lunedì 4 luglio 2011

Fassino e Cota: i veri violenti siete voi!


Anche se non lo sapete, siete senza futuro!
di Simone Oggionni (coordinatore nazionale dei Giovani Comunisti)

Il vento del cambiamento si respira forte anche qui in val Susa. È stata una dimostrazione di forza imponente: decine di migliaia di donne e di uomini, di lavoratori e di studenti, di abitanti della valle e di comitive da tutta Italia e non solo. Un popolo che ha reclamato con nettezza il proprio diritto di vivere in un ambiente non deturpato dalla sete di profitto di pochi e il proprio diritto di decidere sul proprio presente e sul proprio futuro.
È stata una manifestazione indimenticabile per la forza, la combattività e l’entusiasmo di chi vi ha partecipato. Un entusiasmo contagioso, che dà senso al nostro impegno politico, testimonia che non chinare la testa serve a qualcosa, lottare ogni giorno ha un significato, può essere davvero utile e necessario per cambiare la società in cui viviamo.
A fare da contraltare a tutto questo, c’è stata la violenza e una gestione della manifestazione da parte delle forze dell’ordine semplicemente intollerabile. Il ministro Maroni si deve dimettere, perché è politicamente responsabile di ciò che è accaduto: dell’utilizzo da parte della polizia di armi con proiettili di gomma, del lancio di lacrimogeni ad altezza d’uomo e del ferimento di oltre 200 manifestanti. Tra questi alcuni sono gravi. C’è Jacopo, per esempio. Un ragazzo veneziano di 19 anni che è in ospedale con traumi molto gravi perché una granata lacrimogena lo ha colpito al torace. A lui e a tutti gli altri compagni va la nostra solidarietà incondizionata, il nostro abbraccio più fraterno.
Quello che è successo in val Susa ci deve però fare riflettere a fondo, perché sono passati dieci anni dall’omicidio di Carlo Giuliani, dalla mattanza della scuola Diaz e dalle torture di Bolzaneto e sembra che nulla sia cambiato. Aprire una riflessione seria sulle forze dell’ordine, sui loro compiti, sul loro addestramento, sul loro rapporto con la legge e la democrazia non è più rinviabile. Dobbiamo farlo nell’interesse di tutti, e in primo luogo delle stesse forze dell’ordine, che più agiscono in questa maniera e più accrescono nell’opinione diffusa la diffidenza e il distacco quando non il risentimento e il rancore. Sentimenti che, come si sa, non producono mai nulla di positivo.
Le violenze prodotte nella valle da parte di alcuni gruppi di manifestanti non sono condivisibili. Non producono alcun consenso (tutt’altro) e non servono a nulla.
Ma la retorica e l’ipocrisia della stragrande maggioranza della politica e dell’informazione italiana è vergognosa.
La Repubblica (un giornale che ambisce a rappresentare un elettorato democratico e progressista) a metà mattinata riprendeva sul suo sito internet i numeri della questura, parlando di 2mila manifestanti. Nel primo pomeriggio spiegava invece che circa 10mila manifestanti (black block, anarchici e gruppi provenienti dall’estero) si erano staccati dai cortei ufficiali per attaccare la polizia schierata. 10mila facinorosi che si staccano da un corteo di 2mila persone. A volte il servilismo e la malafede sono talmente sfacciati da produrre un effetto comico.
Fassino parla di «violenti e facinorosi» e firma un comunicato congiunto con il presidente leghista della Regione Piemonte in cui ribadisce «l’importanza strategica della Tav e la volontà di andare avanti senza farsi intimorire» (perché questa è l’unica cosa che a loro interessa veramente). Il Presidente della Repubblica parla di «violenza eversiva», diversi parlamentari del Pdl addirittura di «terrorismo».
Le parole sono importanti e ognuno dovrebbe imparare ad assumersi la responsabilità di quelle che usa.
E allora, con tutta franchezza, bisogna dire che oggi abbiamo visto all’opera due violenze, distinte ma complementari. La prima violenza è quella delle forze dell’ordine, che hanno ingaggiato uno scontro con i manifestanti (con tutti, non soltanto con quelli che si sono personalmente resi protagonisti di episodi del tutto estranei alle pratiche e al sentire comune del corteo) che soltanto per caso e per fortuna non si è concluso con la morte di qualcuno.
La seconda violenza è quella di una politica (e delle istituzioni che questa politica occupa e finisce per rappresentare) totalmente insensibile alla volontà dei cittadini. Che va avanti come se niente fosse, che impone con la forza l’interesse privato e il profitto di pochi.
Ma una classe politica che ha bisogno degli elicotteri, dei cordoni di polizia, delle spranghe e dei lacrimogeni per imporre i propri capricci non ha alcun futuro.
Il futuro invece lo hanno in mano quelle ragazze e quei ragazzi che, con il sorriso sul volto e nel cuore una voglia irrefrenabile di cambiare il mondo, si sono dati appuntamento in val Susa e tanti altri se ne daranno nelle prossime settimane. Noi siamo tra loro, sempre più convinti di stare dalla parte giusta.

