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giovedì 7 marzo 2013

Dimissionaria la Segreteria Nazionale di Rifondazione Comunista

In segutio alla grave sconfitta elettorale del 24-25 Febbraio, la segreteria nazionale del Partito della Rifondazione Comunista ha rimesso il suo mandato nelle mani del Partito. Qui il comunicato.

 La segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, riunita per valutare i risultati delle elezioni politiche, desidera innanzitutto ringraziare le compagne e i compagni per la generosità del loro impegno personale, sia sul piano politico che organizzativo. Le compagne e i compagni di Rifondazione sono stati infatti la spina dorsale della campagna elettorale di Rivoluzione Civile sui territori.
Il risultato di Rivoluzione Civile è stato negativo. Non siamo riusciti in campagna elettorale a far emergere il profilo antiliberista, di sinistra e popolare della lista, che è rimasta schiacciata tra le spinte al voto utile e quelle al voto di protesta. Al di là di ogni altra considerazione, l’insuccesso della lista ha quindi una precisa ragione politica nell’incapacità di interpretare ed intercettare il forte disagio sociale e il largo dissenso verso le politiche di austerità.
Le elezioni ci consegnano un quadro terremotato, un quadro di crisi organica del sistema in cui la crisi sociale si salda con una crisi istituzionale e con la completa delegittimazione del sistema politico. Un quadro di crisi organica in cui il paese non si riconosce nelle politiche neoliberiste e nel sistema politico ma non ha maturato e non ha a disposizione alcuna alternativa. Non a caso escono penalizzate le forze che più si sono identificate con le politiche di austerità e con la governabilità, a partire da Monti per arrivare fino al PD. Parallelamente Berlusconi è stato premiato per il suo smarcarsi dalle politiche del governo Monti e Grillo risulta il vero vincitore delle elezioni perché è stato individuato come il veicolo più efficace contro il sistema politico in quanto tale e le politiche economiche che lo hanno caratterizzato. Il risultato del voto non è quindi una rivoluzione ma l’approfondirsi della crisi del sistema, crisi plasticamente rappresentata dall’impossibilità di determinare in parlamento una maggioranza di governo.
L’ingovernabilità e la crisi verticale del sistema politico è anche il risultato perverso della forzatura antidemocratica attuata da Napolitano – sotto dettatura dei poteri forti – nel novembre 2011. Il rischio è che adesso le classi dirigenti facciano una ulteriore forzatura per proseguire le politiche di rigore e austerità: che di fronte all’assenza del consenso popolare, puntino ad uno scardinamento costituzionale in senso presidenzialista per determinare in forma autoritaria quella governabilità che non sono stati in grado di costruire attraverso il consenso attivo.
Noi ci opponiamo radicalmente a questa prospettiva e proponiamo l’abbandono delle politiche neoliberiste e la ricostruzione democratica partecipata di un rinnovato sistema politico basato su un sistema elettorale proporzionale. Crisi sociale e crisi istituzionale hanno cioè una soluzione solo nella direzione di maggiore giustizia sociale e maggiore democrazia.
A tal fine è necessario rilanciare con forza la costruzione di un polo politico della sinistra antiliberista e proponiamo che Rivoluzione Civile dia vita ad un vero e proprio processo costituente, democratico e partecipato.  Parallelamente è necessario rafforzare e qualificare l’azione di Rifondazione Comunista che di questo processo di unità della sinistra antiliberista deve essere motore e protagonista.
Per aprire la discussione sui risultati elettorali e sulla ridefinizione del nostro progetto strategico – che dovrà trovare nei tempi e nei modi opportuni una sistematizzazione congressuale – è convocata per venerdì 1 marzo la Direzione Nazionale e per il 9/10 marzo il CPN, a cui la segreteria nazionale rimetterà il suo mandato.

martedì 29 gennaio 2013

La Rivoluzione del lavoro

Rivoluzione Civile apre le porte al mondo del lavoro e approda oggi in Senato con i suoi candidati simbolo della lotta ai diritti dei lavoratori e presenta le sue proposte.

Antonio Di Luca - FIOM di Pomigliano
I primi passi per cambiare il mondo del lavoro - Piergiovanni Alleva da quarant’anni difende i lavoratori nei tribunali. “E’ tempo di riconquistare diritti e dignità, guardare al sistema nel suo complesso. La strada? Penso all’introduzione del reddito di cittadinanza; ad una seria lotta alla disoccupazione giovanile tramite una serie di strumenti ad hoc a disposizione delle aziende, ad una legge sulla rappresentanza che porti la democrazia nei luoghi di lavoro”.

