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giovedì 10 gennaio 2013

Referendum sul lavoro: firme consegnate, nonostante Napolitano.

Il segretario Ferrero consegna le firme
Mercoledì 9 gennaio sono state depositate in Cassazione le oltre 700mila firme raccolte per i referendum sul lavoro raccolte dal comitato unitario costituito da Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, Italia dei Valori, Comunisti Italiani e dalla FIOM-Cgil. Il risultato è nettamente superiore alla soglia minima delle 500mila firme necessarie, il primo risultato per il comitato quindi è raggiunto.
Nonostante i nostri appelli, il Presidente della Repubblica ha deciso di sciogliere le camere prima della fine dell’anno, mettendo a rischio la validità delle firme. Il gesto di Napolitano è molto grave, sarebbe bastato sciogliere le camere nei primi giorni di gennaio per permettere la consegna delle firme senza cambiare nulla nel corso della crisi politica.
Per permettere lo svolgimento delle consultazioni sull’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e sull’Articolo 8 della legge Sacconi, il Comitato Promotore percorrerà tutte le vie legali possibili. Inoltre facciamo appello a tutti i candidati alle elezioni di febbraio perché dimostrino di non avere paura della consultazione democratica, e garantiscano con un decreto la validità delle firme, come già successo in passato.
Come Comitato Provinciale, che oltre alle forze del comitato nazionale aggiunge l’Unione Sindacale di Base, ringraziamo le centinaia di cittadine e cittadini che in provincia hanno firmato per i quesiti e garantiamo che continueremo la battaglia contro i licenziamenti ingiusti e contro una contrattazione che peggiora le condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per il Comitato Provinciale,
il Coordinatore Paolo Rizzi.



sabato 27 ottobre 2012

Contro le pensioni di Fornero: al via la raccolta firme


di Roberta Fantozzi e Barbara Pettine*

Monti e Fornero hanno gettato nella disperazione centinaia di migliaia di persone, che hanno visto, nel giro di poche settimane, la propria prospettiva di vita messa radicalmente in discussione, dopo anni ed anni di duro lavoro. La cosiddetta riforma delle pensioni del governo dei tecnici, che allunga di sei anni e più il tempo di lavoro, è stato il più violento provvedimento antipopolare, contro le condizioni di vita di uomini e donne, dal dopoguerra ad oggi. Una campagna lampo passata sulla testa della gente, offerta sull’altare del recupero di «credibilità» in Europa e nel mondo dalla neonata unità nazionale del «dopo la caduta di Berlusconi», senza che ci fosse neppure la consapevolezza del disastro sociale che questa sedicente riforma apparecchia.
Il disastro sociale per chi, espulso dai luoghi di lavoro, alla pensione non arriverà mai, tanto più dopo la drastica riduzione dei tempi di erogazione degli ammortizzatori sociali, cui ha provveduto l’altra «riforma» Monti-Fornero: un dramma di cui i lavoratori «esodati», secondo l’orrido neologismo, non rappresentano che la punta dell’iceberg. Uomini e donne che hanno di fronte come sola possibilità, quella di tentare un impossibile riciclaggio contendendo ai propri figli/e un posto precario.
Il disastro sociale per le ragazze e i ragazzi, privati non solo della pensione futura, ma del lavoro presente, giacché è palese come il permanere forzatamente sul lavoro dei più anziani, diventi una barriera insormontabile per le nuove generazioni, in un paese in cui la disoccupazione giovanile è ormai al 35 per cento e l’occupazione globale si restringe per le politiche recessive.
L’accanimento contro le donne, su cui continua a scaricarsi la doppia fatica del lavoro produttivo e riproduttivo, in un’organizzazione sociale in cui il perdurante sessismo si intreccia alle storiche carenze del nostro sistema di welfare, che certo non migliorerà per i tagli feroci prescritti dal pareggio di bilancio oggi, dal Fiscal Compact domani. Penalizzate nell’accesso al lavoro, nelle retribuzioni, nella precarietà dei contratti, nella maturazione dei requisiti per la pensione. Se un operaio potrà «sperare» di andare in pensione a 62 anni, dopo 42 anni e un mese di lavoro, l’operaia non riuscirà ad andare prima dei 67 perché la sua vita lavorativa, fra aspettative non retribuite, part time, periodi più lunghi di attesa per entrare nel lavoro stabile e rientrarvi dopo le gravidanze, non le permetterà di cumulare i 41 anni utili alla pensione cosiddetta anticipata ( oggi solo il 2% delle pensionate del settore privato ha più di 35 anni di versamenti).
La controriforma non è nata dai problemi di tenuta del nostro sistema pensionistico, la cui sostenibilità è stata attestata fino ed oltre il 2060 sia dagli organismi europei che dal nucleo di valutazione del ministero del Lavoro, e i cui saldi tra entrate contributive e uscite effettive al netto delle tasse, sono sempre stati in attivo dal 1998, attestandosi oggi intorno all’1,8% del Pil, come ci ricorda instancabilmente Roberto Pizzuti.
Le motivazioni sono state invece quelle di fare «cassa» nell’immediato e arrivare in prospettiva allo smantellamento del sistema pubblico a favore dei fondi privati: per dare nuova linfa ai processi di privatizzazione e speculazione finanziaria. La controriforma delle pensioni è il primo provvedimento «costituente» del governo Monti. Al pari della manomissione dell’articolo 18 e del via libera ai licenziamenti arbitrari, al pari dell’articolo 8 Sacconi-Berlusconi che svuota il contratto nazionale e cancella i diritti del lavoro, la controriforma delle pensioni ridisegna nel profondo i rapporti tra le classi, le relazioni sociali, persino le antropologie. Ed è emblematica della logica perversa dell’iperliberismo per cui la risposta alla crisi risiede nell’ipertrofia delle politiche che la crisi l’hanno causata: distruzione del welfare e incremento delle disuguaglianze di pari passo alla precarizzazione del lavoro e all’aumento vertiginoso dell’orario di lavoro settimanale, annuo e nell’ arco dell’intera vita.
Per questo il referendum, per noi strettamente intrecciato a quelli sul lavoro. Crediamo sia ora che le persone si esprimano, che disperazione, rabbia, voglia di dignità e di rispetto per le proprie condizioni di vita, di lavoro e di reddito, si facciano sentire attraverso il protagonismo diretto dei soggetti. Contro chi ci ha sottratto il futuro, contro una riforma ingiusta e misogina che si accanisce contro i più deboli, la parola va restituita alle donne a agli uomini, che questo paese abitano, vivono e fanno progredire. Riprendiamoci il futuro. Abroghiamo la controriforma delle pensioni.
* comitato promotore del referendum abrogativo della riforma delle pensioni

mercoledì 3 ottobre 2012

Referendum: i quesiti punto per punto

I quesito punto per punto.
Tonino Bucci su Ombre Rosse.

