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martedì 10 dicembre 2013

DOCUMENTO FINALE APPROVATO DAL IX CONGRESSO NAZIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA - PERUGIA 8/12/2013

Il 9° Congresso Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, riunitosi a Perugia il 6/7/8 Dicembre 2013, sentita la relazione del segretario uscente Paolo Ferrero e sentito il dibattito, impegna il Partito tutto a lavorare già dalle prossime settimane secondo quanto deliberato dai congressi di circolo del Partito, attraverso il voto degli iscritti e delle iscritte. Iscritti ed iscritte che ringraziamo per aver partecipato ai congressi di circolo e per essere, con la loro generosa militanza, il vero patrimonio del nostro Partito.

Occorre da subito continuare nel lavoro di costruzione del più ampio movimento di massa di opposizione al governo Letta, alle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea e nella difesa della costituzione nata dalla Resistenza. La Costituzione è oggetto di un vero e proprio attacco da parte della maggioranza del Parlamento. Una maggioranza che è delegittimata ad operare qualsiasi modifica alla nostra carta fondamentale , anche alla luce della recente decisione della Corte Costituzionale di dichiarare anticostituzionale l’abnorme premio di maggioranza della legge elettorale Calderoli, grazie al quale già si era operato nella precedente legislatura lo strappo dell’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, attraverso la riforma dell’art. 81.
A tale proposito, il PRC ritiene istituzionalmente inopportuno e gravissimo politicamente l’intervento del Presidente della Repubblica Napolitano, teso a prefigurare un nuovo impianto istituzionale ed elettorale della Repubblica in senso maggioritario, attraverso una prassi presidenzialista. Contro questo disegno, il PRC si è sempre battuto e si batterà, facendo appello a tutte le forze democratiche e antifasciste, a partire dal comitato per il 12 Ottobre, a far sentire il proprio dissenso e manifestare la loro contrarietà alla manomissione della nostra carta costituzionale e a rilanciare la battaglia per un sistema elettorale proporzionale. Il tentativo in corso di disinnescare gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale va contrastato sul piano politico e culturale. Il fallimento di venti anni di maggioritario e bipolarismo rende possibile riprendere a livello di massa la battaglia per la proporzionale. La crisi democratica che viviamo è conseguenza di quella sociale ed economica.
La crisi economica che viviamo in Italia è figlia del neoliberismo bipartizan, applicato su scala continentale dalla troika e dalla commissione europea, attraverso memorandum, Mes e Fiscal compact, e nel nostro paese aggravata delle grandi coalizioni e dai governi Monti e Letta. In nome dell’osservanza cieca dei trattati europei e del rientro dal debito, si sta portando avanti un attacco senza precedenti alle condizioni di vita di milione di donne e uomini, dei lavoratori, delle classi sociali più deboli. Si sta operando una nuova offensiva, che vede questo governo protagonista di una ennesima ondata di privatizzazioni, di vera e propria svendita del tessuto produttivo del paese, già segnato dagli effetti recessivi delle politiche di rigore fin qui applicate. Una crisi che vede drammaticamente crescere il divario e insopportabili disuguaglianze fra aree del paese e classi sociali. Una crisi che colpisce le fasce più deboli della popolazione, fra cui giovani , donne, con una disoccupazione ai massimi storici ed una precarietà divenuta esistenziale. Una crisi che vede approfondirsi elementi di regressione civile e culturale, solitudine e disperazione, paura e razzismo. Fra questi spicca il moltiplicarsi dei casi di femminicidio. La diffusa violenza maschile, fisica, materiale e simbolica, sul corpo delle donne, sono il segno di una crisi del maschile che ancora non sa porsi in relazione con la libertà femminile.
Nella costruzione di un movimento di massa contro l’austerità, il PRC deve impegnarsi nel ridare centralità al conflitto sociale e di classe. I caratteri della crisi dimostrano attualità della critica marxista dell’economia politica e delle teorie economiche dominanti, della centralità del conflitto di classe, pur nelle rinnovate forme derivate dalla nuovo composizione sociale del blocco sociale di riferimento. Qui siamo chiamati ad un salto di qualità della nostra iniziativa, innovando e estendendo le nostre pratiche di intervento sociale, dando priorità alla nostra capacità di iniziativa politica e organizzazione, alla modalità di lavoro dei nostri circoli. Il 9° congresso del PRC chiama il prossimo CPN ha dare centralità al lavoro di radicamento sociale del partito, di cura della sua presenza fra i lavoratori e le lavoratrici, i precari, i movimenti per la casa e il reddito, i migranti, a estendere e rafforzare le pratiche del partito sociale. Senza cambiare rapporti di forza nella società e senza una nostra capacità di essere presenti e promotori nelle lotte sociali, non può esservi alcun cambiamento dei rapporti di forza politici. Occorre inoltre una cura della sua capacità di autonomia attraverso l’autofinanziamento, della sua capacità di comunicazione, dotandosi di ulteriori strumenti, della formazione dei gruppi dirigenti e del loro necessario rinnovamento. Un rinnovamento che sia anche e soprattutto delle pratiche, mettendo in atto una democrazia degli iscritti, un modello di partito partecipativo e inclusivo. Un partito che superi il suo carattere sessuato e una pericolosa tendenza a rimuovere la questione di genere, come purtroppo emerso anche durante questo nostro consesso. Un partito che sappia dialogare e costruire relazioni stabili con il mondo della cultura e dell’intellettualità non organica al pensiero unico. Un partito che accolga le figure sociali della nuova composizione di classe. Occorre inoltre lavorare alla cura dell’organizzazione del partito, per un suo rilancio e per migliorarne la vita democratica, il coinvolgimento dei circoli, una verifica dei gruppi dirigenti basata sul lavoro politico svolto. A tale fine, il congresso del PRC da mandato al prossimo Cpn di convocare una conferenza di organizzazione del Partito, per definire le necessarie innovazioni alla sua modalità di funzionamento a tutti i livelli. Per apportare le necessarie modifiche statutarie derivanti dall’esito della conferenza, il congresso propone di riconvocare la platea dei delegati.
Dal punto di vista del conflitto sociale, pur in un quadro di mobilitazioni che a differenza del resto del sud europa rimane segnato dall’inerzia e dalla subalternità della gran parte del sindacalismo confederale al quadro politico, esistono positivi segnali in controtendenza, come dimostrano le mobilitazioni del 18 e 19 ottobre, le mobilitazioni dei lavoratori del trasporto pubblico a Genova e Firenze, le lotte nel settore della logistica, la manifestazione del 12 Ottobre a difesa della costituzione, l'iniziativa della Fiom e dei sindacati di base in tutti questi anni.
Il PRC è chiamato a dare maggior efficacia e coordinamento nell’iniziativa dei suoi iscritti nel lavoro sindacale, coordinandone l’attività al fine della costruzione del movimento di massa contro l’austerità. A tal fine, per il prossimo congresso della CGIL, auspichiamo la costruzione di una sinistra sindacale che possa aprire una battaglia politica per rilanciare il ruolo di classe della CGIL su punti dirimenti la politica economica, sociale e contrattuale, invertendone il segno moderato e adattativo al quadro politico.
In Italia pesa enormemente l’assenza del conflitto sociale organizzato , che ponga la questione del lavoro e della giustizia sociale , della redistribuzione della ricchezza al centro del dibattito politico, e senza il quale la crescente sofferenza sociale trova come sbocco quello della protesta populista o dell’astensione, o il rischio di essere attratto da proposte reazionarie. L’antifascismo per noi rimane valore indiscutibile e impegno d riaffermare
La battaglia sociale che dobbiamo promuovere è anche battaglia delle idee, di egemonia per la costruzione del blocco storico, di ricomposizione delle tante vertenze sociali e ambientali che attraversano il paese, come la No Tav, quella terra dei fuochi, le lotte in difesa del posto di lavoro e per i beni comuni, del precariato per il reddito sociale, della difesa della scuola e università pubblica.’, per la pace e contro la guerra, i No Muos e contro gli F35.
In questa direzione il PRC si impegna a fare del Piano per il lavoro e riconversione ecologica dell’economia la sua campagna di massa dei prossimi mesi, per rimettere a tema la necessità dell’intervento pubblico in economia e del mutamento di paradigma sull’idea di sviluppo. La recente tragedia che ha colpito la Sardegna, dimostra ancor di più come sia urgente e necessario , attraverso una programmazione pubblica, intervenire per il riassetto idrogeologico del territorio, e quanto l’idea liberista sia incapace di coniugare sviluppo sociale e salvaguardia dell’ambiente, di come la lotta per la trasformazione sociale connetta questione di classe e ambientale. L’austerità colpisce i diritti sociali anche attraverso il patto di stabilità imposto agli enti locali. Il Partito si impegna in una campagna contro i suoi vincoli e per la sua messa in discussione e sostiene pertanto l’esperienza della rete dei comuni solidali come delle amministrazioni che in varie forme si oppongono alla distruzione del welfare locale in nome del rigore. Il 9° congresso del PRC sostiene la campagna per l’amnistia sociale, contro la repressione dei movimenti sociali in atto.