La degenerazione politica porta degrado dei diritti – Antonio Di Luca, uno degli operai Fiom reintegrati alla Fiat di Pomigliano d’Arco per sentenza. “Mio malgrado sono diventato uno dei simboli della cancellazione del lavoro e dei diritti. Ma se ciò accade nella casa madre, nella multinazionale, cosa mai accadrà nelle piccole aziende che lavorano nell’indotto Fiat?”.

Giovanna Marano - Presidente del
Comitato Centrale della FIOM
Parola chiave: “riconvertire” – Giovanna Marano, storica rappresentante della Cgil, siciliana ha vissuto le battaglie che hanno visto protagonisti gli operai di Termini Imerese e del Petrolchimico di Gela. Parla a nome di quei 60mila che ogni anno lasciano la loro terra per cercare lavoro altrove, di un Mezzogiorno nel quale rimarrà, se si persevera con queste politiche scellerate, solo l’industria pesante: “Se non si pensa alla riconversione, non ci saranno prospettive per il futuro. Perché quando inizierà la ripresa rischieremo di affrontarla a mani nude”.

Ad ognuno il suo contratto – Maria Cristina Bigongiali, giornalista, donna e madre. Una lunga storia di precariato alle spalle, le difficoltà di “ricominciare” ogni volta, ad ogni cambio di contratto tutto di nuovo in ballo. “Non c’è libertà di stampa se non ci sono i giusti contratti. La giungla del mercato del lavoro ha indebolito i lavoratori e non ha creato un solo posto di lavoro in più”.

Lavoro e legalità contro l’economia opaca – Claudio Giardullo, dirigente e sindacalista delle forze di polizia. “Se Rivoluzione Civile sta suscitando tanto entusiasmo e tanta attenzione è perché pone al centro del suo programma lavoro e legalità, per combattere la deriva dell’economia opaca. La ricetta Marchionne, che si è voluta riprodurre sull’intero Paese, non funziona: con il solo rigore, non c’è crescita”.

Le difficoltà di un operaio, giorno dopo giorno – Luca Votoni, operaio delle acciaierie di Terni. “Sono stanco di dire a mio figlio che in Italia vanno avanti solo gli arroganti. Stanco di dover sentire, da figlio, le lamentele di un padre che, con altre decine di persone in ospedale, viene trattato come un numero. Stanco dei contratti a termine rinnovati di volta in volta, senza mai una certezza, di mia moglie”.