domenica 3 luglio 2011

Ancora morti in Afghanistan: RITIRO IMMEDIATO!

Il segretario nazionale del PRC, Paolo Ferrero, ha reagito alla notizia della morte del militare italiano Gaetano Tuccillo nella guerra in Afghanistan:"Esprimo le più profonde condoglianze alla famiglia del militare morto stamane in Afghanistan. Nel contempo ribadisco la necessità di ritirare immediato il nostro contingente. Non stiamo partecipando ad una missione di pace ma ad una guerra di occupazione completamente al di fuori della nostra Costituzione. Tremonti invece di fare i tagli agli enti locali, tagli le missioni militari in Afganistan e in Libia

venerdì 1 luglio 2011

Acqua: ora comincia la battaglia post-referendum

Il referendum è solo la prima battaglia vittoriosa, ora bisogna lottare in tutta Italia per riportare sotto controllo pubblico quello che è già stato privatizzato, e si deve lottare nelle nostre valli perchè la "nuova SECAM" non cada nelle mani dei privati!

Acqua: comincia la battaglia post-referendum

di MARCO BERSANI - IL MANIFESTO del 01 LUGLIO 2011 
Sono passate non più di due settimane dalla straordinaria vittoria referendaria sull'acqua e l'apparato politico istituzionale sembra essersi dimenticato la portata storica dell'evento.