La campagna per le prossime elezioni politiche è già cominciata. L'iniziativa referendaria sarà uno dei fronti caldi. Guai però a sminuire l'importanza dei temi, ciascuno dei quali viaggerà separatamente da quelli che saranno gli schieramenti e le alleanze alle prossime consultazioni politiche. La Federazione della sinistra è impegnata su due quesiti riguardanti il lavoro presentati già in Cassazione con altre forze politiche, ai quali si aggiunge il quesito sulle indennità parlamentari presentato dall'Idv – che la Fds sostiene – più un quarto quesito sulle pensioni del Prc in via di formulazione.
Nel pacchetto spiccano – si diceva – i due quesiti sul lavoro, uno sull'abrogazione dell'articolo 8 che oggi consente la deroga alla contrattazione collettiva, l'altro che punta invece al ripristino del vecchio articolo 18 e della norma della reintegra del lavoratore licenziato. A sostenere i due quesiti è un arco di forze che raggruppa Idv, Federazione della sinistra e Sel, oltre alla Fiom e singoli giuristi. Il Pd ha deciso di non sostenerli, ma singoli suoi esponenti hanno fatto un'altra scelta. È il caso, per esempio, di Sergio Cofferati, l'ex leader della Cgil che a difesa dell'articolo 18 impegnò la propria organizzazione nel memorabile corteo dei tre milioni a Circo Massimo nel 2002. Anche il senatore del Pd Vincenzo Vita ha deciso di sostenere le proposte referendarie sul lavoro.
Nel dettaglio il quesito sulla contrattazione collettiva chiede l'abrogazione dell'articolo 8 del decreto legge del 13 agosto 2011, n. 138, (titolato “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”), poi convertito in legge. Allora c'era ancora il governo Berlusconi, oggi c'è il governo Monti. Ma le posizioni non cambiano. Anche l'attuale ministro del welfare, Elsa Fornero, è una fan dell'articolo 8. La norma vigente permette in sostanza la stipula di contratti in deroga alla contrattazione collettiva nazionale.
Più articolato il quesito sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (la legge 20 maggio 1970), che chiede di abrogare diverse modifiche introdotte dal ministro Fornero – sempre lei – per evitare la riassunzione dei lavoratori ingiustamente licenziati. Per questi è prevista solo la liquidazione con un indennizzo economico. L'intervento più significativo sarebbe sul quinto comma che attualmente stabilisce, nel caso di licenziamenti senza giusta causa, un semplice indennizzo economico da parte del datore di lavoro. I referendari propongono di abolire il seguente passaggio: «Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all'anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell'attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo».
Un terzo quesito referendario, presentato dall'Idv e sostenuto anche dalla Fds, riguarda la modifica parziale dell'attuale legge per la «determinazione» dell'indennità dei parlamentari. Nel dettaglio si propone la cancellazione dell'articolo due e del terzo comma dell'articolo 5 che recita: «L'indennità mensile e la diaria per il rimborso delle spese di soggiorno prevista dall'art. 2 sono esenti da ogni tributo e non possono comunque essere computate agli effetti dell'accertamento del reddito imponibile e della determinazione dell'aliquota per qualsiasi imposta o tributo dovuti sia allo Stato che ad altri Enti, o a qualsiasi altro effetto».
Il quarto quesito è in corso di stesura. Rifondazione - come spiega il responsabile lavoro e welfare Roberta Fantozzi in questo numero di Ombre Rosse – ci sta lavorando con l'aiuto dei giuristi. A giorni conosceremo il testo.

Referendum sul lavoro: articolo 18 e articolo 8

Il Partito della Rifondazione Comunista aderisce al comitato unitario per i referendum sul lavoro.
Abolire la riforma dell'articolo di 18 fatta Monti e abolire l'articolo 8 della manovra 2011 di Berlusconi!

Una grande battaglia per i lavoratori, per i precari e per i disoccupati

Alberto Lucarelli, docente e assessore della giunta De Magistris ha lavorato anche all’elaborazione del “manifesto di ALBA” (Alleanza Lavoro Beni comuni, Ambiente) Alba fa parte del comitato referendario e non solo in virtù delle parole contenute nel suo acronimo.

La democrazia diretta apre contraddizioni.
«L’acronimo è la conseguenza di una scelta forte. Quella di voler ridare voce alla Costituzione che rappresenta l’elemento più democratico di questo Paese ed in molti punti o è attaccata o disapplicata. La scelta referendaria fa parte di una richiesta di democrazia diretta laddove predomina una sistema di rappresentanza, bloccato da gruppi di potere, i partiti, che non tutelano le minoranze. Ci accorgiamo che c’è bisogno di spazi in cui i cittadini possano esprimere un parere vincolante al di là degli schieramenti politici. Non agiamo secondo la vecchia logica radicale, crediamo solo di poter determinare un miglioramento della democrazia».

C’è stata una reazione di alcune forze politiche estremamente dura nei confronti della scelta dei referendum, senza peraltro entrare nel merito delle questioni che il comitato promotore pone.
«Mah io credo che questa scelta di difesa di diritti crei di fatto un fronte comune. Questo ha fatto emergere contraddizioni e ipocrisie fra gli schieramenti. Ci sono state soprattutto le reazioni nervose del Pd. Eppure nei referendum non si fa altro che richiamare all’applicazione del concetto di lavoro come diritto da difendere. La difesa dei diritti dei lavoratori ma anche l’attuazione piena di alcuni articoli della costituzione (dal 36 al 39)».