giovedì 10 gennaio 2013

Rivoluzione Civile per la nuova giustizia


ingroiaantonioIntervista a Antonio Ingroia di Eleonora Martini
Da procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia ha sempre difeso il 41 bis, il regime carcerario duro riservato ai detenuti per reati di mafia, attenzionato perfino dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Ora, nella sua lista «Rivoluzione civile» - a fianco ad Antonio Di Pietro, contrario a qualunque forma di amnistia e anche al codice identificativo per gli agenti - ha voluto anche un "simbolo" come Ilaria Cucchi, sorella del giovane Stefano morto nel 2009 dopo i maltrattamenti subiti da detenuto. Ma se gli si fa notare che al centro della loro agenda politica sembra esserci più il giustizialismo che il problema dell'illegalità del sistema penale italiano, risponde: «Non è vero. Quando leggerete il nostro programma vedrete che non è così».
La Corte europea dei diritti umani condanna l'Italia per la reiterata e strutturale violazione dei diritti dei detenuti. Se l'aspettava?Non mi sorprende: conosciamo bene la drammaticità della situazione delle carceri, frutto di una politica scellerata di gestione della giustizia che ha riempito le celle di poveracci spesso in attesa di giudizio. Bisogna intervenire sui tempi lunghissimi dei processi, sulle misure alternative e così via. Cose che la magistratura, soprattutto quella progressista e democratica, predica inutilmente da tanto tempo.
L'Europa ci dà un anno di tempo, davvero poco per risolvere una tale mole di problemi. Se lei fosse presidente del consiglio cosa farebbe subito?Con un provvedimento urgente per introdurre misure alternative alla detenzione per i reati non gravissimi, avremmo intanto una forte limitazione al sovraffollamento carcerario.
Introdurre? Ma ci sono già le misure alternative, ne occorrono altre?No, io dico che bisogna favorire un'applicazione urgente ed immediata delle misure alternative ampliando la platea a cui si applicano oggi. Dopodiché, ovviamente, occorre studiare con calma un articolato, ma certamente di fronte a questa sentenza l'unica cosa da fare è provvedere immediatamente a sfollare le carceri. Davanti a un tale sovraffollamento, la soluzione non è certo l'edilizia carceraria, indicata in genere dalla destra. Non occorrono più carceri, ma meno detenuti.
L'amnistia, come propongono i Radicali?Beh, l'amnistia è una soluzione drastica. Purché non se ne approfittino i soliti impuniti e sia mirata solo ad un certo tipo di reati. Purtroppo spesso è accaduto che si sia utilizzato il carcere come pretesto per ottenere l'amnistia per i colletti bianchi che rispondevano di reati di pubblica amministrazione o affini.
Quindi per lei rimane più importante tenere dentro questo tipo di criminali...Noi abbiamo un sistema penale e penitenziario classista, dove in carcere finiscono i poveracci e in libertà ci sono i potenti. Va ristabilito il principio di uguaglianza: i potenti che hanno commesso gravi reati devono stare in carcere e i poveracci che hanno commesso reati bagatellari, che spesso non si possono neanche permettere un difensore che gli consenta di accedere alle misure alternative, vadano fuori.
Però il carcere in realtà non è pieno di poveracci che hanno commesso reati bagatellari, piuttosto è intasato da persone finite nelle maglie di tre leggi: quella sulle droghe, sulla recidiva e sull'immigrazione clandestina. Cosa pensa, per esempio, della Fini- Giovanardi?Penso che l'uso delle droghe non dovrebbe mai essere criminalizzato. La legge Fini ha determinato l'incarcerazione anche per il solo consumo di fatto, con l'equiparazione delle droghe leggere a quelle pesanti, inammissibile e inaccettato in qualsiasi parte del mondo. Si figuri che in un Paese che non ha certamente una storia libertaria come il Guatemala, da cui vengo, il presidente della Repubblica, un ex militare, un uomo di destra, recentemente ha proposto la liberalizzazione delle droghe leggere.
E lei la proporrebbe?Assolutamente sì, l'ho sempre pensato da magistrato, figuriamoci se non lo penso da politico.
Leggi Bossi-Fini e ex Cirielli: che ne farebbe?La criminalizzazione dei migranti è inammissibile. Anche qui vengono puniti i poveracci piuttosto che i trafficanti di esseri umani. Anche l'ex Cirielli va cambiata. Per questo parlo di riforme che consentano di avere una robusta depenalizzazione e un accesso più semplice, diciamo così, alle misure alternative.
Ma il decreto Severino, per esempio, sarebbe stato applicato a pochissime centinaia di persone, qui invece parliamo del 42% dei 66 mila detenuti che sono ancora in attesa di giudizio. Forse c'è anche un problema culturale della magistratura, non crede?No. Credo invece che sia un problema di politica criminale: se è tutta sbilanciata sulla carcerazione nella fase delle indagini invece che nella fase del dibattimento, di conseguenza la magistratura utilizza poi gli strumenti che ha a disposizione. Tocca alla politica riorientare verso la centralità del dibattimento e respingere al massimo il ricorso alla detenzione prima del giudizio.
Il Manifesto - 10.01.13

Fiscal compact e tasse, giochiamo d'attacco - Rivoluzione Civile con Ingroia



Cesaratto, Brancaccio, Stirati, Gnesutta: quattro economisti italiani smontano i quattro più importanti “luoghi comuni” che riempiono le pagine dei giornali, nei giorni che precedono il vertice di Bruxelles del 28 e 29 giugno, nel quale si deciderà il futuro dell’Europa. Tesi economiche ripetute come un mantra, eppure false sul piano teorico ed empirico. Quattro economisti “critici” ci spiegano perché le tesi fondamentali dell’economia neoliberista non sono la soluzione, ma il problema.