Così come con scarsa attenzione fu rilevato il record di raccolta firme - 1,4 milioni - ottenuto lo scorso anno dai movimenti per l'acqua nel più totale silenzio mass-mediatico (salvo poi scoprire lo "straordinario" ribaltone alle recenti elezioni amministrative), oggi l'insieme dei poteri forti economici e politici sembra accomunato da un unico obiettivo : negare, rimuovere, depotenziare. Quasi nessuno - salvo qualche opinionista illuminato come Ilvo Diamanti - sembra essersi accorto che, con i due sì della maggioranza assoluta del popolo italiano, si sia di fatto sancita, per la prima volta dopo decenni, la sconfitta con voto democratico e popolare delle politiche liberiste nel loro complesso e si sia affermata una fortissima istanza di democrazia diretta e di nuova partecipazione sociale. Certo, per chi da sempre è abituato alla manipolazione della realtà, è complicato prendere atto del fatto che i referendum sull'acqua siano stati i più votati e che, fra i due, quello che ha raggiunto un ulteriore maggioranza di sì, sia proprio quello che ha abrogato la possibilità di fare profitti dalla gestione di un bene essenziale. Così, mentre Confindustria e i poteri forti lanciano una vera e propria campagna di terrorismo psicologico sullo stile «si ferma la crescita del Paese», «si bloccano gli investimenti», i partiti politici fanno a gara nell'attivarsi per il depotenziamento del risultato.
Da una parte il governo del decreto Ronchi e della forzata privatizzazione ha subito tenuto a dire che il risultato referendario non andava interpretato come un plebiscito contro il governo - argomentazione fondata - salvo evitare di riflettere sul fatto che, nonostante i ripetuti inviti all'astensione della coppia Berlusconi-Bossi, il 26% dell'elettorato di Forza Italia e il 42% dell'elettorato leghista abbia disobbedito, scegliendo la ripubblicizzazione dell'acqua. Dall'altra, il blocco politico-mediatico Segreteria Pd-Repubblica-L'Espresso, dopo aver opportunisticamente appoggiato sul filo di lana una campagna referendaria sino ad allora avversata e/o subita, si è immediatamente affrettato a riallinearsi, propagandando una propria debole e sbagliata proposta di legge come risolutiva del voto referendario. Con intorno lo sguardo stordito dei media mainstream progressisti, i quali, incapaci di vedere - o di ammettere - di trovarsi al cospetto del più grande movimento per durata, penetrazione sociale e organizzazione dal basso, degli ultimi decenni, hanno preferito ignorarlo attribuendogli di volta in volta le caratteristiche di invisibilità eroica o di creatività estemporanea.
Il risultato di tutto questo scenario è quello sotto gli occhi di tutti : grandi manovre dei poteri forti finanziari per addivenire in tempi rapidi ad una nuova normativa che ristabilisca l'indiscutibile primato del mercato - fino al paradosso del Sole 24ore che il 28 giugno sponsorizza la proposta di legge del Pd - e altrettante manovre del mondo politico istituzionale che continua a considerare i referendum non una deliberazione costituzionale del popolo sovrano, quanto una semplice espressione da interpretare, sintetizzare e modulare (da loro, ovviamente). Grande è il disordine sotto il cielo, ma alcuni punti fermi sono inequivocabili: il primo quesito referendario ha abrogato il decreto Ronchi e dunque, da ora, è vigente la dottrina comunitaria che contempla tutte le forme di gestione, compresa - dopo vent'anni di tabù - la gestione attraverso enti di diritto pubblico; il secondo quesito ha abrogato «l'adeguata remunerazione del capitale investito», ovvero la possibilità di fare profitti sulla gestione dell'acqua, da cui si deduce che l'unica tra le gestioni possibili sia esattamente quella attraverso enti di diritto pubblico.
Questo è ciò che ha deliberato il popolo italiano, questo è ciò che tutti i livelli istituzionali devono eseguire. Domani e domenica 3 luglio si terrà a Roma l'assemblea nazionale dei movimenti per l'acqua: con l'allegria di un percorso vittorioso e con la determinazione di chi è consapevole di voler cambiare il mondo sapremo ristabilire la verità di ciò che è successo nel Paese e scriveremo collettivamente l'agenda locale e globale per ottenere quanto il popolo italiano ha deciso: la riappropriazione sociale del bene comune acqua, la sua gestione pubblica e partecipativa.

*Attac Italia - Forum italiano dei movimenti per l'acqua

martedì 28 giugno 2011

TAV: perchè siamo contrari


1-Chi è il Comitato No-Tav e perché nasce la lotta
Al giorno d’oggi esiste la possibilità di realizzare in un prossimo futuro, un sistema di trasporti migliore dell’attuale, basato su mezzi prevalentemente collettivi che consumino meno energia, che facciano ricorso a fonti rinnovabili di combustibili puliti e che inquinino meno l’ambiente. Purtroppo le linee dei Treni ad Alta Velocità e Capacità (TAV/TAC) si pongono invece in una prospettiva diversa: ossia progettate in un’ottica di movimentazione esasperata di passeggeri e merci su lunghe distanze, sono opere faraoniche che avrebbero un impatto ambientale e sociale devastante sui territori attraversati; richiederebbero di concentrare per decenni sulla loro realizzazione investimenti pubblici di tale portata da pregiudicare importanti servizi, quali sanità, scuola e stato sociale.
Per questa ed altre ragioni è nato pertanto il Comitato No-Tav Torino che si oppone duramente a queste opere, di cui ancora non sono state seriamente dimostrate né l’effettiva necessità, né la sostenibilità economica. Chi ne fa parte sono persone singole e associazioni della società civile che credono che sia possibile un mondo diverso, più giusto e responsabile dell’attuale, e che lottano per realizzarlo. Si battono in modo pacifico ma determinato, contro il modello neo-liberista che in nome degli interessi economici di un’esigua minoranza rappresentata dai poteri forti, sfrutta le persone e la natura, assoggetta le istituzioni e la politica, cancellando progressivamente diritti, democrazia e pace. Chi aderisce al Comitato
No-Tav, si sente idealmente a fianco di tutte le forze che in varie parti d’Italia ed Europa si battono per evitare la costruzione delle linee TAV/TAC; in concreto collaborano strettamente con le popolazioni che si oppongono alla realizzazione della tratta Torino-Lione.