Accanto e insieme al piano per il lavoro, Il PRC fa della lotta per la rottura con questa Unione Europea, per la messa in discussione della sua architettura istituzionale neoliberista e dei suoi Trattati, come il fiscal compact, Mes , Maastricht e Lisbona, il centro della sua proposta e iniziativa politica. La disobbedienza ai trattati e la costruzione di coalizioni sociali e politiche contro l’austerità a livello nazionale ed europeo sono una priorità e necessità. Senza mettere in discussione gli attuali assetti di potere in Europa, la sua natura antidemocratica e antipopolare, non è possibile uscire da questa crisi, che anzi si aggrava seguendo la via tracciata dalle elites europee di massacro sociale e distruzione del welfare e dei diritti . A tal fine il PRC sostiene la campagna per referendum consultivi sui trattati europei e le comuni campagne con il Partito della Sinistra Europea, come quella contro il TTIP.
Il PRC è inoltre chiamato ad approfondire il dibattito su la possibile implosione dell’area euro e della moneta unica, come possibile conseguenza delle politiche di austerità, e sulle possibili proposte alternative e eventuali strategie di uscita, in difesa dei lavoratori e della sovranità popolare e democratica.
Nelle stesse ore in cui si chiude il nostro Congresso, si svolgono le primarie per l’elezione del nuovo segretario del PD, il cui probabile esito sancirà una nuova svolta moderata e centrista. Una svolta che si accompagna ad un quadro europeo segnato dalla nascita della grosse koalition in Germania e che chiude ogni illusione riguardo possibili mutamenti di rotta della socialdemocrazia europea nei riguardi dell’austerità.
Per tali ragioni è ancor più necessario rimettere in campo una proposta per la sinistra nel nostra paese.
Contro la grande coalizione europea e italiana, occorre costruire una sinistra alternativa e autonoma dal centrosinistra, che si unisca su un chiaro programma di lotta all’austerità, di rottura con il modello neoliberista di questa unione europea, per un’uscita da sinistra dalla crisi.
Ferma restando la necessità del Prc come organizzazione politica dei comunisti, che è aperta al confronto sul tema dell’unità con le altre forze comuniste, nella chiarezza della scelta strategica di autonomia dal centro sinistra e di innovazione politico culturale nel senso della rifondazione. Come nel resto d’Europa - e le esperienza del Front de gauche, Izquierda Unida, Syriza ne dimostrano la fattibilità - insistiamo nel proporre un processo di aggregazione dal basso, democratico e partecipativo della sinistra di alternativa e delle forze antiliberiste e anticapitaliste del nostro paese, che si connoti per l’autonomia e l’alterità rispetto al centrosinistra e al Partito Democratico. In questa direzione, il IX congresso del PRC impegna il Partito nel far crescere e avanzare per le prossime elezioni europee la costruzione di una lista di sinistra e contro l’austerità, che faccia riferimento alla Sinistra Europea e al Gue, e che riunisca intorno alla candidatura di Alexis Tspipras le forze della sinistra alternativa , i movimenti e le singole personalità che condividono il programma comune di lotta all’austerità, per i lavoro, la difesa dei beni comuni e dei diritti sociali. Una lista che dia voce ai precari, a lavoratori, a tutti popoli europei che resistono agli effetti nefasti delle brutali politiche di austerità imposte dalla Troika e dall’UE, e di cui la lotta del popolo greco e di Syriza rappresenta il punto più alto e la dimostrazione che è possibile un’uscita a sinistra dalla crisi.

mercoledì 3 luglio 2013

Fabbrica Italia, la Consulta dà ragione alla Fiom. "Non si può escluderla"


Storica sentenza della Consulta che oggi ha dichiarato illegittimo l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, nella parte che consente la rappresentanza sindacale aziendale (Rsa) ai soli sindacati firmatari del contratto applicato nell'unità produttiva. La sentenza, e qui sta il valore doppio del pronunciamento, arriva nell'ambito del ricorso della Fiom, esclusa dalla Rsa, contro la Fiat. Quindi, in poche parole, cade tutta l’impalcatura di Fabbrica Italia e la politica dell’accordo separato messa in atto da Sergio Marchionne. Un vero e proprio colpo al disegno di messa in discussione delle relazioni sindacali che la Fiat ha praticato escludendo la Fiom dal confronto.
Entusiastico il commento dei metalmeccanici della Cgil. "La Costituzione rientra in fabbrica. E' una vittoria di tutti i lavoratori. Non ci sono piu' alibi”, ha commentato a caldo il segretario della Fiom Maurizio Landini. “Il Governo convochi immediatamente un tavolo con la Fiat e tutte le organizzazioni sindacali – ha aggiunto - per garantire l'occupazione e un futuro industriale”. Il leader della Fiom, ricorda infine, facendo cadere l’accento sull’ultimo accordo tra sindacati e Confindustria, il nodo della rappresentanza. “E' ora che il Parlamento approvi una legge sulla rappresentanza", ha concluso. Non sfugge, infatti, che per estensione andrà considerato "in mora" anche l'accordo sulla rappresentanza raggiunto dai sindacati con Confindustria in quanto basato sulla stessa impronta della firma del contratto. 
 ''Alla lunga la giustizia vince. Adesso chiederemo che ci siano dati gli strumenti per fare attivita' sindacale nello stabilimento Fiat di Pomigliano'': commenta a caldo il responsabile del settore auto Fiom di Napoli, Francesco Percuoco. ''Già a novembre scorso - ha ricordato Percuoco - quando 19 dei nostri iscritti furono assunti nella newco in seguito alla decisione della Corte d'Appello di Roma, avevamo fatto richiesta di saletta e bacheca sindacale in fabbrica. Adesso ribadiremo le nostre richieste all'azienda''.
La Fiom, a novembre, aveva anche nominato le proprie rsa, non riconosciute dall'azienda proprio per la parte dell'articolo 19 dello statuto dei lavoratori, dichiarata illegittima oggi dalla Consulta. della Consulta rischia di complicare ancora di piu' le relazioni tra sindacati e imprese e aprire la strada ad una nuova stagione di ricorsi legali".           
                          
http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2013/7/3/35092-fabbrica-italia-la-consulta-da-ragione-alla-fiom-non-si-puo/                                  

martedì 29 gennaio 2013

La Rivoluzione del lavoro

Rivoluzione Civile apre le porte al mondo del lavoro e approda oggi in Senato con i suoi candidati simbolo della lotta ai diritti dei lavoratori e presenta le sue proposte.

Antonio Di Luca - FIOM di Pomigliano
I primi passi per cambiare il mondo del lavoro - Piergiovanni Alleva da quarant’anni difende i lavoratori nei tribunali. “E’ tempo di riconquistare diritti e dignità, guardare al sistema nel suo complesso. La strada? Penso all’introduzione del reddito di cittadinanza; ad una seria lotta alla disoccupazione giovanile tramite una serie di strumenti ad hoc a disposizione delle aziende, ad una legge sulla rappresentanza che porti la democrazia nei luoghi di lavoro”.

La degenerazione politica porta degrado dei diritti – Antonio Di Luca, uno degli operai Fiom reintegrati alla Fiat di Pomigliano d’Arco per sentenza. “Mio malgrado sono diventato uno dei simboli della cancellazione del lavoro e dei diritti. Ma se ciò accade nella casa madre, nella multinazionale, cosa mai accadrà nelle piccole aziende che lavorano nell’indotto Fiat?”.

Giovanna Marano - Presidente del
Comitato Centrale della FIOM
Parola chiave: “riconvertire” – Giovanna Marano, storica rappresentante della Cgil, siciliana ha vissuto le battaglie che hanno visto protagonisti gli operai di Termini Imerese e del Petrolchimico di Gela. Parla a nome di quei 60mila che ogni anno lasciano la loro terra per cercare lavoro altrove, di un Mezzogiorno nel quale rimarrà, se si persevera con queste politiche scellerate, solo l’industria pesante: “Se non si pensa alla riconversione, non ci saranno prospettive per il futuro. Perché quando inizierà la ripresa rischieremo di affrontarla a mani nude”.

