettivi umani, quello che è capitato a Bellini e Cocciolone nella prima guerra del Golfo.

Oliviero Diliberto (portavoce nazionale della Federazione della Sinistra) :petrolio e gas i veri interessi, Italia via dalla Libia.

 

sabato 19 marzo 2011

Riparte la guerra umanitaria in Libia

Non più tardi di una settimana fa abbiamo manifestato in favore della Costituzione, adesso è il momento di applicare l'articolo 11.
La Costituzione prevede l'uso della forza solo per mantenere la pace, l'intervento in Libia invece è un'aggressione imperialista travestita da aiuto agli insorti. Le possibilità di trattativa sono state lasciate cadere quando Gheddafi era debole ed era possibile aiutare la parte di inurrezione che ricercava l'instaurazione di un regime migliore.Ora si interviene giusto in tempo per dare man forte agli insorti che vogliono semplicemente una redistribuzione dei pozzi petroliferi tra Exxon, Total, Eni e le altre compagnie occidentali.
L'ipocrisia feroce di questo "aiuto agli insorti" è resa evidente dall'appoggio che l'Arabia Saudita sta dando all'avvio delle operazioni, pochi giorni dopo aver invaso il Bahrein per stroncare la rivolta che imperversava alle porte di casa.
Già nel cinquantenario dell'Italia Unità inaugurammo il nostro bestiale colonialismo con la Libia, vediamo di non essere complici ancora una volta nel centocinquantenario.



Soldati per coprire gli imbarazzi della politica.
del Generale Fabio Mini

Ci risiamo. Lo schema classico dell´intervento militare internazionale è scattato nei confronti della Libia. Come al solito, i caccia intercettori scaldano i motori, gli Awacs sono in volo e i siti militari libici sono già inseriti nell´elenco degli obiettivi da colpire.

Alla prima distrazione o intemperanza di Gheddafi scatta la ritorsione armata. La Libia è già un Paese a sovranità limitata e non basteranno né le minacce e neppure i colpi di coda del regime a restituirle lo status internazionale perduto. La risoluzione 1973 dell´Onu autorizza la no-fly zone e l´uso della forza con la sola esclusione, per ora, dell´occupazione militare. Non è una garanzia di limitazione del conflitto: tutte le operazioni aeree del passato sono state seguite da operazioni terrestri. Guerre vere e proprie, anche se chiamate in vari modi. Ed è questo che deve preoccupare e spingere già ora a trovare una soluzione al dopo-Gheddafi che non porti all´esplosione della Libia o alla trasformazione del Nordafrica in una confederazione di compagnie petrolifere guidata da Total o Bp, Exxon o Chevron, dalla Mauritania all´Egitto, fino al Sudan e alla penisola arabica. L´Italia è in prima linea dal punto di vista geografico e lo sarà anche da quello militare perché il controllo della no-fly zone potrebbe durare anni e le nostre basi, i nostri radar, le nostre navi saranno essenziali. Saremo soggetti ai rischi di ritorsioni libiche già annunciate: parlano di terrorismo e di "bomba migratoria". Sono tuttavia minacce che toccheranno molto di più i poveracci costretti a fuggire che i nostri cittadini, che ci richiederanno di recuperare credibilità internazionale più che vantaggi economici. Il nostro intervento militare è obbligato proprio per superare gli imbarazzi che da soli ci siamo procurati con decenni di compromessi culminati in un trattato inapplicabile. Dobbiamo recuperare la nostra immagine politica e ci dovranno pensare i soldati. Come al solito.

La scellerata risoluzione Onu che porta alla guerra
di Fabio Amato, responsabile esteri PRC