1. Per salvare l’euro serve un’Europa politica basata sull’austerity? NO.
Assolutamente no se per Europa politica si intende ciò che ha più volte ripetuto Angela Merkel. L’Europa che ella prefigura è assai inquietante: una definitiva espropriazione della libertà democratica dei cittadini sulle decisioni in materia di bilancio, accentrate a Bruxelles. In cambio la Germania propone un “fondo di redenzione” in cui i Paesi metterebbero in comune il debito eccedente il fatidico 60 per cento del Pil, impegnandosi a restituirlo in una ventina d’anni. Null’altro che un rafforzamento del cosiddetto fiscal compact già imposto da Berlino: due decenni di austerità assicurata in una Europa divisa fra ricchi e poveri. È questa una prospettiva inaccettabile e disastrosa. Più Europa servirebbe, invece, se l’obiettivo fosse quello di assicurare la crescita delle aree più svantaggiate. Qualsiasi soluzione deve rispondere al problema alla base della crisi: la moneta unica ha aggravato i differenziali di competitività fra le economie europee deboli e forti. Questo ha prodotto una decade di stagnazione e poi la crisi per l’Italia, mentre la Spagna ha mascherato il problema dietro una crescita di carta, anzi di mattone, finanziata da afflussi di capitali tedeschi e si ritrova oggi indebitata sino al collo. In genere coloro che credono nei poteri salvifici dell’Europa politica tralasciano tali problemi e ne trascurano i relativi costi e ostacoli politici, provenienti soprattutto dai tedeschi. Una Europa politica genuina e sostenibile implica infatti principi di riequilibrio economico fra Paesi e di perequazione sociale fra i propri cittadini che possono essere realizzati in due modi. Il primo è una vera svolta europea volta a: mettere assieme i debiti pubblici (eurobond) stabilizzando i debiti pubblici nazionali, invece di ridurli; creare un bilancio federale degno di questo nome per sostenere domanda, occupazione e ambiente; riformare la Bce nella direzione del sostegno alla politica fiscale e sviluppo; fissare un target di inflazione almeno al 4 per cento, con l’impegno tedesco ad attenersi a tale obiettivo, dando spazio al recupero di competitività dei Paesi periferici. In alternativa si potrebbe procedere verso una “transfer union” che mantiene lo status quo nelle competitività relative, mentre i Paesi forti redistribuiscono alla periferia i proventi dei surplus commerciali sotto forma di congrui trasferimenti monetari, in modo da realizzare una perequazione negli standard di vita. Mentre la seconda strada è chiaramente inattuabile, la prima potrebbe essere tempestivamente perseguita. Ciò senza richiedere premature ed eccessive cessioni di sovranità nazionale. Ma l’opposizione della Germania a quelle ragionevoli misure è formidabile, non volendo quel Paese abbandonare il proprio modello neomercantilista basato sulle esportazioni. In verità c’è al momento un bailamme di proposte volte ad aprire un varco al muro dei nein tedeschi. La confusione è dunque grande e non promette nulla di buono e di tempestivo, mentre i mercati non perdoneranno le mezze misure. Appena i tassi sui buoni decennali italiani supereranno il 7 per cento preparatevi al peggio. di Sergio Cesaratto. Ordinario di economia politica all’università di Siena. Scrive sul blog politicaeconomiablog.blogspot.com