Ad ognuno il suo contratto – Maria Cristina Bigongiali, giornalista, donna e madre. Una lunga storia di precariato alle spalle, le difficoltà di “ricominciare” ogni volta, ad ogni cambio di contratto tutto di nuovo in ballo. “Non c’è libertà di stampa se non ci sono i giusti contratti. La giungla del mercato del lavoro ha indebolito i lavoratori e non ha creato un solo posto di lavoro in più”.

Lavoro e legalità contro l’economia opaca – Claudio Giardullo, dirigente e sindacalista delle forze di polizia. “Se Rivoluzione Civile sta suscitando tanto entusiasmo e tanta attenzione è perché pone al centro del suo programma lavoro e legalità, per combattere la deriva dell’economia opaca. La ricetta Marchionne, che si è voluta riprodurre sull’intero Paese, non funziona: con il solo rigore, non c’è crescita”.

Le difficoltà di un operaio, giorno dopo giorno – Luca Votoni, operaio delle acciaierie di Terni. “Sono stanco di dire a mio figlio che in Italia vanno avanti solo gli arroganti. Stanco di dover sentire, da figlio, le lamentele di un padre che, con altre decine di persone in ospedale, viene trattato come un numero. Stanco dei contratti a termine rinnovati di volta in volta, senza mai una certezza, di mia moglie”.

sabato 19 gennaio 2013

Il programma di Rivoluzione Civile


“UNA RIVOLUZIONE CIVILE PER RICOSTRUIRE IL PAESE”
UN PROGRAMMA PER GOVERNARE L’ITALIA
Vogliamo realizzare una rivoluzione civile per attuare i principi di uguaglianza, libertà e democrazia della Costituzione repubblicana.
Vogliamo realizzare un “nuovo corso” delle politiche economiche e sociali, a partire dal mezzogiorno, alternativo tanto all’iniquità e alla corruzione del ventennio berlusconiano, quanto alla distruzione dei diritti sociali, del lavoro e dell’ambiente che ha caratterizzato il governo Monti.

VOGLIAMO UNA RIVOLUZIONE CIVILE:

• per l’Europa dei diritti, contro l’Europa delle oligarchie economiche e finanziarie. Vogliamo un’Europa autonoma dai poteri finanziari e una riforma democratica delle sue istituzioni. Siamo contrari al Fiscal Compact che taglia di 47 miliardi l’anno per i prossimi venti anni la spesa, pesando sui lavoratori e sulle fasce deboli, distruggendo ogni diritto sociale, con la conseguenza di accentuare la crisi economica. Il debito pubblico italiano deve essere affrontato con scelte economiche eque e radicali, finalizzate allo sviluppo, partendo dall’abbattimento dell’alto tasso degli interessi pagati. Accanto al Pil deve nascere un indicatore che misuri il benessere sociale e ambientale;

• per la legalità e una nuova politica antimafia che abbia come obiettivo ultimo non solo il contenimento ma l’eliminazione della mafia, che va colpita nella sua struttura finanziaria e nelle sue relazioni con gli altri poteri, a partire da quello politico. Il totale contrasto alla criminalità organizzata, alla corruzione, il ripristino del falso in bilancio e l’inserimento dei reati contro l’ambiente nel codice penale sono azioni necessarie per liberare lo sviluppo economico;

• per la laicità e le libertà. Affermiamo la laicità dello Stato e il diritto all’autodeterminazione della persona umana. Siamo per una cultura che riconosca le differenze. Aborriamo il femminicidio, contrastiamo ogni forma di sessismo e siamo per la democrazia di genere. Contrastiamo l’omofobia e vogliamo il riconoscimento dei diritti civili, degli individui e delle coppie, a prescindere dal genere. Contrastiamo ogni forma di razzismo e siamo per la cittadinanza di tutti i nati in Italia e per politiche migratorie accoglienti;

• per il lavoro. Non vogliamo più donne e uomini precari. Siamo per il contratto collettivo nazionale, per il ripristino dell’art. 18 e per una legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro. Vogliamo creare occupazione attraverso investimenti in ricerca e sviluppo, politiche industriali che innovino l’apparato produttivo e la riconversione ecologica dell’economia. Vogliamo introdurre un reddito minimo per le disoccupate e i disoccupati. Vogliamo che le retribuzioni italiane aumentino a partire dal recupero del fiscal drag e dalla detassazione delle tredicesime. Vogliamo difendere la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro;

• per le piccole e medie imprese, le attività artigianali e agricole. Deve partire un grande processo di rinascita del Paese, liberando le imprese dal vincolo malavitoso, dalla burocrazia soffocante. Vanno premiate fiscalmente le imprese che investono in ricerca, innovazione e creano occupazione a tempo indeterminato. Vanno valorizzate le eccellenze italiane dall’agricoltura, alla moda, al turismo, alla cultura, alla green economy;

• per l’ambiente. Va cambiato l'attuale modello di sviluppo, responsabile dei cambiamenti climatici, del consumo senza limiti delle risorse, di povertà, squilibri e guerre. Va fermato il consumo del territorio, tutelando il paesaggio, archiviando progetti come la TAV in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto di Messina. Va impedita la privatizzazione dei beni comuni, a partire dall’acqua. Va valorizzata l'agricoltura di qualità, libera da ogm, va tutelata la biodiversità e difesi i diritti degli animali. Vanno creati posti di lavoro attraverso un piano per il risparmio energetico, lo sviluppo delle rinnovabili, la messa in sicurezza del territorio, per una mobilità sostenibile che liberi l’aria delle città dallo smog;

• per l’uguaglianza e i diritti sociali. Vogliamo eliminare l’IMU sulla prima casa, estenderla agli immobili commerciali della chiesa e delle fondazioni bancarie, istituire una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Vogliamo colpire l’evasione e alleggerire la pressione fiscale nei confronti dei redditi medio-bassi. Vogliamo rafforzare il sistema sanitario pubblico e universale ed un piano per la non-autosufficienza. Vogliamo il diritto alla casa e il recupero del patrimonio edilizio esistente. Vogliamo un tetto massimo per le pensioni d’oro e il cumulo pensionistico. Vogliamo abrogare la controriforma pensionistica della Fornero, eliminando le gravi ingiustizie generate, a partire dalla questione degli “esodati”;

• per la conoscenza, la cultura, l’informazione libera. Affermiamo il valore universale della scuola, dell’università e della ricerca pubbliche. Vogliamo garantire a tutte e tutti l’accesso ai saperi, perché solo così è possibile essere cittadine e cittadini liberi e consapevoli, recuperando il valore dell’art. 9 della Costituzione, rendendo centrali formazione e ricerca. Vogliamo valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico. Vogliamo una riforma democratica dell’informazione e del sistema radiotelevisivo che ne spezzi la subordinazione al potere economico-finanziario. Vogliamo una legge sul conflitto di interessi e che i partiti escano dal consiglio di amministrazione della Rai. Vogliamo il libero accesso a Internet, gratuito per le giovani generazioni e la banda larga diffusa in tutto il Paese;

• per la pace e il disarmo. Va ricondotta la funzione dell’esercito alla lettera e allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione a partire dal ritiro delle truppe italiane impegnate nei teatri di guerra. Va promossa la cooperazione internazionale e l’Europa deve svolgere un’azione di pace e disarmo in particolare nell’area mediterranea. Vanno tagliate le spese militari a partire dall’acquisto dei cacciabombardieri F35;

• per una nuova questione morale ed un’altra politica. Vogliamo l'incandidabilità dei condannati e di chi è rinviato a giudizio per reati gravi, finanziari e contro la pubblica amministrazione. Vogliamo eliminare i privilegi della politica, la diaria per i parlamentari, porre un tetto rigido ai compensi dei consiglieri regionali e introdurre per legge il limite di due mandati per parlamentari e consiglieri regionali. Vogliamo una nuova stagione di democrazia e partecipazione.

giovedì 17 gennaio 2013

Cari compagni e compagne, è nata la Rivoluzione Civile

Lettera del Segretario Nazionale del PRC ai militanti: cari compagni e compagne, è nata Rivoluzione Civile!