Uno degli attacchi che è stato rivolto alla presentazione dei referendum è che si tratti solo di propaganda, visto che si terrebbero nel 2014 con un parlamento totalmente diverso.
«Non mi sembra che tale argomentazione abbia fondamento. I referendum hanno valenza politica anche se presuppongono un risultato “giuridico demolitorio”. Del resto la campagna per i referendum sull’acqua è durata 4 o 5 anni prima che si votasse e si vincesse. E avevamo a fare battaglie nei territori già dalla stagione 2001/2002. Nonostante nel frattempo siano cambiati parlamenti e governi».

Una campagna di opinione che è già partita definisce i referendum in maniera allarmistica perché mettono a repentaglio il lavoro svolto da Monti & company per “salvare il paese”.
«La sola risposta da dare è che il welfare è stata la più grande conquista del ventesimo secolo nei rapporti con la borghesia. Una conquista che non può dipendere dal debito pubblico. Che si colpiscano meglio le evasioni fiscali, che si ristabilisca una progressività reale nelle imposte. Negli anni Settanta le aliquote per i più facoltosi erano del 60% oggi sono del 43%, mentre sono cresciute quelle per lavoratori dipendenti e pensionati.».

Ora saranno fondamentali i comitati unitari nei territori per la raccolta firme. Alba che ruolo può svolgervi?
«Noi siamo una realtà nata da poco con una caratteristica fortemente magmatica. C’è di tutto fra i nostri sostenitori, iscritti a Sel, a Rifondazione alla Fds all’IdV e persone che ormai non si riconoscono in nessun partito. Questo potrebbe permetterci di far prevalere nelle nostre discussioni, la coerenza e l’attuazione dei contenuti. Stiamo costruendo una presenza dappertutto e aumentando i legami con le tante realtà vive del Paese. Ci è stata di molto aiuto l’iniziativa di Napoli della Rete dei Beni Comuni».

 Quando vi siete recati in Cassazione a depositare i quesiti, c’erano gli esponenti di forze i cui rapporti sono stati a volte difficili.
«Quando abbiamo presentato i referendum sull’acqua è stata una festa. L’altro giorno il clima era diverso ma cercheremo di renderlo migliore con il lavoro comune».

A tuo avviso di fronte a questa proposta di partecipazione, gli aventi diritto al voto sono oggi più consapevoli che in passato o prevale la resa e il disincanto?
«Siamo ad un momento di rottura perché c’è consapevolezza ma anche grande distacco dai partiti col rischio che prevalgano alcune patologie. Nel contempo ci sono forti spinte di socializzazione fra le persone. Si torna a discutere e a impegnarsi. Ieri si parlava ad un affollato dibattito con Paolo Ferrero, della contrapposizione fra lavoratori in entrata e in uscita. Uno schema per certi versi classico su cui lavorare seriamente».

Proporre i referendum a Napoli e più in generale in Campania, dove aumentano i licenziamenti e contemporaneamente il numero delle persone rassegnate a non aver lavoro, sarà dura.
«Ci lavoreremo partendo proprio dal fatto che i diritti di chi ha un lavoro da difendere e quelli di chi un lavoro lo cerca non vanno messi in contrapposizione».

domenica 29 gennaio 2012

Beni comuni: buone notizie da Napoli

A Napoli si è svolta l'assemblea dei Comuni per i Beni Comuni. Proponiamo il riassunto di Raffaele Tecce  (Responsabile Enti Locali di Rifondazione), l'articolo del Manifesto e l'intervento di Ferrero.

BUONE NOTIZIE DA NAPOLI
di Raffaele Tecce.

Si è svolto ieri a Napoli il Forum dei Comuni per i Beni Comuni indetto dalla Amministrazione Comunale partenopea guidata dal Sindaco de Magistris con la partecipazione di circa 1500 aderenti dei quali un migliaio di amministratori comunali, provinciali e regionali provenienti da tutta Italia . Al centro della riflessione, introdotta dall' assessore napoletano ai beni comuni Alberto Lucarelli, la proposta di costruire una "rete dei comuni per i beni comuni" capace di definire proposte e conflitto in particolare su due obiettivi: 1) contrastare le norme anticostituzionali del decreto di Berlusconi di ferragosto, accentuate nel decreto Monti sulle liberalizzazioni ,tese a obbligare i Comuni a tappe forzate alla privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali e del patrimonio pubblico, in contrasto, al di la della apparente esclusione da queste norme del servizio idrico integrato ,con lo spirito e la lettera del quesito referendario su cui si sono pronunciati 27 milioni di elettori. 2) un "patto dei comuni contro il patto di stabilità ", figlio della politica liberista europea sintetizzata dai parametri di Mastricht, lesivo di ogni autonomia di Comuni intesi come enti di prossimità più vicini ai bisogni dei cittadini. Senza rompere la gabbia d'acciaio del patto i Comuni non potranno più garantire diritti e servizi costituzionalmente garantiti ai cittadini (dal welfare, alla casa, alla scuola, ai trasporti ecc.) violando le norme che garantiscono a tutti i cittadini livelli essenziali di prestazioni e sarà impossibile ogni intervento pubblico mirato allo sviluppo a tutela dei soggetti più colpiti dalla crisi. E' in questo quadro essenziale - è stato ribadito in molti interventi - impegnarsi nella battaglia contro l'inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione , contrastando il tentativo avviato in Parlamento di modifica dell' l'art. 81: tale modifica costituzionale, infatti, impedirebbe ogni intervento pubblico in economia.
Per raggiungere questi obiettivi è necessario intrecciare fortemente democrazia locale con democrazia partecipativa - è stato ribadito in moltissimi interventi - costruendo come rete dei Comuni un conflitto ed una vertenza col Governo fino a forme di disobbedienza civile impegnando, ad esempio, i Comuni stessi, se non ci saranno modifiche legislative, ad una azione coordinata e consapevole di non applicazione del patto di stabilità: è infatti lesivo di ogni autonomia finanziaria non poter spendere, a causa degli astrusi parametri del patto, risorse disponibili ritardando pagamenti a fornitori, piccole imprese e cooperative sociali, determinando ulteriori effetti recessivi sul tessuto economico locale già colpito dalla crisi e non politiche espansive.
Il Forum si è articolato, dopo la seduta introduttiva plenaria tenutasi al Teatro Politeama, in 4 tavoli di lavoro (Economia del territorio e bilanci degli EELL; Beni Comuni, partecipazione e servizi pubblici; Politiche del welfare,diritti dei migranti e del lavoro; Ambiente e nuovi modelli urbani) tenutisi al Maschio Angioino con la presenza di tutti i partecipanti e nei quali hanno preso la parola, complessivamente, circa 200 soggetti istituzionali ed associativi.
Al Forum sono stati presenti e sono intervenuti moltissime compagne e moltissimi compagni del PRC a partire dal segretario Paolo Ferrero e dal portavoce della FDS Massimo Rossi che, come consigliere provinciale e storico animatore delle battaglie per il bilancio partecipativo e per l'acqua pubblica,ha svolto una delle relazione nel tavolo sui servizi pubblici locali.
Nelle conclusioni si è deciso di render permanente la" rete dei comuni per i beni comuni" e di prevedere continuità a questa esperienza dandosi appuntamenti trimestrali per portare avanti i punti programmatici definiti, che saranno sintetizzati in una "carta".
La tavola rotonda finale con i Sindaci Emiliano e Zedda,con il presidente della Puglia Vendola, con l' operaio FIOM della FIAT di Pomigliano Di Luca, miliante del PRC - che ha sottolineato la inscindibilità della battaglia per i diritti dei lavoratori con quella per i beni comuni - è stata conclusa dal Sindaco di Napoli Luigi de Magistris che, dopo aver ringraziato tutti i partecipanti per aver raccolto l'invito di venire a confrontarsi a partire dal "laboratorio Napoli", ha aperto una riflessione su come valorizzare la partecipazione dei cittadini alla azione amministrativa locale anche al fine di costruire un alternativa a livello nazionale.