2. L’aumento dello spread dipende dal debito pubblico degli Stati? NO.
Lo spread è la differenza tra due tassi d’interesse. Nello specifico, è la differenza tra i tassi di interesse che pagano sul proprio debito i Paesi periferici dell’euro e il tasso pagato sui titoli della Germania. Lo spread tende ad aumentare quando il mercato inizia a contemplare l’eventualità di una caduta del valore dei titoli dei Paesi periferici. Per convincere i mercati a trattenere i titoli e magari ad assorbirne di nuovi, bisogna offrire un tasso d’interesse più elevato. In genere è così che lo spread inizia la sua inquietante scalata. Fin dalla nascita dell’euro, e in modo ancor più accentuato a partire dalla crisi del 2008, gli spread dei paesi aderenti alla zona euro hanno presentato correlazioni non tanto con il deficit e il debito pubblico, quanto piuttosto con il deficit e il debito verso l’estero, sia pubblico che privato. In altri termini, non è l’eccesso di spesa pubblica sulle entrate fiscali a preoccupare tanto, quanto piuttosto l’eccesso di importazioni sulle esportazioni verso l’estero. Un eccesso che si concentra nei paesi periferici dell’Unione e che rappresenta l’immagine speculare del surplus di esportazioni tedesco. Rispetto alla vulgata, che si concentra pressoché esclusivamente sui pericoli derivanti dai bilanci pubblici, questi risultati appaiono sorprendenti. Eppure, la loro spiegazione è semplice. Gli alti tassi d’interesse, e quindi anche gli alti spread rispetto ai tassi tedeschi, si spiegano con il fatto che gli operatori sui mercati prevedono non semplicemente un fallimento di alcuni Stati, quanto piuttosto un loro sganciamento dall’Euro e una svalutazione del cambio. In particolare, in una fase di crisi come l’attuale, i Paesi in deficit commerciale verso l’estero potrebbero vedersi costretti a un certo punto ad abbandonare la moneta unica, riconquistare la sovranità monetaria e svalutare la moneta nazionale. Se dunque lo spread sale, ciò significa che gli operatori finanziari non prevedono semplicemente un default di alcuni Stati, ma si attendono che questi abbandonino la zona euro. Chi contempla questa eventualità risulterà disposto a trattenere i titoli dei Paesi a rischio di sganciamento solo in cambio di tassi d’interesse più elevati. Pertanto, l’evento che appariva inconcepibile appena pochi mesi fa, ora viene scontato nei valori effettivi ai quali si scambiano i titoli sui mercati finanziari. Ed è bene ricordare che tale sconto avviene sui titoli sia pubblici che privati: la previsione di una uscita dall’euro modifica il valore dei debiti non solo dello Stato ma anche delle banche, delle imprese e delle famiglie. di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, autori di L’Austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa (Il Saggiatore, Milano 2012). Nel 2008 Brancaccio scrive il saggio Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista (Studi economici, 2008), nel quale anticipa il tema di un’Europa divisa tra Nord e Sud e prevede la crisi degli spread
                                          
3. Per tornare alla crescita bisogna liberalizzare il mercato del lavoro? NO.
Secondo la teoria tradizionale la deregolamentazione del mercato del lavoro e la flessibilità verso il basso dei salari farebbero aumentare l’occupazione. Si sostiene, cioè, che la domanda di lavoro è inversamente proporzionale al suo costo. Più alti sono i salari, minore è la domanda di lavoro, più cresce la disoccupazione. Questa idea nel corso del ’900 è stata messa in discussione de Keynes e Sraffa e sul piano empirico non ha riscontri. Persino un’istituzione internazionale favorevole alla liberalizzazione del mercato del lavoro come l’Ocse nei suoi studi non ha trovato relazioni tra gli indici di protezione dell’impiego e i tassi di disoccupazione. Altri studi dimostrano al contrario che la disoccupazione è in relazione con l’andamento della domanda aggregata. E che esiste una relazione positiva tra alti salari, crescita dei consumi, crescita del Pil e alta occupazione. La deregolamentazione del mercato del lavoro e la spinta in basso dei salari possono determinare anche la riduzione della produttività: le imprese, potendo comprimere il costo del lavoro, sono meno incentivate a introdurre innovazioni tecnologiche. In un mercato aperto, una riduzione dei costi e dei salari può effettivamente consentire una crescita delle esportazioni. Ciò è recentemente avvenuto, ad esempio, in Irlanda e in Germania. La prima ha attratto investimenti offrendo alle imprese vantaggi fiscali. La Germania è invece riuscita a far crescere la produttività, senza far crescere i salari. Ma la competitività è sempre relativa. Se tutti i competitori abbassano i salari, non vince nessuno. L’unico risultato è una riduzione della domanda e della crescita. Per recuperare il differenziale di competitività con la Germania i Paesi della sponda Sud dovrebbero ridurre i salari e i prezzi dei beni esportati di qualcosa come il 30 per cento. Se accadesse (come è probabile) che la riduzione dei salari non producesse un’eguale discesa dei prezzi, il potere d’aquisto delle retribuzioni si ridurebbe, creando contraddizioni sociali insostenibili. D’altra parte se anche i prezzi scendessero, questo renderebbe comunque il debito contratto, sia pubblico che privato, più oneroso, con conseguenze gravissime. Se il problema è di riallineare la competitività di Berlino con quella dei Paesi della sponda Sud, ciò si può fare anche facendo crescere sia i salari reali (in modo da recuperare il terreno perduto rispetto alla produttività) che i prezzi in Germania. L’inflazione ha conseguenze meno negative della deflazione. E ciò potrebbe trovare consensi anche tra i lavoratori tedeschi. di Antonella Stirati, docente alla facoltà di Economia Federico Caffè dell’università Roma tre. Scrive sulsito economiaepolitica.it