Il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è pronunciato a favore dell'istituzione della No fly zone sulla Libia e dell'autorizzazione all'uso di non meglio precisati mezzi necessari a prevenire violenze contro i civili. In altri termini, ha autorizzato la guerra.
Il pallido e fino ad oggi insignificante Ban Ki Moon, diventato presidente dell'Onu solo in virtù dei suoi buoni uffici con gli Usa e del suo basso profilo, si è esaltato fino a definire la risoluzione 1973 storica, in quanto sancisce il principio della protezione internazionale della popolazione civile.
Un principio che vale a corrente alternata. Non ci sembra di ricordare sia evocato quando i cacciabombardieri della Nato fanno stragi di civili in Afghanistan. Altrettanta solerzia non è risultata effettiva quando gli F16 dell'aviazione israeliana radevano al suolo il Libano o Gaza, uccidendo migliaia di civili innocenti.
Si tratta, in realtà, di un precedente ben pericoloso. Sul quale giustamente paesi come la Russia, la Cina, il Brasile, l'India e la Germania hanno espresso più di una riserva. Che si è limitata però ad un'astensione, che lascerà di fatto liberi quei paesi che hanno deciso di bombardare Tripoli e sostituire Gheddafi con le fazioni a lui ostili per un cinico calcolo geopolitico e di convenienze. Sia chiaro a tutti che i diritti umani e le giuste aspirazioni dei giovani libici alla democrazia e a liberarsi dal regime non c'entrano nulla con la decisione di Parigi e Londra, seguite a ruota dal sempre più deludente Obama, di attivare l'intervento militare.
Chi sarà in futuro a decidere quali violenze contri i civili sono accettabili o meno saranno solo e sempre le superpotenze militari imperialiste e occidentali. E lo faranno con il sostegno del sistema di informazione mondiale che selezionerà alla bisogna chi e come andrà bombardato, chi potrà o meno rimanere al potere.
Chi stabilisce, infatti, che si decide di bombardare la Libia, mentre si consente all'Arabia Saudita di inviare truppe per sedare le proteste nel vicino Baherein, mentre si lascia il presidente dittatore da trentadue anni dello Yemen, Abdullah Saleh, sparare da giorni sulla folla che ne chiede a gran voce e da tempo le dimissioni? Si arriva al paradosso che la petromonarchia del Qatar, anch'essa impegnata nel reprimere le proteste del Baherein con il suo esercito, ha allo stesso tempo annunciato che invierà i suoi caccia per la democrazia in Libia.
Tutto ciò dimostra solo come nel caso libico si è da subito tentato di intervenire militarmente per interessi geopolitici.
Quale è infatti la razionalità politica di tale scelta? Semplice.
Come sempre, ciò che muove gli eserciti non sono le intenzioni umanitarie, ma ben altre ragioni e motivazioni. Seguite il petrolio, il gas e i dollari e troverete la risposta.
Per ciò che riguarda la Francia e la sua frenesia di menar le mani si segua, oltre alla via del petrolio, quella dell'uranio che alimenta le sue centrali nucleari e quelle che vende per il mondo.
Il cessate il fuoco unilaterale dichiarato dal governo libico forse lascia del tempo per cercare di evitare la tragedia di una guerra nel mediterraneo. Temiamo duri poco. Sarà cercato in ogni modo un pretesto per giustificare comunque l'attacco, ora che una parvenza di legittimità internazionale è stata data dalla sciagurata risoluzione 1973.
L'Onu, che dovrebbe prevenire i conflitti fra gli Stati, in questo caso ha varato una decisione che potenzialmente potrebbe allargarlo e diffondere la guerra. Una decisione quindi si storica, ma per stupidità. Una stupidità alla quale, naturalmente, non si sottrae il governo italiano, pronto a dare basi uomini e mezzi all'impresa. In buona compagnia del Pd - già d'altronde in prima fila nelle guerre umanitarie del passato - che condivide apertamente tale scelta.
Mentre la situazione in Libia stava precipitando, solo alcuni paesi progressisti dell'america latina hanno avanzato, invece di minacce e proclami, una proposta di mediazione, di soluzione politica del conflitto capace di scongiurare la guerra civile e l'intervento esterno. Questa proposta è rimasta colpevolmente abbandonata. Se vi sono ancora degli spiragli per evitare il peggio vanno usati ed agiti fino in fondo. Serve da subito una mobilitazione del popolo della pace per fermare la macchina da guerra che sta scaldando i suoi motori. Serve scendere subito in piazza contro la guerra e per chiedere che l'Italia rimanga fuori da questa nuova e sciagurata avventura bellica. Noi ci saremo.
 



 
 

martedì 1 marzo 2011

Contro la guerra "umanitaria" in Libia

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Di fronte all’emergenza umanitaria libica chi parla di intervento militare umanitario vuole semplicemente accaparrarsi il petrolio a basso prezzo rimettendo in piedi una sorta di protettorato occidentale in Libia. E’ una prospettiva inaccettabile perché il popolo libico deve decidere del suo futuro senza ingerenze militari esterne.
I paesi occidentali, l’ONU, la Croce Rossa Internazionale, invece di vagheggiare l’intervento militare devono immediatamente garantire l’afflusso in Libia di cibo e medicinali perché di questo e non di interventi militari ha bisogno il popolo libico. Così come il governo italiano e la Lega Nord invece di alimentare ad arte la paura dell’invasione dei profughi  devono impegnarsi in una solida azione di cooperazione internazionale verso i popoli del Nord Africa, invertendo la tendenza all’azzeramento dei fondi per la cooperazione internazionale che ha caratterizzato questo governo.