sabato 21 gennaio 2012

Monti fa marcia indietro sull'acqua!

Riceviamo il comunicato del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua e lo pubblichiamo con gioia!
La mobilitazione paga: il popolo dell'acqua ha costretto il Governo a ritirare il provvedimento che vietava la gestione del servizio idrico attraverso enti di diritto pubblico, quali le aziende speciali.
È una vittoria dei cittadini e dei comitati che in tutto il paese hanno fatto sentire forte la loro voce in difesa del voto referendario.
Rimane ampiamente negativo il giudizio del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua sul decreto liberalizzazioni che, a dispregio voto del giugno scorso, peggiora le già pessime misure del precedente Governo sulla privatizzazione degli altri servizi pubblici locali.
La mobilitazione del popolo dell'acqua continua per la piena attuazione del risultato referendario: avanti tutta con la ripubblicizzazione del servizio idrico e la campagna di obbedienza civile per una tariffa corretta e coerente coi referendum. Si scrive acqua, si legge democrazia.
Roma, 20 gennaio 2012

sabato 14 gennaio 2012

Monti, giù le mani dall'acqua pubblica

Il Governo Monti, con la scusa della crisi e di far ripartire l'economie con le "liberalizzazioni", ignora il risultato del referendum e impone che le società di gestione del servizio idrico non siano società pubbliche. Il PRC aderisce all'appello del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua e invita a firmarlo: clicca qui.

Governo Monti, giù le mani dall'acqua pubblica e dalla democrazia
di Marco Bersani (Attac Italia) - da Liberazione On Line del 12-01-2012


Il re è nudo e finalmente tutti possono vederlo. Salutato come salvatore della patria e liberatore dall’incubo berlusconiano, il Governo “tecnico” dei professori, dopo aver approvato la prima fase della macelleria sociale come regalo natalizio, si appresta ora al secondo decisivo affondo: la cancellazione di ogni spazio pubblico nella gestione della società e delle comunità territoriali.
Incurante del fatto che la drammatica crisi globale in cui siamo immersi segni in prima istanza il definitivo fallimento delle politiche liberiste; indifferente al fatto che i referendum dello scorso giugno abbiano chiaramente indicato la fine del consenso sociale all’ideologia del ”privato è bello”, il governo Monti persevera imperterrito nella funzione per cui è stato voluto dai poteri forti economico-finanziari e subìto dall’inconsistenza politica dei partiti di centrodestra e di centrosinistra: passare dal “privato è bello” al “privato è ineluttabile e obbligatorio”.
Un modello capitalistico in crisi di sovrapproduzione da oltre due decenni, posticipata ad oggi grazie all’enorme espansione della speculazione finanziaria, di fronte al precipitare sistemico della propria crisi ha davanti a sé una sola strada per mantenersi in vita:smantellare totalmente i diritti del lavoro (fase 3 del Governo “tecnico”) e mettere a valorizzazione finanziaria tutti i beni pubblici, a partire da quelli ad alta redditività perché primari ed essenziali come l’acqua.
Ventisette milioni di donne e uomini di questo Paese, nel giugno scorso, hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto. Le stesse donne e uomini hanno votato anche in difesa dei servizi pubblici locali contro le strategie di privatizzazione.
Quel risultato, frutto di una mobilitazione sociale dal basso senza precedenti, costituisce la vera spina nel fianco dei poteri forti, intenti a trasmettere ad ogni piè sospinto le esigenze dei mercati, nuove divinità colleriche cui fare sacrifici per garantirsene la benevolenza.
Cancellare quel risultato diviene prioritario per poter procedere: e se non si può farlo con un consenso ormai perso, deve essere utilizzata l’autorità.
Solo così si spiega il disprezzo per il voto referendario espresso a più riprese in questi giorni da diversi esponenti di governo in trasmissioni televisive e in dichiarazioni sui mass media.
S<+Tondo>olo così si spiega come, dietro la foglia di fico delle “liberalizzazioni” di alcune categorie di servizi, ci sia la volontà di intervenire sulla gigantesca torta dei servizi pubblici locali (70 mld di euro solo per gli investimenti negli acquedotti).
Nella crisi sistemica, l’antagonismo tra democrazia e mercato non potrebbe essere più evidente: per il professor Monti – quello del ripristino del rispetto per le istituzioni - il voto consapevole e costituzionalmente garantito della maggioranza assoluta degli italiani nulla conta di fronte all’esigenza delle multinazionali francesi e nostrane di poter usufruire di un business garantito come quello sull’acqua.
La posta in gioco questa volta è drammatica : in gioco non c’è solo – e non è poco - un bene primario come l’acqua; sotto attacco c’è la democrazia, ovvero il diritto per le donne e gli uomini di questo paese di poter decidere sui beni che a tutti appartengono e sulla loro gestione.
Il governo Monti va immediatamente fermato. Possiamo farlo, perché siamo molti più di loro, possiamo farlo, perché consapevolmente abbiamo attraversato le strade e le piazze di questo Paese portando il nuovo linguaggio dei beni comuni e della democrazia partecipativa come risposta alla dittatura dei mercati finanziari; possiamo farlo, perché tra la Borsa e la vita abbiamo scelto, tutte e tutti assieme, la vita.
Il re è nudo: riempiamo le piazze e, al suo passaggio, indichiamolo con il dito e sorridiamo di futuro.