4. La Bce non può fare nulla per sostenere crescita e occupazione? NO.
Chi sostiene che la Bce non può far nulla per la crescita e l’occupazione assume aprioristicamente che l’unico modo di essere banca centrale è quello definito dallo statuto dell’Istituto di Francoforte. Ma le funzioni attribuite a una Banca centrale sono solo il riflesso di un particolare momento storico. Nella realtà del passato obiettivi e strumenti sono stati variamente declinati; nel caso della Bce – sotto la pressione del pensiero neoliberale – la scelta politica è stata esplicita: l’obiettivo è il contenimento del tasso d’inflazione dell’area e lo strumento è la regolazione del volume di liquidità sul mercato monetario (quel particolare mercato internazionale in cui le banche si scambiano i mezzi liquidi eccedenti). L’interlocutore della Bce sono quindi le banche (il settore pubblico è posto in un angolo) nell’assunto che le loro decisioni siano quelle più valide per l’intero sistema: gli obiettivi delle banche divengono così di fatto gli obiettivi di politica economica. Seguendo questa logica la Bce ha rinunciato a svolgere il suo ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti degli Stati, vittime della crisi degli spread. Inoltre l’azione della Banca centrale, seguendo l’onda americana, ha tenuto bassi i tassi d’interesse sui fondi più liquidi sostenendo la spinta dei risparmiatori (e degli istituti finanziari) a spostarsi verso attività finanziarie più rischiose; paradossalmente i bassi tassi d’interesse non hanno favorito l’attività produttiva (tranne l’immobiliare). Infatti il minor costo del credito è stato più che compensato dalle minori attese di redditività dell’apparato produttivo, causate dalle deboli condizioni di domanda. L’attività finanziaria si è quindi avvantaggiata a scapito di quella produttiva. Dopo lo shock della crisi finanziaria americana la Bce ha cambiato il passo, ma non il suo quadro di riferimento. Sulla crisi bancaria è intervenuta immettendo quantità rilevanti di liquidità che hanno dato respiro alle banche in difficoltà; ma sulla crisi dei debiti pubblici ha ceduto il passo, limitandosi a spingere la banche a investire sui titolo di debito degli Stati. È in ogni caso il sistema delle banche a essere il terminale delle scelte di politica economica. La Bce potrebbe fare molto di più per la crescita e l’occupazione. Ma servirebbe un diverso contesto istituzionale, in cui il sistema finanziario sia in grado di rappresentare un contenimento della finanza (speculativa) globale al fine di sostenere le opportunità produttive all’interno dell’area. È un aspetto dell’ormai necessaria ristrutturazione istituzionale europea per una politica economica che ponga al suo centro l’occupazione, i suoi redditi e i suoi diritti. Finora l’assetto della Bce e il suo comportamento è stata coerente con il quadro neoliberista all’interno del quale è nata (e che tanti danni ha fatto). Ma nulla vieta, se non radicati interessi, che essa possa assumere un diverso assetto e adottare comportamenti coerenti con un quadro di politica economica che si proponga la realizzazione di un’effettiva cittadinanza europea. Sulla consapevolezza della necessità di cambiare quadro non vi sono molti segni, ma vi sono. di Claudio Gnesutta, ex docente di Economia politica a La Sapienza di Roma, esperto di politica monetaria. Scrive sul sito sbilanciamoci.info