Cari compagne e compagne,
vi scrivo per la seconda volta in pochi giorni. Lo faccio ed alla vigilia di una importante campagna elettorale per cercare di riassumere il senso del nostro impegno in RIVOLUZIONE CIVILE con Ingroia candidato presidente.
Innanzitutto considero un successo politico essere riusciti a dar vita a questa lista autonoma dal PD. Erano anni che ci lavoravamo e ancora poche settimane a molti fa pareva una impresa impossibile. Non solo, il programma di questa lista, pur non raccogliendo completamente il nostro programma, è buono. Vi sono le cose fondamentali che vanno dette per disegnare una alternativa: dal no al fiscal compact e alla Tav in avanti. Inoltre in questi giorni è stato definitivamente accantonata l’idea di fare la desistenza al Senato nei confronti del centro sinistra. Si sarebbe trattato di una scelta suicida che avrebbe trasformato la lista ad una sorta di appendice minoritaria del PD, priva di prospettiva e progetto politico. RIVOLUZIONE CIVILE si presenta quindi agli elettori come polo politico autonomo dal centro sinistra, esattamente come noi volevamo.
Com’è noto questa lista è il frutto di un accordo tra 6 movimenti politici (Rifondazione Comunista, PdCI, IdV, Verdi, Movimento arancione di de Magistris, Rete 2018 di Orlando) e Antonio Ingroia che è il candidato presidente. Purtroppo le vicende di Cambiare si può hanno impedito che questo processo fornisse un contributo decisivo e positivo alla costruzione della lista. Così tutto il percorso di partecipazione democratica avviato con le assemblee di cambiare si può è rimasto privo di uno sbocco politico e le dinamiche di costruzione delle liste – anche a causa della totale mancanza di tempo - non hanno avuto passaggi di legittimazione democratica. La stessa drammatica mancanza di tempo per far conoscere la lista ci ha portato a scegliere di inserire il nome di Ingroia nel simbolo, cosa che certo non corrisponde alla nostra cultura politica ma che è indispensabile per rendere riconoscibile una lista appena nata. Frutto di questo accordo è stata così la costruzione di liste in cui la maggioranza degli eletti sarà espressione della società civile. In questo quadro abbiamo candidato 10 compagni e compagne indicate dalla Direzione Nazionale che hanno la possibilità di essere eletti a seconda della percentuale che prenderà la lista. Con il 4% ci saranno due eletti, con il 4,5 saranno 3 e così via aumentando. Oltre a questi vi è un centinaio di altri compagni e compagne presenti nelle liste in posizioni più arretrate.
La prima cosa da sottolineare è quindi che il voto che ognuno e ognuna di voi esprimerà, non servirà solo ad eleggere coloro che sono in lista nella vostra circoscrizione ma servirà ad eleggere compagni e compagne che sono nelle altre circoscrizioni. I voti infatti si sommano sul piano nazionale e solo un risultato positivo in termini complessivi permetterà l’elezione dei compagni e delle compagne indicati da Rifondazione. Questo è il punto fondamentale da tener presente: ogni mancata partecipazione alla campagna elettorale, in qualunque parte del paese, è un modo per impedire al nostro partito di rientrare in parlamento, è un atto ostile contro rifondazione comunista e il suo progetto politico. La mancata partecipazione alla campagna elettorale è un suicidio politico, non un atto di protesta.
Lo dico perché la formazione delle liste ha prodotto grandi malumori, quasi tutti comprensibili ma mio parere quasi tutti esagerati. Se si fa una lista con altri partiti e movimenti – scelta decisa dal partito nella perfetta consapevolezza che da soli non avremo preso nemmeno un deputato – è poi inutile lamentarsi del fatto che nella maggioranza delle teste di lista non ci sono nostri compagni o che vi è il leader di un altro partito capolista nella nostra circoscrizione. Se Ferrero è nella testa di lista a Torino, di Pietro lo sarà a Milano. Non è pensabile che i nostri ci siano e gli altri debbano scomparire. La stessa cosa vale per liste: essendo liste a maggioranza di società civile e quindi per meno della metà composte da esponenti di partito, per forza di cose i nostri compagni e compagne sono una piccola minoranza della lista e non sempre saranno nella parte alta della lista. Così come è successo agli altri.
Il punto fondamentale allora non è di lamentarsi se nella circoscrizione in cui votiamo il nostro sta al decimo o al ventesimo posto, ma di sapere che il nostro voto è decisivo per portare in parlamento una pattuglia di deputati in opposizione alle destre e al governo Monti Bersani e ad eleggere il compagno o la compagna di rifondazione comunista a prescindere da quale è la circoscrizione in cui è candidato e candidata.
In questo quadro, per il Senato - che ha collegi a base regionale - in 4 situazioni il capolista di RIVOLUZIONE CIVILE è un compagno o una compagna di Rifondazione e che quindi può essere eletto: Marino Andolini in Friuli Venezia Giulia, Giovanna Capelli in Lombardia, Roberta Fantozzi in Toscana e Marco Gelmini in Umbria.
In questa lista – messa in piedi in poche settimane - vi sono moltissime contraddizioni e certo non è omogenea sul piano politico. Rivoluzione Civile non è Syriza o il Fronte de Gauche. Rivoluzione Civile è uno spazio politico a sinistra del PD, in cui noi siamo, con ogni evidenza, il partito più a sinistra. Detto questo è bene evitare di gettare il bambino con l’acqua sporca: il progetto di Rivoluzione Civile non è solo utile ma necessario ed è il massimo che potevamo fare nelle condizioni date. Rivoluzione Civile è un passo in avanti anche se non è – perlomeno non è ancora – la costruzione di una forza unitaria della sinistra di alternativa. Dobbiamo lavorare affinché questo processo avanzi e il modo migliore per farlo oggi è quello di votare e far votare Rivoluzione Civile. Come abbiamo visto dopo il 2008, dopo le sconfitte si raccolgono i cocci. Dobbiamo far si che le elezioni del 24 febbraio 2013 con il successo elettorale di Rivoluzione Civile siano un punto di partenza. Per i comunisti e le comuniste , per la sinistra, per il movimento operaio.
Un caro saluto e buon lavoro
Paolo Ferrero

giovedì 10 gennaio 2013

Referendum sul lavoro: firme consegnate, nonostante Napolitano.

Il segretario Ferrero consegna le firme
Mercoledì 9 gennaio sono state depositate in Cassazione le oltre 700mila firme raccolte per i referendum sul lavoro raccolte dal comitato unitario costituito da Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, Italia dei Valori, Comunisti Italiani e dalla FIOM-Cgil. Il risultato è nettamente superiore alla soglia minima delle 500mila firme necessarie, il primo risultato per il comitato quindi è raggiunto.
Nonostante i nostri appelli, il Presidente della Repubblica ha deciso di sciogliere le camere prima della fine dell’anno, mettendo a rischio la validità delle firme. Il gesto di Napolitano è molto grave, sarebbe bastato sciogliere le camere nei primi giorni di gennaio per permettere la consegna delle firme senza cambiare nulla nel corso della crisi politica.
Per permettere lo svolgimento delle consultazioni sull’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e sull’Articolo 8 della legge Sacconi, il Comitato Promotore percorrerà tutte le vie legali possibili. Inoltre facciamo appello a tutti i candidati alle elezioni di febbraio perché dimostrino di non avere paura della consultazione democratica, e garantiscano con un decreto la validità delle firme, come già successo in passato.
Come Comitato Provinciale, che oltre alle forze del comitato nazionale aggiunge l’Unione Sindacale di Base, ringraziamo le centinaia di cittadine e cittadini che in provincia hanno firmato per i quesiti e garantiamo che continueremo la battaglia contro i licenziamenti ingiusti e contro una contrattazione che peggiora le condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per il Comitato Provinciale,
il Coordinatore Paolo Rizzi.