2- Perché bisogna opporsi al TAV/TAC: le ragioni dell’opposizione
Ecco le principali ragioni che portano questo comitato a opporsi alla costruzioni di queste tratte ferroviarie TAV/TAC:
- Perseguono un modello di movimentazione esasperata delle merci, fortemente distribuito sul pianeta allo scopo di sfruttare al massimo i lavoratori e l’ambiente nei luoghi dove essi sono meno tutelati
- Violenterebbero il territorio con “corridoi di servizio industriale” larghi almeno 300 metri, fasce in cui risulterebbe distrutta qualsiasi possibilità presente e futura di abitare o svolgere attività economiche
- Avrebbero un impatto ambientale pesante per l’inquinamento da rumore e vibrazione che colpirebbe tutte le forme di vita lungo il tragitto e spesso comporterebbe nuove pericolose variazioni dell’equilibrio idro-geologico naturale
- Richiedono finanziamenti pubblici ingentissimi, dell’ordine di miliardi di Euro, a scapito di settori primari quali sanità, scuola e stato sociale in un’epoca di drammatica crisi industriale e di collasso delle finanze statali
- Prefigurano investimenti fortemente concentrati, la cui gestione costituisce ormai, di regola, terreno fertile per la corruzione e le infiltrazioni mafiose
- porterebbero elevati profitti a speculatori e costruttori quali FIAT, ENI, Pininfarina, ma successivamente, sarebbero economicamente in perdita e perciò richiederebbero altro denaro pubblico per coprire il deficit.


3- Quali sono i compiti del Comitato No-Tav?
Il ruolo che si dà il Comitato No-Tav Torino è innanzitutto di sensibilizzare i cittadini torinesi e non sul problema TAV, di produrre nei loro confronti l’informazione che oggi manca, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione e tutte le sedi ed i canali agibili, a partire da quelli delle associazioni aderenti.
Intendono inoltre contrastare, smascherandone la parzialità, la disinformazione attuata dai grandi mezzi di comunicazione, di fatto asserviti in questo caso agli interessi dei poteri forti coinvolti nei progetti di finanziamento e costruzione delle linee; vogliono anche contribuire a svelare la reale e pericolosa inconsistenza di grandiosi piani strategici come quello di “Torino Internazionale” per gli anni 2000-2010: l’incredibile tesi, secondo cui sarebbe possibile compensare il declino industriale torinese con l’effimera economia di opere come il TAV e di eventi quali le olimpiadi invernali del 2006, serve in buona sostanza a regalare alla FIAT ed ai suoi partner una sorta di generale approvazione del processo di riconversione dall’auto alla speculazione finanziaria, edile, cantieristica.
In accordo e cooperazione con le altre forze dell’opposizione al TAV, verranno indette varie forme di manifestazione delle idee e proposte comuni, al fine di promuoverle tra i cittadini e di dimostrare la consistenza e l’identità del fronte contrario a grandi opere inutili e dannose.

4- No Tav, No Tac: ecco quindi le motivazioni contrarie alla realizzazione dell’Alta Velocità ferroviaria Lione-Torino
Il tunnel di base della progettata linea TAV/TAC nella tratta internazionale Lione-Torino sarà realizzato con due gallerie parallele per elevare il grado di sicurezza, in caso di incidente una è per i soccorsi. Ma vediamo per bene le sue caratteristiche:
- E’ lungo 52 Km; l’altezza del carico di roccia sovrastante arriva ad un massimo di oltre 2500 metri; la temperatura prevista nella zona centrale è superiore ai 35 gradi per oltre 15 Km, con un picco di 50 gradi
- La durata della costruzione, con tecnica mista “fresa-esplosivo” è prevista in almeno 10 anni (12-15 per completare le due gallerie)
- Lo scavo produrrà 15 milioni di metri cubi di detriti con presenza di amianto e uranio, metà dovrà essere sparso in Valsusa (entro 30 Km, per economia dei costi); a questi detriti depositati in valle si assommeranno quelli dei successivi due lunghi tunnel che attraverseranno la nota vena amiantifera presente nello spartiacque tra le Valli Lanzo e Susa.
- Saranno allo stesso tempo prelevati localmente centinaia di migliaia di metri cubi di buona ghiaia per il calcestruzzo di rivestimento delle galleria
- Lo scavo prosciugherà molte falde che alimentano gli acquedotti a valle
- A servizio del tunnel dovrà essere realizzato, più a valle, un piazzale di stazionamento e carico per i treni lungo 2-3 Km, largo 100 metri, e con pendenza inferiore al 2 per mille: in pratica una diga di terra in grado di sbarrare il vallone di Chianocco. Un’opera a gravissimo rischio ideologico.
Tra l’altro, come se non bastasse, l’impresa che dal lato francese si propone per il tunnel è la Rocksoil, dell’ing. Lunardi (intestata alla moglie, ora che lui è ministro delle infrastrutture)