venerdì 25 novembre 2011

Referendum: campagna di obbedienza civile!

Riceviamo dal Forum Italiano dei Movimenti sull'Acqua


Applicare il referendum
Con la pubblicazione, in data 20 luglio 2011, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 116 è stata sancita ufficialmente la vittoria referendaria e l’abrogazione della norma che consentiva ai gestori di caricare sulle nostre bollette anche la componente della “remunerazione del capitale investito”.
Se non saranno le istituzioni a far rispettare l’esito del referendum, saranno le cittadine e i cittadini a farlo.
Per questo lanciamo la campagna di obbedienza civile: ovvero il rispetto della volontà popolare eliminando il profitto dalle bollette. 

Perchè una campagna di "obbedienza civile"

La “remunerazione del capitale investito”, che ricordiamo, è pari al 7% della sommatoria degli investimenti effettuati nel periodo di affidamento al netto degli ammortamenti, nella generalità dei casi, incide sulle nostre bollette per una percentuale che oscilla, a seconda del gestore, fra il 10% e il 20%.
Il referendum era stato proposto per far valere un principio chiaro: nella gestione dell’acqua non si devono fare profitti! E la risposta dei cittadini (95,8% a favore della cancellazione del profitto) non lascia alcun dubbio sull’opinione, praticamente unanime, del popolo italiano.
Oggi, a distanza di alcuni mesi, risulta che, in tutto il territorio nazionale, nessun gestore abbia applicato la normativa, in vigore dal 21 luglio 2011, diminuendo le tariffe del servizio idrico. In
altre parole tutti i gestori del servizio idrico italiano hanno ignorato con pretestuose argomentazioni l’esito referendario.
Questo non può essere accettato!
Perciò chiediamo a tutti i cittadini italiani utenti del servizio idrico di aderire alla campagna di “obbedienza civile”

In cosa consiste la campagna di "obbedienza civile"

La campagna di “obbedienza civile” consiste nel pagare le bollette, relative ai periodi successivi al 21 luglio 2011, applicando una riduzione pari alla componente della “remunerazione del capitale investito”.
E’ stata chiamata di “obbedienza civile” perché non si tratta di “disubbidire” ad una legge ingiusta,
ma di “obbedire” alle leggi in vigore, così come modificate dagli esiti referendari.
Lo scopo principale della campagna di “obbedienza civile” è ovvio: ottenere l’applicazione del risultato che è inequivocabilmente scaturito dai referendum.
Con la mobilitazione attiva di centinaia di migliaia di cittadini ci proponiamo di attivare una forma diretta di democrazia dal basso, auto-organizzata, consapevole e indisponibile a piegare la testa ai diktat dei poteri forti di turno.
Ci proponiamo anche di dare una risposta all’evidente crisi della democrazia rappresentativa dei partiti, ormai diventata impermeabile non solo alle istanze della società, ma persino ai formali esiti delle consultazioni codificate nella nostra Carta Costituzionale, come appunto i referendum abrogativi.
Dal 1 Gennaio 2012 parte in tutta Italia la campagna di “obbedienza civile”.
Unisciti anche tu!
Fuori l’acqua dal mercato fuori i profitti dall'acqua

martedì 14 giugno 2011

Il referendum dice: SECAM pubblica!


«Spira un nuovo nel paese: messaggio diretti sia al centrodestra che al centrosinistra».

Pubblichiamo la nota stampa diffusa dalla Federazione di Sondrio di Rifondazione Comunista. 

Il raggiungimento del quorum e il trionfale successo dei SI segnala due dati.

BOCCIATA LA MAGGIORANZA
Il primo: i cittadini hanno in massa bocciato 4 leggi approvate dalla ex maggioranza Berlusconi – Bossi, confermando dopo le amministrative che un nuovo vento spira nel paese, un vento che, seppur in modo non ancora decisivo, inizia a spirare anche nella nostra provincia.

BASTA PRIVATIZZAZIONI
Il secondo dato conseguente al primo, arriva dai milioni di Si ai quesiti sull’acqua ed è un messaggio diretto tanto al centrodestra che a quel centrosinistra che in questi anni hanno entrambi fatto a gara a privatizzare pezzi sempre più consistenti di Beni comuni: il messaggio dice basta con le privatizzazioni che gli italiani non si fidano di chi agisce secondo le logiche del profitto.
Gli elettori si sono espressi chiaramente e vanno ascoltati, sia nazionalmente che localmente.

SECAM
Rifondazione aveva chiesto che Secam non fosse privatizzata: oggi che il famigerato decreto Ronchi è stato abrogato sotto una valanga di milioni di SI sono i cittadini Valtellinesi e Valchiavennaschi a chiedere che Secam rimanga interamente pubblica!

Per Rifondazione Comunista Federazione di Sondrio
Massimo Libera

E' la nostra vittoria, di chi ha lottato dal primo giorno. Ora non fermiamoci.


E’ la nostra vittoria (di chi ha lottato dal primo giorno). Ora non fermiamoci.