Rivoluzione Civile per la nuova giustizia


ingroiaantonioIntervista a Antonio Ingroia di Eleonora Martini
Da procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia ha sempre difeso il 41 bis, il regime carcerario duro riservato ai detenuti per reati di mafia, attenzionato perfino dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Ora, nella sua lista «Rivoluzione civile» - a fianco ad Antonio Di Pietro, contrario a qualunque forma di amnistia e anche al codice identificativo per gli agenti - ha voluto anche un "simbolo" come Ilaria Cucchi, sorella del giovane Stefano morto nel 2009 dopo i maltrattamenti subiti da detenuto. Ma se gli si fa notare che al centro della loro agenda politica sembra esserci più il giustizialismo che il problema dell'illegalità del sistema penale italiano, risponde: «Non è vero. Quando leggerete il nostro programma vedrete che non è così».
La Corte europea dei diritti umani condanna l'Italia per la reiterata e strutturale violazione dei diritti dei detenuti. Se l'aspettava?Non mi sorprende: conosciamo bene la drammaticità della situazione delle carceri, frutto di una politica scellerata di gestione della giustizia che ha riempito le celle di poveracci spesso in attesa di giudizio. Bisogna intervenire sui tempi lunghissimi dei processi, sulle misure alternative e così via. Cose che la magistratura, soprattutto quella progressista e democratica, predica inutilmente da tanto tempo.
L'Europa ci dà un anno di tempo, davvero poco per risolvere una tale mole di problemi. Se lei fosse presidente del consiglio cosa farebbe subito?Con un provvedimento urgente per introdurre misure alternative alla detenzione per i reati non gravissimi, avremmo intanto una forte limitazione al sovraffollamento carcerario.
Introdurre? Ma ci sono già le misure alternative, ne occorrono altre?No, io dico che bisogna favorire un'applicazione urgente ed immediata delle misure alternative ampliando la platea a cui si applicano oggi. Dopodiché, ovviamente, occorre studiare con calma un articolato, ma certamente di fronte a questa sentenza l'unica cosa da fare è provvedere immediatamente a sfollare le carceri. Davanti a un tale sovraffollamento, la soluzione non è certo l'edilizia carceraria, indicata in genere dalla destra. Non occorrono più carceri, ma meno detenuti.
L'amnistia, come propongono i Radicali?Beh, l'amnistia è una soluzione drastica. Purché non se ne approfittino i soliti impuniti e sia mirata solo ad un certo tipo di reati. Purtroppo spesso è accaduto che si sia utilizzato il carcere come pretesto per ottenere l'amnistia per i colletti bianchi che rispondevano di reati di pubblica amministrazione o affini.
Quindi per lei rimane più importante tenere dentro questo tipo di criminali...Noi abbiamo un sistema penale e penitenziario classista, dove in carcere finiscono i poveracci e in libertà ci sono i potenti. Va ristabilito il principio di uguaglianza: i potenti che hanno commesso gravi reati devono stare in carcere e i poveracci che hanno commesso reati bagatellari, che spesso non si possono neanche permettere un difensore che gli consenta di accedere alle misure alternative, vadano fuori.
Però il carcere in realtà non è pieno di poveracci che hanno commesso reati bagatellari, piuttosto è intasato da persone finite nelle maglie di tre leggi: quella sulle droghe, sulla recidiva e sull'immigrazione clandestina. Cosa pensa, per esempio, della Fini- Giovanardi?Penso che l'uso delle droghe non dovrebbe mai essere criminalizzato. La legge Fini ha determinato l'incarcerazione anche per il solo consumo di fatto, con l'equiparazione delle droghe leggere a quelle pesanti, inammissibile e inaccettato in qualsiasi parte del mondo. Si figuri che in un Paese che non ha certamente una storia libertaria come il Guatemala, da cui vengo, il presidente della Repubblica, un ex militare, un uomo di destra, recentemente ha proposto la liberalizzazione delle droghe leggere.
E lei la proporrebbe?Assolutamente sì, l'ho sempre pensato da magistrato, figuriamoci se non lo penso da politico.
Leggi Bossi-Fini e ex Cirielli: che ne farebbe?La criminalizzazione dei migranti è inammissibile. Anche qui vengono puniti i poveracci piuttosto che i trafficanti di esseri umani. Anche l'ex Cirielli va cambiata. Per questo parlo di riforme che consentano di avere una robusta depenalizzazione e un accesso più semplice, diciamo così, alle misure alternative.
Ma il decreto Severino, per esempio, sarebbe stato applicato a pochissime centinaia di persone, qui invece parliamo del 42% dei 66 mila detenuti che sono ancora in attesa di giudizio. Forse c'è anche un problema culturale della magistratura, non crede?No. Credo invece che sia un problema di politica criminale: se è tutta sbilanciata sulla carcerazione nella fase delle indagini invece che nella fase del dibattimento, di conseguenza la magistratura utilizza poi gli strumenti che ha a disposizione. Tocca alla politica riorientare verso la centralità del dibattimento e respingere al massimo il ricorso alla detenzione prima del giudizio.
Il Manifesto - 10.01.13

lunedì 7 gennaio 2013

Rifondazione Comunista sta con Ingroia.


Cari compagni e compagne,
vi scrivo nel giorno in cui Ingroia ha sciolto le riserve sulla sua candidatura e si è ufficialmente candidato a presidente del consiglio per una lista che si chiama rivoluzione civile. Si tratta di un risultato positivo in se perché vuol dire che alle prossime elezioni vi sarà una lista a sinistra della coalizione dei democratici e progressisti, su posizioni chiaramente antiliberiste e antimontiane. La possibilità di portare in parlamento una delegazione di coloro che in questi anni – partiti, associazioni e comitati – si sono battuti contro le politiche liberiste – e negli ultimi mesi con le politiche di Monti – è oggi alla portata di mano e si tratta di un risultato di grande portata. Noi pensiamo che questo sia il punto fondamentale e che a partire da questo risultato – tutt’altro che scontato – occorra dare una valutazione positiva del risultato raggiunto.
A questo percorso abbiamo lavorato da mesi, all’interno del percorso aperto dall’appello cambiare si può e – da quando Ingroia ha fatto il suo appello – anche con le forze che si sono raccolte attorno a io ci sto, lavorando per unificare questi due percorsi.
In particolare abbiamo posto il tema della collocazione politica, chiedendo di sciogliere ogni ambiguità nel rapporto con il pd, cosa puntualmente avvenuta anche nella conferenza stampa di Ingroia di stamattina. In secondo luogo abbiamo chiesto ed ottenuto – rispetto al primo programma presentato da Ingroia – che vi fossero inseriti con assoluta chiarezza il no alle grandi opere a partire dalla TAV, il no al fiscal compact ed in generale una decisa messa al centro delle questioni sociali e del lavoro. In pratica una qualificazione chiara in senso antiliberista della lista stessa. Questo è avvenuto e quindi il problema della collocazione e del programma della lista si è risolto positivamente nella direzione da noi auspicata.
Per quanto riguarda il simbolo, trattandosi di una lista di coazione non contiene alcun simbolo di partito ma – per quanto ci riguarda – ha una chiaro riferimento al movimento operaio nella riproduzione del “quarto stato” in rosso nella parte bassa del simbolo. La scritta Ingroia al centro del simbolo – che certo è al di fuori della nostra tradizione e cultura politica – si rende necessaria dati i tempi strettissimi che abbiamo per far conoscere il simbolo a qualche decina di milioni di persone e quindi conseguire il risultato. In ogni caso noi faremo propaganda come Rifondazione Comunista invitando a votare la lista “rivoluzione civile”.
Per quanto riguarda la candidatura del sottoscritto – che come sapete non avevo mai posto come questione dirimente, in quanto consideravo la costruzione della lista il punto principalissimo e centrale a cui sacrificare ogni altra considerazione – la scelta di Ingroia è quella di avere la candidatura dei segretari di partito come riconoscimento del passo indietro fatto attraverso la non presentazione dei simboli in campagna elettorale. Proprio sulla questione della candidatura dei segretari di partito la delegazione nominata dall’assemblea nazionale di cambiare si può (Revelli, Pepino e Sasso) ha marcato un dissenso molto forte che adesso viene posto in votazione all’interno della rete di cambiare si può.
Nei prossimi giorni proseguiranno quindi gli incontri e nel CPN del 5 decideremo in via definitiva su tutte le materie riguardanti queste prossime elezioni.
Credo che abbiamo fatto un decisivo passo nella direzione giusta che stiamo perseguendo da mesi: Occorre continuare a lavorare per allargare le forze che concorrono alla lista a partire dall’obiettivo del pieno coinvolgimento di “Cambiare si può”.
Un caro saluto
Paolo Ferrero, Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