Giovani per la rivoluzione civile


Finalmente siamo in campo. Antonio Ingroia, uomo autorevole e con la schiena dritta, che in questi anni e negli ultimi mesi ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità di battaglie importanti e difficili, è il nostro candidato premier.
Le sue battaglie per la legalità costituzionale, per la democrazia, contro le mafie e contro gli intrecci perversi tra queste e la politica, tra queste e lo Stato sono le nostre battaglie. Quelle della parte migliore del Paese, delle sue forze vive e dinamiche. I dieci punti programmatici che sorreggono la candidatura di Ingroia e la lista Rivoluzione Civile sono la base di una proposta di governo alternativo del Paese. Incompatibile con il berlusconismo e con il montismo, alternativa alle alleanze che – direttamente o indirettamente – propongono una continuità con i disastri delle politiche degli ultimi vent’anni, in sintonia con le lotte sociali e civili di chi resiste.
In particolare sono due, tra i tanti, i motivi che ci spingono a credere che sia possibile, con Ingroia, aprire il libro dei sogni.
Il primo è che con questo percorso si realizza una parte importante del progetto messo in campo da molti di noi con la campagna referendaria in difesa del lavoro: un progetto unitario della sinistra italiana che mira a ricostruire per il presente e il futuro del Paese una rappresentanza unitaria del mondo del lavoro, dei movimenti, della società civile progressista, esattamente ciò che è mancato – drammaticamente – in questi anni.
Per noi il lavoro è il mondo dell’economia reale, il lavoro dipendente, subordinato e parasubordinato, nonché quelle piccole realtà autonome strangolate dalle tasse, dalle mafie e dall’assenza di politiche industriali lungimiranti che pongano finalmente il tema fondamentale di cosa, come e per chi produrre.
Anche per questo serve molto coraggio e lavorare per gettare le basi affinché questo progetto si strutturi, rafforzi progressivamente, anche dopo le elezioni, il suo corpo e la sua anima.
Il secondo motivo è che vediamo in questa nuova aggregazione uno strumento straordinario di rinnovamento e di cambiamento nella sinistra italiana, che tenga uniti diritti sociali e civili, equità, lavoro, laicità. Sul piano delle forme organizzative e dei linguaggi e anche sul piano generazionale.
La nostra generazione vive il peggiore dei paradossi: subisce sulla propria pelle il massimo della sofferenza e della precarietà e al contempo esprime il massimo della distanza dalla partecipazione e dalla lotta politica. Qui si colloca quella che in molti chiamano passività ed anti-politica. Ma è un paradosso apparente perché a produrre sofferenza e precarietà è proprio questa politica prodotta da queste classi dirigenti. Si tratta di mettere in campo un’altra politica, una nuova politica, una politica nuova, fatta per le nuove generazioni dalle nuove generazioni.
Una politica che ponga al centro l’obiettivo della piena e buona occupazione – innanzitutto giovanile – e l’esigibilità di forme di salario e reddito garantito nell’ambito di un altro modello di sviluppo, sostenibile e democratico, basato sulla riconversione ecologica del sistema economico. Crediamo fermamente in un’economia verde ed ecosostenibile, capace di ridare dignità alla ricerca pubblica, fondata sulla salvaguardia del territorio, sulla valorizzazione dell’agricoltura di qualità, sull’aumento della quantità e della qualità del trasporto pubblico, su di una politica per l’abitazione non invasiva dal punto di vista dell’impatto ambientale.
Questi impegni programmatici non devono poggiare – come altrove si è fatto in questi anni – sull’affidamento al leader carismatico, alla figura salvifica che risolve con la propria presenza i limiti e i problemi del corpo collettivo. Si tratta di investire in un progetto di cui tutti noi dobbiamo – con le nostre storie e soprattutto con il nostro sguardo rivolto al futuro – farci soggetto protagonista e determinante.
Come ci hanno insegnato le pagine più belle della nostra Storia, come ci ha insegnato Peppino Impastato e tutti coloro che hanno saputo unire l’impegno militante per la legalità e la democrazia con l’impegno intransigente per la giustizia e l’eguaglianza. Giovani dalla parte del cambiamento. Per una vera rivoluzione civile.
prime adesioni:
Veronica Albertini
Claudia Bellano
Danilo Borrelli
Irene Bregola
Alfonso Cetera
Rosario Coco
Alessia Colantoni
Rocco Di Filippo
Marco Gaudini
Giuliano Girlando
Francesco d’Agresta
Roberto Foderà
Manuela Grano
Matteo Iannitti
Alessandro Lombardi
Massimiliano Mazzola
Simone Oggionni
Claudia Nigro
Luciano Pisanello
Matteo Pucciarelli
Elisa Scarano
Marco Severa
Emanuele Toscano
Nicola Pissas
Luciano Pisanello
Pasquale Videtta

per aderire scrivi a giovaniperlarivoluzionecivile@gmail.com

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