Il quorum è raggiunto e abbondantemente superato. La maggioranza degli italiani è andata a votare ed ha votato compattamente quattro sì, per difendere l’acqua pubblica, per contrastare il nucleare e per ribadire che la giustizia è uguale per tutti, per noi comuni cittadini come per il nostro premier. È un risultato immenso, grande tanto quanto la generosità di tutti coloro i quali hanno dedicato anima e corpo ad un’idea che ai più, all’inizio, sembrava impossibile.
Oggi, invece, la maggioranza del popolo italiano ha scritto una pagina importante della nostra Storia democratica.
Non è sufficiente un voto per riscattare la vergogna di questi anni cupi di regime berlusconiano, anni di indifferenza, ipocrisia, egoismo, razzismo, volgarità. Ma certamente il risultato di oggi è un segnale incontrovertibile, che va compreso dentro la storia recente di questi mesi.
E allora lo sciopero generale, la resistenza operaia a Pomigliano e Mirafiori, le lotte degli studenti e dei lavoratori precari, il protagonismo del nuovo movimento delle donne acquisiscono, alla luce dell’oggi, un significato ancora più generale. E con queste lotte la straordinaria mobilitazione dei giovani nell’Europride di sabato (un grido di libertà e di amore, contro l’ignoranza e la frustrazione di una cultura bacchettona decadente) e così anche il voto di Milano, Napoli e di tante altre città italiane.
Il quorum raggiunto è il sigillo più bello a questo vento di cambiamento che soffia forte e sembra non volersi fermare più.
Ora bisogna puntare ancora più in alto: non bisogna mollare la presa e bisogna mantenere alto il livello di mobilitazione e di partecipazione, perché l’insegnamento di questi mesi è che la delega in bianco non serve più e al suo posto serve l’impegno diretto di ciascuno di noi.
Non dobbiamo mollare la presa e dobbiamo raggiungere rapidamente il prossimo obiettivo: costringere Berlusconi alla ritirata e ad andarsene. Il risultato del referendum lo ha già costretto a rinunciare pubblicamente al nucleare. Dobbiamo costringerlo – anche sulla spinta del referendum – a rinunciare al suo ruolo e al suo governo e fare in modo che il presidente della Repubblica sciolga le Camere e indica nel più breve tempo possibile nuove elezioni, perché l’unica possibilità credibile e democratica per il Paese è che si vada a votare, senza pasticci e governi di transizione.
Ma cacciare Berlusconi (e tornare al voto) non è sufficiente. Il referendum ci suggerisce anche un secondo obiettivo: dobbiamo capitalizzare l’eccezionalità del risultato, chiedendo coerenza anche a quelle forze che hanno sostenuto soltanto all’ultimo la campagna referendaria. Al Partito democratico, a Bersani, va detto chiaramente che sull’acqua non si può più scherzare e che la liberalizzazione (che il Pd difende, a livello nazionale come nei diversi Comuni e nelle diverse Province) equivale esattamente alla privatizzazione.
Non è più il tempo del “ma anche” e del cerchiobottismo.
È il tempo in cui il nostro popolo (eterogeneo ma unito, grande al punto da essere maggioritario) indica alla politica una via d’uscita dal pantano berlusconiano. Con una grande capacità di costruire consenso (il quorum è stato raggiunto perché non hanno votato soltanto i militanti o gli attivisti) e al contempo con grande chiarezza e radicalità nei contenuti.
Esattamente quello che la sinistra dovrebbe essere in grado di fare, rimanendo unita ma senza sacrificare la coerenza e l’asprezza delle proprie posizioni.
Tra pochi giorni (il 24 giugno) inizia a Genova il mese di iniziative dedicate al decennale del Social Forum 2001.
Il movimento dei movimenti è probabilmente il fratello maggiore di questa nuova assunzione di responsabilità collettiva, di questo straordinario vento di cambiamento.
Troviamoci tutti a Genova, fratelli maggiori e fratelli minori, e prendiamo per mano una politica che a sinistra è ancora ingessata, ingabbiata nei tatticismi, nei rancori e nelle invidie personali.
Riprendiamo in mano il nostro futuro, il destino della nostra generazione e il destino del nostro Paese. È il momento giusto per farlo.

lunedì 13 giugno 2011

VITTORIA!

Dall’esito del voto che si sta ormai delineando arrivano due messaggi forti e chiari. Il primo è che i cittadini bocciano in massa quattro norme di legge approvate dal governo Berlusconi. Una sonora bocciatura che, dopo quella delle recenti elezioni, dovrebbe indurre il premier a trarre le dovute conseguenze: tornare a casa e ridare la parola al popolo italiano. 

Il secondo messaggio, ancora più importante, arriva in particolare dai referendum sull’acqua ed è diretto agli schieramenti di centrosinistra e centrodestra, che i questi anni hanno entrambi fatto a gara per privatizzare, liberalizzare ed assecondare le pretese della grande imprenditoria confindustriale. Dopo oltre un ventennio di incontrastato “pensiero unico” liberista, il popolo italiano dice forte e chiaro che non si fida del mercato e dell’invadenza del privato, con le sue logiche del massimo profitto ad ogni costo. 

Le ragioni della grande impresa non sono le ragioni del Paese. I cittadini chiedono garanzie, giustizia sociale e diritti per tutti. Lo chiedono alla politica, al sistema pubblico; e chiedono a gran voce di poter contare, cambiare la politica, dire la propria, come in questo caso, ben oltre l’espressione del voto elettorale. 

giovedì 9 giugno 2011

Referendum: 4 si

Come richiesto dal Comitato Promotore dei Referendum per l'Acqua Bene Comune, come assolutamente naturale dato l'impegno fin dal primo momento della campagna, Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra riconfermano i 4 si ai referendum del 12 e 13 Giugno.


Noi che assieme a tantissimi altri abbiamo promosso i referendum lavoreremo fino all’ultimo perché ottengano il quorum e voteremo 4 volte si.

  • Voteremo si perché abbiamo un’altra idea di sviluppo alternativa a quella di chi vuole imporci il nucleare;
  • voteremo si perché vogliamo una giustizia uguale per tutti,
  • voteremo si per liberare l’acqua dalla gestione dei privati
  • voteremo si perché l’acqua non è una merce.
 Noi che da sempre siamo stati contro il nucleare e contro le privatizzazioni, continueremo anche dopo il referendum perché vigileremo perché le ragioni del Sì si traducano in scelte e pratiche politiche coerenti.

mercoledì 1 giugno 2011

Caro Grillo, hai perso un'occasione per tacere!