sabato 27 ottobre 2012

Da Berlusconi a Monti: la tecnica della conservazione

La pura tecnica della conservazione
Alberto Burgio su rifondazione.it

Se ne va? Non se ne va? Berlusconi è talmente inaffidabile che non sarebbe ragionevole azzardare pronostici. Ma forse non è nemmeno così importante saperlo.
Ancora un paio di anni addietro, non avremmo immaginato che il suo personale destino politico potesse apparire irrilevante. Berlusconi aveva il monopolio della rappresentanza di un composito blocco sociale e della direzione del centrodestra. Oggi è tutt'al più un comprimario, sempre meno influente, sempre meno ascoltato all'interno del suo stesso partito. L'insieme degli interessi che aveva saputo tutelare ha trovato un garante ben più autorevole. Se Berlusconi ha deciso di ritirarsi, non è soltanto perché i sondaggi dicono che la sua immagine è in declino. Medita un passo indietro anche perché la sua «rivoluzione» ha trovato il legittimo erede.
Mario Monti è stato in questi undici mesi uno straordinario interprete della rivoluzione conservatrice che da un quarto di secolo viene trasformando l'Italia nel segno della sovranità del capitale e dell'impresa. Lo è stato principalmente in forza di quattro fattori. Due esterni: i diktat della troika e la dittatura dello spread, che hanno legittimato la macelleria sociale, facendola apparire una dolorosa necessità. Due interni: l'investitura del Quirinale (che si rinnova fragorosamente ogni giorno) e l'assenza di un'opposizione parlamentare in grado di impensierire il suo governo. Un quinto fattore - lo scarto di credibilità personale che lo separa dal predecessore - fa di Berlusconi, paradossalmente, il secondo padre del governo Monti, accanto al presidente della Repubblica, che lo ha fortissimamente voluto.
Sta di fatto che in meno di un anno il governo dei pretesi tecnici ha fatto molto di più di quanto lo stesso centrodestra non avesse realizzato in tre anni e mezzo (per limitarci a questa legislatura). L'ennesimo colpo di maglio alle pensioni (senza alcuna giustificazione contabile); la cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori; altre drastiche riduzioni dei redditi da lavoro; nuovi micidiali tagli dello Stato sociale. Il tutto salvaguardando caparbiamente profitti, rendite, alti redditi, interessi delle banche (e del Vaticano). Un capolavoro, dinanzi al quale il Cavaliere può recedere in tutta tranquillità, se non con orgoglio.
Oggi si guarda a Monti come al prossimo premier o al futuro presidente della Repubblica. Consideriamo entrambe queste ipotesi esiziali. Non soltanto per quanti - a cominciare dal mondo del lavoro e dalle giovani generazioni - pagano il prezzo più alto del malgoverno di questi decenni. Esiziale la persistenza di Monti sarebbe per la stessa democrazia italiana e per la Costituzione che la ispira.
Più volte il presidente del consiglio ha mostrato di considerare «quantità trascurabile» le istituzioni fondamentali della repubblica parlamentare. Ancora in questi giorni - tra un autoelogio e un esercizio di finta modestia - ha sostenuto che la strada del prossimo governo è già tracciata. Come dire che il Parlamento non serve a niente e che le elezioni sono un'inutile farsa. Anche se privo di tessera della P2, un personaggio del genere non tranquillizzerebbe alla guida del prossimo governo. Figuriamoci al Colle.
E diciamoci la verità. Checché ne pensi il diretto interessato, avere paracadutato l'attuale presidente del consiglio su palazzo Chigi non è un motivo di gratitudine nei confronti di Napolitano. Al quale ci permettiamo di ricordare che, certo, «tenere conto dell'esperienza Monti» nel prossimo futuro sarà inevitabile, ma non compete al presidente della Repubblica dire in che modo e traendone quali conseguenze.

  

Contro le pensioni di Fornero: al via la raccolta firme


di Roberta Fantozzi e Barbara Pettine*

Monti e Fornero hanno gettato nella disperazione centinaia di migliaia di persone, che hanno visto, nel giro di poche settimane, la propria prospettiva di vita messa radicalmente in discussione, dopo anni ed anni di duro lavoro. La cosiddetta riforma delle pensioni del governo dei tecnici, che allunga di sei anni e più il tempo di lavoro, è stato il più violento provvedimento antipopolare, contro le condizioni di vita di uomini e donne, dal dopoguerra ad oggi. Una campagna lampo passata sulla testa della gente, offerta sull’altare del recupero di «credibilità» in Europa e nel mondo dalla neonata unità nazionale del «dopo la caduta di Berlusconi», senza che ci fosse neppure la consapevolezza del disastro sociale che questa sedicente riforma apparecchia.
Il disastro sociale per chi, espulso dai luoghi di lavoro, alla pensione non arriverà mai, tanto più dopo la drastica riduzione dei tempi di erogazione degli ammortizzatori sociali, cui ha provveduto l’altra «riforma» Monti-Fornero: un dramma di cui i lavoratori «esodati», secondo l’orrido neologismo, non rappresentano che la punta dell’iceberg. Uomini e donne che hanno di fronte come sola possibilità, quella di tentare un impossibile riciclaggio contendendo ai propri figli/e un posto precario.
Il disastro sociale per le ragazze e i ragazzi, privati non solo della pensione futura, ma del lavoro presente, giacché è palese come il permanere forzatamente sul lavoro dei più anziani, diventi una barriera insormontabile per le nuove generazioni, in un paese in cui la disoccupazione giovanile è ormai al 35 per cento e l’occupazione globale si restringe per le politiche recessive.
L’accanimento contro le donne, su cui continua a scaricarsi la doppia fatica del lavoro produttivo e riproduttivo, in un’organizzazione sociale in cui il perdurante sessismo si intreccia alle storiche carenze del nostro sistema di welfare, che certo non migliorerà per i tagli feroci prescritti dal pareggio di bilancio oggi, dal Fiscal Compact domani. Penalizzate nell’accesso al lavoro, nelle retribuzioni, nella precarietà dei contratti, nella maturazione dei requisiti per la pensione. Se un operaio potrà «sperare» di andare in pensione a 62 anni, dopo 42 anni e un mese di lavoro, l’operaia non riuscirà ad andare prima dei 67 perché la sua vita lavorativa, fra aspettative non retribuite, part time, periodi più lunghi di attesa per entrare nel lavoro stabile e rientrarvi dopo le gravidanze, non le permetterà di cumulare i 41 anni utili alla pensione cosiddetta anticipata ( oggi solo il 2% delle pensionate del settore privato ha più di 35 anni di versamenti).
La controriforma non è nata dai problemi di tenuta del nostro sistema pensionistico, la cui sostenibilità è stata attestata fino ed oltre il 2060 sia dagli organismi europei che dal nucleo di valutazione del ministero del Lavoro, e i cui saldi tra entrate contributive e uscite effettive al netto delle tasse, sono sempre stati in attivo dal 1998, attestandosi oggi intorno all’1,8% del Pil, come ci ricorda instancabilmente Roberto Pizzuti.
Le motivazioni sono state invece quelle di fare «cassa» nell’immediato e arrivare in prospettiva allo smantellamento del sistema pubblico a favore dei fondi privati: per dare nuova linfa ai processi di privatizzazione e speculazione finanziaria. La controriforma delle pensioni è il primo provvedimento «costituente» del governo Monti. Al pari della manomissione dell’articolo 18 e del via libera ai licenziamenti arbitrari, al pari dell’articolo 8 Sacconi-Berlusconi che svuota il contratto nazionale e cancella i diritti del lavoro, la controriforma delle pensioni ridisegna nel profondo i rapporti tra le classi, le relazioni sociali, persino le antropologie. Ed è emblematica della logica perversa dell’iperliberismo per cui la risposta alla crisi risiede nell’ipertrofia delle politiche che la crisi l’hanno causata: distruzione del welfare e incremento delle disuguaglianze di pari passo alla precarizzazione del lavoro e all’aumento vertiginoso dell’orario di lavoro settimanale, annuo e nell’ arco dell’intera vita.
Per questo il referendum, per noi strettamente intrecciato a quelli sul lavoro. Crediamo sia ora che le persone si esprimano, che disperazione, rabbia, voglia di dignità e di rispetto per le proprie condizioni di vita, di lavoro e di reddito, si facciano sentire attraverso il protagonismo diretto dei soggetti. Contro chi ci ha sottratto il futuro, contro una riforma ingiusta e misogina che si accanisce contro i più deboli, la parola va restituita alle donne a agli uomini, che questo paese abitano, vivono e fanno progredire. Riprendiamoci il futuro. Abroghiamo la controriforma delle pensioni.
* comitato promotore del referendum abrogativo della riforma delle pensioni