Libia, qualche distinguo e un po' di storia di Alberto Burgio su Liberazione del 27/2/2011

Che cosa accade e, soprattutto, che cosa può accadere in Libia? Mentre scriviamo, le notizie si susseguono contraddittorie. Molte agenzie danno Gheddafi per spacciato, asserragliato nel bunker di una Tripoli sotto assedio. Ma sino a poche ore fa altre fonti descrivevano una capitale calma, sotto controllo, al pari dell'aeroporto militare di Mitiga del quale, pure, si era detto fosse stato espugnato dagli insorti. Sembra improbabile comunque che il regime possa resistere e anche l'ipotesi del negoziato con i ribelli, ventilata da ultimo da Saif al-Islam (uno dei figli del Colonnello, interprete dell'anima «moderata» del regime), appare di ora in ora più inverosimile.
Restano le domande. La rivolta libica è analoga a quelle che hanno decretato la fine delle dittature tunisina ed egiziana? E' parte del terremoto che da settimane scuote tutto il nord Africa e che va propagandosi fino al Medio Oriente minacciando la stabilità della stessa Arabia Saudita e del regime degli ayatollah? Indubbiamente sussistono molte connessioni. Quale che sia la natura della rivolta libica, non è casuale che essa si verifichi all'indomani delle insurrezioni in Tunisia e in Egitto e mentre si fanno incerte le sorti dei governi di Yemen, Bahrein e Giordania. 
Ma in questi casi - pur differenti tra loro - siamo di fronte a moti popolari spontanei, frutto di una situazione sociale esplosiva. Come emerge dallo Human Development Index, Tunisia ed Egitto (ma anche Marocco e Algeria) registrano tassi elevatissimi di sviluppo sociale a fronte di percentuali record di disoccupazione. I giovani tunisini ed egiziani sono andati a scuola, si sono diplomati e navigano su internet (uno dei principali vettori delle insurrezioni) ma non trovano lavoro. Questa situazione - resa intollerabile dalle politiche di «rigore» imposte dai governi per far fronte alle conseguenze della crisi economica globale - ha fatto esplodere la rabbia contro le oligarchie corrotte al potere (il che peraltro non garantisce l'esito democratico delle transizioni, se è vero che in Egitto l'esercito resta la forza di gran lunga prevalente non solo sul piano politico ma anche sul terreno economico). 
In Libia, in particolare in Tripolitania, lo scenario è diverso. Benché quella dell'equa distribuzione dei proventi dell'esportazione di petrolio e gas sia una leggenda, le condizioni di vita della popolazione sono accettabili. I prezzi sono calmierati, i redditi adeguati (il reddito medio pro-capite è di 12mila dollari, sei volte quello egiziano). E anche se Gheddafi non è mai riuscito a pacificare e unificare realmente il Paese (la Cirenaica non lo ha mai riconosciuto e il raìs si è via via inimicato le grandi tribù del Gebel che ora assediano Tripoli), in Libia - a differenza di quanto avviene nei Paesi confinanti - non sembra vi siano figure di spicco in grado di guidare il dissenso sino a farlo esplodere. 
Come ha osservato su queste pagine Angelo Del Boca, è molto probabile che la rivolta in Libia sia stata innescata dall'esterno, da gruppi di libici residenti all'estero. Ed è altrettanto probabile che questi nemici di Gheddafi abbiano goduto del sostegno dei governi occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia in testa) da sempre nemici del Colonnello. Un po' di storia è bene infatti tenerla presente, non dimenticare i peccati originali (l'evacuazione forzata delle forze statunitensi e britanniche dalle basi militari, la nazionalizzazione delle proprietà della British Petroleum e l'imposizione alle altre compagnie di elevate quote per lo sfruttamento del petrolio libico) nel segno dei quali si consuma la fine del regno filo-occidentale di Idris I.
Tutte queste considerazioni suggeriscono di essere cauti prima di parlare di «rivoluzione» nel caso della Libia e non permettono di escludere che ci si trovi piuttosto dinanzi a una guerra civile sponsorizzata dalle maggiori potenze capitalistiche. Così si spiegano anche i venti di guerra che spirano da quando la Libia brucia.
Gli Stati Uniti, spalleggiati dalla Francia, scaldano i motori. Obama non esclude l'intervento militare della Nato. All'Onu si parla pudicamente di no-fly zone, occultando il fatto che per tenere a terra l'aviazione libica sarebbe necessario l'uso della forza. A Sigonella si preparano i caccia e puntualmente l'on. Fassino dichiara che «occorre intervenire in ogni modo» per costringere Gheddafi a mollare la presa. A vent'anni di distanza sembra di rivivere i giorni della prima Guerra del Golfo e delle «guerre umanitarie» nei Balcani. Allora una cosa va detta con la massima chiarezza. Se Gheddafi ha veramente scatenato il massacro della sua gente, si è macchiato di crimini gravissimi. E' indubbio che la sua quarantennale dittatura ha calpestato diritti fondamentali dei libici e di centinaia di migliaia di migranti che Gheddafi ha imprigionato per nome e per conto di quel «mondo libero» che oggi si riempie la bocca di buoni principi. Ma tutto ciò non legittima in alcun modo un'ennesima sporca guerra che avrebbe un solo scopo: permettere agli Stati Uniti di rimettere le mani sul petrolio e sul gas libico, vitali per gran parte dell'Europa e per la stessa Cina.

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