Caro Grillo, hai perso un'occasione per tacere!



di Claudio Grassi (Liberazione del 1 giugno 2011) 

Il Paese sta voltando davvero pagina. I risultati dei ballottaggi assumono un significato politico di straordinaria importanza. Perde Berlusconi in casa propria, nella capitale del blocco di potere della destra italiana. Perde il centrodestra a Napoli, e con Lettieri perdono i poteri forti, le cricche, il malaffare. Perde il Pdl a Cagliari, Trieste, Novara. Perde la Lega in tutto il Nord, capovolgendo un trend che fino a pochi mesi fa sembrava inarrestabile. Cadono roccaforti, crollano le certezze del sistema berlusconiano. 

E vincono, in questa nuova primavera italiana, i candidati della sinistra, volti puliti che incarnano nei loro programmi radicali, così come nei loro modi gentili, il cambiamento, la speranza, la rottura con il paradigma stesso della vecchia politica, consociativa, clientelare, arraffona. La sveglia suonata due settimane fa ha suonato questa volta ancora più forte, configurando una misura della sconfitta berlusconiana oggettivamente inaspettabile, straordinaria. 
Milano liberata!

Se tutto ciò aprirà formalmente la crisi del governo è da verificare, è possibile ma per nulla certo, perché le risorse (in primo luogo economiche) di Berlusconi sono eccezionali. Tuttavia il dato irreversibilmente acquisito è che la destra italiana è entrata in una crisi verticale di consenso, di appeal, di omogeneità, di organicità. 

Di contro, dicevamo, c’è una nuova Italia che ha ripreso in mano il proprio destino, trascinando alla vittoria Pisapia, De Magistris, Zedda e tutti gli altri. Possiamo dire che la vittoria elettorale della sinistra è stata lo strumento che il risveglio dei movimenti di questi mesi ha trovato per fare sentire la sua voce e il suo impeto. La campagna referendaria per l’acqua pubblica, il protagonismo della Fiom, la forza straordinaria della Cgil, il movimento delle donne, gli studenti e i giovani precari: ognuno di questi soggetti si è trasformato in un tassello decisivo per la vittoria. Creando un clima sociale e politico di opposizione e alternativa e partecipando concretamente alle campagne elettorali. 

Se c’è un dato politico che queste elezioni ci consegnano è la smentita della tesi sulla quale le classi dirigenti dei partiti del centro-sinistra hanno costruito negli ultimi vent’anni il loro profilo strategico: l’idea che si vince al centro, inseguendo i moderati e esaltando la compatibilità con il sistema a discapito della radicalità, della discontinuità e dell’alternatività. Come si diceva, la biografia culturale e politica dei nuovi sindaci di Napoli, Cagliari e Milano, così come il loro programma, dicono esattamente il contrario. 

Dovrebbe farsene una ragione – lo diciamo per inciso - Beppe Grillo, che ha perso un’altra occasione per tacere. Ha insultato, con la consueta volgarità, Giuliano Pisapia («Pisapippa») e tutti noi, non riconoscendo che quello che oggi è in campo è un progetto di cambiamento della società italiana che passa per il coinvolgimento e la partecipazione, e non per la demagogia e la delega al guru, che passa per la politica (la riscoperta della politica vera, quella che dà e restituisce passione) e non per la vittoria della frustrazione dell’antipolitica. 

Dentro questa vittoria il ruolo della Federazione della Sinistra è stato importante. Nonostante l’oscuramento, che prosegue anche dopo i ballottaggi (nessuna televisione ha ricordato che a Napoli la Fds ottiene sei consiglieri comunali, per fare solo un esempio), abbiamo dato un contributo importante, a partire proprio dalle realtà (come Milano, Napoli e Cagliari) nelle quali il profilo complessivo della coalizione è stato chiaro, univoco e marcatamente di sinistra. 

Ma non possiamo fermarci, perché questo è il momento giusto per dare l’ultima spallata al governo. In questo clima, il raggiungimento del quorum ai referendum è tutto fuorché impossibile. Ma occorre lavorarci, perché i risultati non arrivano mai da soli. Dobbiamo moltiplicare le energie, le iniziative, la nostra capacità di mobilitazione. 

L’ultimo comitato politico nazionale del partito ha ribadito un indirizzo in sintonia con ciò che si sta concretamente realizzando nel Paese. Unità del centro-sinistra senza rinunciare alla nostra autonomia e al nostro programma; unità della sinistra, per rendere più forti e credibili le nostre lotte e rappresentare i lavoratori, gli studenti, i movimenti straordinari di questi mesi; rafforzamento, dentro la sinistra, del nostro progetto politico, della Federazione e di Rifondazione Comunista. 

Bisogna essere però attenti, e non derogare da questi impegni, da ciò che abbiamo stabilito, non facendo passi indietro e nemmeno fughe in avanti. Il popolo della sinistra e il Paese ci hanno dato fiducia dopo anni di disillusione e di disamoramento. Non dobbiamo più tradirli.



Volevano liquidarci, ora l'unità.



Intervista al segretario di Rifondazione Paolo Ferrero (Liberazione del 1/6/2011)




Festeggiamenti a Cagliari

«La nostra proposta politica si conferma in sintonia con la realtà. Ora lo schema della rincorsa al centro è più difficile». Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, la lettura del risultato dei ballottaggi non può prestarsi ad equivoci. A Bersani l'appello è a dare subito seguito alla proposta del fronte democratico per battere la destra. A Vendola e Di Pietro di lavorare con la Federazione per l'unità della sinistra.


Ferrero, chi ha perso queste elezioni?
Certamente Berlusconi, ma anche la Lega. Si è rotto l'asse che li teneva uniti, tanto è vero che la maggioranza va peggio al Nord che al Sud. Hanno pensato che per vincere fosse sufficiente la propaganda della paura, alla Borghezio, su immigrati, rom, islam ecc, ma stavolta non ha funzionato.


Perché no?
Perché Il governo non ha dato una risposta alla crisi e al peggioramento delle condizioni sociali. Un peggioramento che spaventa di più proprio il Nord, compresi quelli che votavano a destra. Quindi si tratta di una sconfitta vera, specie se si tiene conto che la Lega non ha capitalizzato, come pensava di fare, la crisi di consenso di Berlusconi.