giovedì 3 maggio 2012

Appello per la manifestazione nazionale del 12 maggio contro Monti


APPELLO
Mai come in questo momento la Costituzione della Repubblica rischia di essere travolta a partire dall’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Il valore e la natura stessa della democrazia e dei diritti del lavoro sono infatti gravemente sviliti da controriforme e manovre economiche inique, esplicitamente dettate da poteri politici e finanziari esterni al sistema istituzionale del nostro Paese.
Il Governo Monti, pur formalmente legittimato dal sostegno dalla maggioranza trasversale di un Parlamento ampiamente logorato nella propria rappresentanza e credibilità, a partire dalle stesse modalità elettorali che lo hanno espresso, agisce al di fuori di un mandato popolare.
L’introduzione del vincolo del pareggio di bilancio subordina l’esigibilità dei diritti sociali e alla salute, all’istruzione, alla previdenza e all’assistenza alle “superiori” ragioni del mercato.
La riforma del lavoro, con lo svuotamento dell’articolo 18 e la sostanziale liberalizzazione del lavoro precario, segna un salto di qualità nel dominio e nella ricattabilità del lavoro i cui diritti sono già in via di destrutturazione per l’attacco portato dal governo Berlusconi alla contrattazione nazionale e alla democrazia sindacale.
Queste politiche sono tanto inique socialmente, quanto recessive e fallimentari sul terreno economico, e stanno portando il paese in un baratro senza precedenti.
Opporsi a queste politiche e concorrere alla costruzione di un modello sociale ed economico alternativo è pertanto dovere di ogni cittadina e cittadino democratici: è il compito urgente che abbiamo tutti noi in Italia ed in Europa.
Un’alternativa che contrasti effettivamente la speculazione, usata insieme al debito contratto dagli Stati per salvare speculatori ed affaristi, come una clava per distruggere i diritti sociali.
Un’alternativa volta a redistribuire la ricchezza, a fronte della crescita scandalosa delle disuguaglianze, ad aumentare salari e pensioni, istituire il reddito sociale, riqualificare ed estendere il sistema di welfare.
Un’alternativa che si fondi sulla centralità dei diritti del lavoro, riconverta le produzioni nel segno della sostenibilità ecologica, investa nella conoscenza e nella cultura, ampli la sfera dei beni comuni sottratti al mercato, riqualifichi il pubblico a partire da un nuovo modello di democrazia e partecipazione.
Un’alternativa all’insegna di politiche di pace e cooperazione contro le logiche di guerra con la drastica diminuzione delle spese militari.
Per queste ragioni, facciamo appello a scendere in piazza il 12 Maggio a Roma: contro il governo, per difendere la democrazia, i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, la Costituzione.
Aderisci all’appello, scrivi a roma12maggio@gmail.com oppure clicca qui.

sabato 21 aprile 2012

Comunicato di solidarietà a Maffione


Esprimiamo la nostra solidarietà al compagno Daniele Maffione per gli attacchi e le minacce ricevute per il suo lavoro come responsabile antifascismo dei Giovani Comunisti.
Gli insulti ricevuti dai sedicenti "antimperialisti" dimostrano la necessità di combattere ogni ambiguità. L'estrema destra cerca di trovare nuovi adepti indossando un travestimento rivoluzionario, facendo la voce grossa contro le banche e contro gli imperialisti, ma dietro questa maschera nascondono la diffusione di idee deliranti come le teorie fasciste sul signoraggio e l'odio per l'intero popolo ebraico spacciato come solidarietà alla causa palestinese.

Da questi signori non accettiamo nessuna lezione e continuiamo la nostra lotta per il socialismo e per la solidarietà tra i popolo

Segreteria del PRC - Federazione provinciale di Sondrio

giovedì 12 aprile 2012

Guida rapida alla riforma del lavoro

Dal sito della campagna Giovani NON+ disposti a tutto


Quanto incide nella vita di un precario.

Istruzioni per l’uso.
Stiamo commentando il documento che il Ministro Fornero ha presentato al Consiglio dei Ministri, per questo molte informazioni sono ancora generiche e.. passibili di modifica.
NOTA BENE la lettura della guida può risultare complicata vista la giungla contrattuale che permane nel nostro sistema…. ci scusiamo per il disagio, vi sembrerà strano, ma dopo tanto blaterare di contratti unici sono rimaste tutte le tipologie contrattuali (!)
Quindi vediamo contratto per contratto cosa ci guadagni e..  cosa ci perdi.

Per chi accede al lavoro

-Si individua nel contratto di apprendistato il canale privilegiato di accesso al lavoro per i giovani.
-Si punta a rafforzare la finalità formativa del contratto di apprendistato: viene innalzato il rapporto minimo tra apprendisti e lavoratori qualificati e sarà prevista la certificazione nel libretto formativo di quanto svolto nel periodo di apprendistato.
-Si introduce inoltre un vincolo per evitare che le imprese prendano nuovi apprendisti senza stabilizzare coloro che hanno concluso il periodo di apprendistato (si parla di almeno la metà nell’ultimo triennio).
-Si interviene però molto poco nell’evitare la concorrenza di forme di lavoro sottocosto, a partire dall’uso improprio degli stage. La volontà dichiarata dal Ministro di impedire il ricorso allo stage nei periodi successivi alla conclusione del percorso di studi si è trasformata in un generico impegno a prevedere “linee guida per la definizione di standard minimi di uniformità”.

Il nostro giudizio: non c’è alcuna assicurazione che il contratto di apprendistato venga utilizzato al posto delle forme precarie e si fa ancora troppo poco per garantire che sia uno strumento reale di formazione e accesso al lavoro.


Per chi ha un contratto di lavoro dipendente a termine

Si introduce una nuova regolamentazione teoricamente finalizzata a contenere gli abusi dei contratti a termine (contratto a tempo determinato, contratto intermittente o a chiamata, contratto in somministrazione, contratto di staff leasing..)
-Il datore di lavoro pagherà una quota maggiore di contributi (+1,4%) che andranno a finanziare gli ammortizzatori sociali (la nuova ASPI), a meno che non si tratti di lavoro stagionale o sostituzione di personale. Questo dovrebbe rendere meno conveniente l’utilizzo di queste forme di contratto e incentivare la conversione a tempo indeterminato, poiché parte di questi contributi viene resa all’impresa una una volta stabilizzato il lavoratore.
-Il tempo massimo, comprese proroghe e rinnovi, di un contratto a tempo determinato è tornato ad essere 36 mesi. Inoltre rispetto alla normativa precedente si considera nei 36 mesi anche eventuali periodi in somministrazione.
-Si allunga la distanza tra un contratto a termine e quello successivo (60 giorni o 90 giorni a seconda se il contratto è inferiore o superiore a 6 mesi, prima era 20 giorni e 30 giorni): quindi sarà più difficile eludere la normativa attraverso nuovi contratti, una volta terminati i 36 mesi.
-Si raddoppia il termine imposto dal collegato lavoro per consentire al lavoratore di fare ricorso su un contratto a termine illegittimo (da 60 a 120 giorni).
-Le novità non sono tutte positive: fino ad oggi per poter attivare un contratto a termine il datore di lavoro deve indicare le “causali” che ne giustificano l’utilizzo, con la riforma non sarà più necessario indicare le causali per il primo contratto.
-Nel mondo dei contratti a termine esiste anche il lavoro a chiamata (il datore di lavoro ti chiama quando ha bisogno..). Con la riforma si interviene soltanto prevedendo l’obbligo di effettuare una comunicazione agli uffici del lavoro prima di attivare il contratto, per consentire verifiche su eventuali irregolarità.
-Sul lavoro in somministrazione (sia quello a tempo determinato che indeterminato) non ci sono particolari cambiamentiViene eliminata la possibilità di sottopagare i soggetti svantaggiati e percettori di ammortizzatori. Questo provvedimento si è reso necessario poiché il Governo ha recentemente eliminato le causali per assumere in somministrazione questi soggetti: il mix, come avevamo denunciato, avrebbe potuto essere micidiale!
Il nostro giudizio: alcuni interventi sono positivi, anche se non risolutivi dell’abuso dei contratti a termine. L’eliminazione della causale è una gigantesca contraddizione e rischia di vanificare le cose positive. Infine non viene cancellato il lavoro a chiamata e di fronte ad un lavoro dichiaratamente usa e getta l’obbligo di comunicazione amministrativa appare ridicolo.
Stesso discorso per il contratto di somministrazione: non c’è nessun miglioramento e non viene cancellato lo staff leasing (somministrazione a tempo indeterminato) che ancor di più oggi può diventare la frontiera delle aziende che vogliono esternalizzare presso le agenzie interinali i propri lavoratori.


Per chi ha un lavoro a progetto, a partita iva, in associazione in partecipazione, con il voucher

-Per quanto riguarda il contratto a progetto si dichiara di puntare ad una definizione più stringente di progetto per evitare il ricorso a questo contratto in sostituzione del lavoro dipendente; in questa direzione si elimina il concetto di programma di lavoro e la possibilità per il committente di recedere prima della conclusione del progetto.
-Sempre in questa direzione si limita questa tipologia a mansioni che non siano esecutive o ripetitive e ad attività che non siano analoghe a quelle di un dipendente (fatte salve elevate professionalità….). Tali indici possono rilevare l’assenza di progetto e quindi in caso di ricorso al giudice la conversione del contratto di lavoro a tempo indeterminato.
-Per quanto riguarda la collaborazione con partita iva si introduce alcuni criteri per identificare i casi in cui il ricorso diventa impropriamente coordinato e continuativo: 6 mesi massimo durata della prestazione, 75% dei corrispettivi fatturati dallo stesso committente, postazione di lavoro presso la sede del committente. In caso di presenza di uno di questi indici si configura un utilizzo improprio della partita iva e quindi è possibile ricorrere al giudice per ottenere il riconoscimento del rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.
-Per quanto riguarda l’associazione in partecipazione i criteri sono molto più chiari e stringenti: questo contratto d’ora in poi sarà utilizzabile soltanto tra familiari entro il 1° grado o coniugi.
-Per quanto riguarda l’utilizzo di buoni lavoro (o voucher) si parla di un generico impegno a restringere il loro campo di utilizzo.
-Infine si punta a limitare la convenienza economica di queste tipologie uniformando i contributi a quelli dei dipendenti (per chi è iscritto alla gestione separata INPS si passa dal 27% si arriva al 33% nel 2018). Questa è una grande beffa, poiché come accaduto in passato, saranno i collaboratori a pagare questo aumento attraverso la riduzione dei propri compensi che come noto non sono vincolati ai minimi retributivi che valgono per i lavoratori dipendenti.
Per le partite iva ancora peggio infatti i contributi vengono tutti versati la prestatore e non c’è alcuna ripartizione con il committente.
Il nostro giudizio: i criteri scelti per evitare l’utilizzo improprio di collaborazioni e partite iva sono deboli, perché ancora troppo ambigui (che significa parlare di elevate professionalità nel contratto a progetto? Come identificare i 6 mesi nelle prestazioni a partita iva visto che non esiste un contratto scritto?) e soprattutto utilizzabili esclusivamente ex post attraverso il ricorso al giudice, che spesso risulta una strada difficilmente percorribile per i collaboratori.
Bisognerà inoltre valutare quale effetto deterrente potranno avere i controlli dei servizi ispettivi, considerato che le scarse risorse umane destinate a questa attività ci rendono poco ottimisti..).
Se questi punti rappresentano un passo in avanti di cui bisognerà valutare l’effettiva efficacia
l’aumento dei contributi, senza aver introdotto un livello minimo di compenso collegato ai contratti nazionali di lavoro, è un grave peggioramento nella condizione dei parasubordinati e dei prestatori a p.iva. Il costo aggiuntivo con tutta probabilità sarà pagato dai lavoratori di tasca propria, vedendo ridotti i già miseri compensi.


Per i precari che perdono il lavoro

Viene introdotta l’ASPI il nuovo sussidio di disoccupazione.
-Al contrario di quanto annunciato la platea a cui sarà destinata l’ASPI è sostanzialmente la stessa di prima. Le uniche tipologie a cui l’ASPI viene estesa rispetto alla vecchia indennità sono gli apprendisti e gli artisti. Rimangono fuori collaboratori a progetto, assegnisti di ricerca, partite iva etc..
-Anche i restrittivi requisiti di accesso rimangono gli stessi: 2 anni di anzianità assicurativa INPS e almeno 52 settimane di contribuzione nell’ultimo biennio.
-I nuovi criteri di calcolo rendono l’importo dell’ASPI quasi sempre superiore rispetto alla precedente indennità; la durata sarà di 12 mesi per chi ha meno di 55 anni e 18 mesi per gli altri.
-La MINI-ASPI invece dovrebbe occuparsi dei trattamenti brevi e assolvere il compito della precedente indennità a requisiti ridotti. La platea di tipologie destinatarie è la stessa dell’ASPI i requisiti di accesso sono meno restrittivi (almeno 13 settimane di contribuzione nell’ultimo anno) ma ovviamente la durata del trattamento è molto inferiore (la metà dei mesi di contribuzione nell’ultimo anno).
-Per le figure escluse dall’ASPI e dalla MINI-ASPI (collaboratori, p.iva etc…) “si rafforzerà e porterà a regime” il meccanismo una tantum oggi previsto (attualmente l’una tantum prevede la corresponsione del 30% di quanto percepito nell’ultimo anno, con requisiti di accesso ristrettissimi e molto selettivi).
Il nostro giudizio. La tanto sbandierata universalità nella nuova ASPI è una palese truffa. Infatti i requisiti di accesso (2 anni e 52 settimane) rimangono così restrittivi da lasciare fuori i più giovani, ovvero coloro che lavorano da poco oppure non possono sommare periodi con diverse forme di lavoro (solo la MINI-ASPI sarà accessibile per chi ha una bassa anzianità). Inoltre permane l’esclusione dei lavoratori a progetto, assegni di ricerca, partita iva etc.. ovvero dei lavoratori più esposti. La riproposizione dell’una-tantum conferma un modello che ha il sapore dell’elemosina e che discrimina in maniera sbagliata tra diverse tipologie di lavoro.


Per le giovani donne

Si dichiara di introdurre provvedimenti contro la pratica delle dimissioni in bianco; si prevede un congedo di paternità obbligatorio di almeno 3 giorni; si prevede l’erogazione di un voucher per i servizi di baby-sitting per gli 11 mesi successi all’astensione obbligatoria (al posto dell’astensione facoltativa), il cui importo dipenderà dai parametri ISEE della famiglia.
Il nostro giudizio. Non ci si spreca!! Seppur si tratta di un segnale che va nella direzione giusta non ci si spreca ad introdurre un congedo obbligatorio di soli 3 giorni…Poi ci pare contraddittorio prevedere il voucher per i servizi di baby-sitting e contemporaneamente mettere in ginocchio il welfare comunale e ridurre l’offerta dei nidi pubblici.
Rispetto al contrasto alle dimissioni in bianco vedremo l’efficacia del nuovo testo, per ora viene affermato che la legge 188 (approvata e subito abrogata) era per le imprese troppo onerosa!!!


Per chi ha un contratto part-time

-Si introduce la facoltà di ripensamento (per motivi personali che la legge dovrà stabilire) per il lavoratore o la lavoratrice che vogliano modificare la collocazione temporale della propria prestazione lavorativa.
-Inoltre il datore di lavoro che vuole modificare la collocazione temporale della prestazione del lavoratore in part time (per i part time verticali o misti) dovrà effettuare una comunicazione all’ufficio del lavoro, così da consentire eventuali controlli volti a sanzionare l’utilizzo irregolare di questa forma
Il nostro giudizio. Si tratta di norme positive poiché attualmente il datore di lavoro può modificare arbitrariamente la collocazione temporale della prestazione del lavoratore e della lavoratrice part time (attraverso l’uso delle così dette “clausole elastiche”). Questo ha reso difficilmente conciliabile il lavoro part time con altre attività o con altri tipi di impegni privato.


Per chi è in cerca di occupazione

……………..
Il nostro giudizio. Su questo non c’è proprio nulla, nessuno straccio di politica industriale, nessun investimento, nessun progetto di innovazione e sviluppo… eppure il Ministro ha affermato che la riforma del lavoro ridurrà la disoccupazione fino al 4% (chissà come!).
A meno che non si pensi che eliminare l’art.18 moltiplichi posti di lavoro, su questo la fantasia non ha avuto limiti…
Inoltre va segnalato che nella riforma ci sono ben due paragrafi che si occupano di politiche attive per chi cerca lavoro e servizi all’impiego, il cui contenuto purtroppo è piuttosto generico a parte il giusto principio di raccordare politiche passive e attive (cioè trattamento di disoccupazione e servizi per la ricerca di lavoro).
Sarebbe bello se questo significasse un sussidio anche per i giovani in cerca di prima occupazione, così come accade in tutti i paesi europei, oltre all’accompagnamento che dovrebbero fare i centri per l’impiego.

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