Conseguenze sul governo?
Nell'immediato la Lega starà ferma. Una crisi di governo ora non conviene nemmeno a loro: rischierebbero di perdere ancora di più. Contemporaneamente, però, Bossi sta iniziando a differenziarsi per ricostruirsi uno spazio politico. D'altra parte aveva già iniziato dopo la batosta del primo turno. Non mi stupirei se il Carroccio desse indicazione di votare sì ai referendum, se non altro per non stare tra gli eventuali sconfitti. E infatti, lo stesso Bossi ha definito «attraente» il referendum sull'acqua. Insomma, Berlusconi era il perno dell'alleanza. Questo perno è saltato, ma la Lega non ha ancora una carta di ricambio. E lavorerà per creare le condizioni per sganciarsi.


Tra le altre cose, è venuta proprio dal Carroccio la proposta di modificare la legge elettorale.
E' proprio una delle mosse che consentono di creare le condizioni di cui sopra. E anche con la proposta di Casini (un governo senza Berlusconi per fare la riforma) si ottiene lo stesso risultato. La Lega potrebbe accettare: in fondo porterebbe a casa il federalismo e in più la legge elettorale che gli consentirebbe di correre da sola e liberarsi dall'abbraccio ormai mortale con il Cavaliere. Il che, comunque, non vuol dire che farà saltare il governo ora. Lo farà quando ne avrà la convenienza politica.


E, invece, chi ha vinto?
Beh, senza ombra di dubbio vince lo schema centrosinistra più sinistra. E vincono quelle candidature che per storia e profilo si pongono come esterne al sistema bipolare dei partiti (dove ci si insulta, ma poi "pari sono"); cioè, che non sono espressione dell'apparato. De Magistris in questo senso è emblematico, se si considera che ha preso voti a 360 gradi e che è andato al ballottaggio senza alcun accordo con Pd e Sel, marcando così la sua autonomia dal centrosinistra, che a Napoli è fortemente screditato.


Che vuol dire questo?
Che c'è una critica molto forte al sistema politico, quello che genera il litigio ma senza concretezza; che suscita solo tifo calcistico senza che si capisca qual è l'oggetto del contendere; nel quale sai già che i poteri forti sono sempre tutelati.


E che ne facciamo di questa critica?
A livello comunale si aprono due possibilità. Una è quella per la quale tale critica viene sussunta dal sindaco, in una sorta di "ghe pensi mi" di sinistra, correndo dritti dritti verso il populismo. E' la strada che io considero sbagliata. La seconda possibilità sta nel far sì che la rottura dell'universo politico bipolare apra la via all'espressione, al protagonismo di una soggettività sociale. No, dunque, ad una pura e semplice delega al sindaco, ma attivare dal basso forme di protagonismo e aprire così un nuovo spazio politico. Quartieri, movimenti, istanze, autorganizzazione sociale devono diventare interlocutori dialettici e fecondi con l'amministrazione e gli eletti. In questo modo, tra l'altro, si ottiene che la partita si giochi su un nuovo campo di gioco, quello dove non si confrontano solo i poteri forti e la giunta. Che è poi l'occasione per praticare i bilanci partecipati. Non si deve lasciare che queste intelligenze sociali si attivino solo ogni 5 anni. Questa è la vera sfida da raccogliere adesso dove abbiamo vinto.


I rapporti a sinistra adesso sono più facili o più difficili?
Intanto bisogna dire che il risultato è inequivoco: si vince con un aggregato politico fortemente spostato a sinistra e con candidati fortemente di sinistra. E' il contrario dell'idea veltroniana dell'accordo col centro. Per loro, rincorrere quello schema adesso è più difficile. Per noi, invece, è più agevole riproporre lo schema su cui insistiamo da sempre: un'alleanza Pd più sinistra per battere la
destra e unità a sinistra per battere il berlusconismo (che non è solo Berlusconi). I ballottaggi hanno dimostrato che la nostra proposta politica è in sintonia con la realtà e che dunque non siamo né velleitari né estremisti. Unità su campagne sociali, a cominciare dai referendum, che è un'altra partita decisiva: con quella vittoria si può scardinare definitivamente il centrodestra e anche stoppare le mire di Montezemolo e Confindustria. Ma anche unità su campagne quali la redistribuzione del reddito, il no alle grandi opere, le delocalizzazioni, le spese della politica, ecc.


Però, finora, l'unità a sinistra non ha camminato granché.
Si aspettavano che uscissimo cadaveri da questa nuova tornata elettorale e dunque di risolvere il problema semplicemente cancellandoci. Invece siamo più in salute di prima, nonostante un brutale oscuramento. Occorre proporre e riproporre l'unità a sinistra, compresi i gruppi consiliari unitari.


Una proposta a Bersani.
Al leader Pd propongo di fare subito un fronte democratico, lasciando perdere l'inseguimento del centro, e costruire insieme una mobilitazione nel paese per arrivare alle elezioni.


E a Vendola.
Le primarie non bastano: uniamo tutta la sinistra (quella che si ritrova sulle posizioni della Fiom, per intenderci) per costruire la massa critica necessaria a cambiare i programmi. E' necessario pesare di più, perché abbiamo vinto nelle urne, ma giusto qualche settimana fa i lavoratori della Bertone hanno dovuto accettare un ricatto per poter continuare a lavorare. Sono vere entrambe le realtà: la disperazione, la solitudine e la sofferenza sociali e la speranza. Non può bastare solo cambiare un sindaco, ma serve una lotta per raggiungere obiettivi concreti. L'unità a sinistra - a partire dal rilancio della Federazione - è decisiva. Anche per sconfiggere il sentimento d'impotenza. Avanziamo questa proposta da un punto di vista comunista. Perché occorre far crescere una critica di massa alle politiche economiche neoliberiste, sapendo che la Grecia non è lontana; che quando la speculazione avrà finito lì, attaccherà da qualche altra parte; e che i banchieri stanno meglio oggi che nel 2008. La critica al capitalismo e nuove forme di partecipazione democratica dal basso sono ciò che caratterizza la rifondazione comunista. Il referendum sull'acqua parla anche di questo.

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