5- Tempi e modi di realizzazione
I tempi di realizzazione per completare l’opera sono stimabili nell’ordine dei 15-20 anni. Per la tratta italiana, tra S.Didero e Settimo, nei prossimi 10-12 anni, funzioneranno 11 cantieri con enorme consumo di energia e petrolio, con inquinamento dei suoli e delle acque, con centinaia di camion e mezzi di scavo che di giorno e in qualche caso anche di notte assilleranno le popolazioni con polvere, rumore e gas di scarico, paralizzando per giunta la viabilità locale. A parere del Governo, ma anche del Sindaco di Torino, dei Presidenti di Provincia e Regione, questa “economia cantieristica” sarà una chiave di sviluppo a compensazione della perdita occupazionale nell’industria: in realtà sarà caratterizzata dall’impiego di manodopera immigrata a bassa specializzazione ed a rischio di elevato sfruttamento in condizione di scarsa sicurezza (3 morti in 1 anno sulla TAV, To-Mi); data l’enorme mole di denaro in gioco sarà nuova occasione di appalti e subappalti con i consueti margini di manovra per la corruzione politico-imprenditoriale, con apertura ad infiltrazioni mafiose.

6- Costi di realizzazione
I costi di realizzazione dell’intera tratta, sono oggi stimati nell’ordine di circa 16 miliardi di Euro (ovvero 32mila miliardi i Lire), l’esperienza del Tav Bologna-Firenze, che è simile per le caratteristiche del territorio, ha però dimostrato ancora una volta che in 10 anni, ben prima del termine, i costi risultano più che quadruplicati. I promotori sperano nell’apporto di finanziamenti privati, ma le previsioni tengono lontano gli investitori. Quasi tutti i soldi necessari a sostenere l’opera dovranno allora provenire da fonte pubblica e saranno quelli sottratti a welfare, scuola, e sanità.
7- Economia di gestione
Si è calcolato che, ad opera ultimata, i costi di gestione potrebbero essere a pareggio solo se sulla linea transitassero almeno 40 milioni di tonnellate di merci all’anno, 350 treni al giorno, uno ogni 4-5 minuti, lunghi 1500-2000 metri, alla velocità di 150 km/h, alternati a treni passeggeri con velocità fino a 300 Km, (sarà necessaria inoltre, una continua e costosa manutenzione per garantire sicurezza alle alte velocità e tentare di minimizzare l’impatto acustico).
Si dubita però fortissimamente della possibilità di costringere i flussi di merci che ora attraversano i confini in diversi punti, a concentrarsi su di un unico tunnel. E’ pertanto già prevedibile una gestione in perdita economica per decine di anni e quindi si ipoteca, anche qui, il denaro pubblico futuro per coprire i disavanzi.
In definitiva quest’opera serve sicuramente a trasformare ingenti investimenti pubblici in profitti privati delle imprese di costruzione; e in esercizio, produrrà molto probabilmente perdite che saranno da ripianare, ancora una volta con denaro pubblico; avrà inoltre un impatto insostenibile sull’ambiente e la popolazione dei territori attraversati.


8- Ora invece mettiamo a confronto le ragioni a favore dei treni TAV/TAC e quelle contro.
a- Via di comunicazione strategica per l’Europa, strumento di sviluppo specie per alcune regioni industrializzate della fascia Spagna-Francia-Italia.
a- L’attuale sistema globalizzato di produzione distribuita comporta un’esasperata e continua movimentazione di materie prime, semilavorati e prodotti finiti; il maggior sfruttamento di lavoratori e materie prime, l’alta velocità di spostamento di denaro, merci e forza lavoro sono considerati i cardini della competizione. Sono fattori che rendono questo sistema non sostenibile per il futuro pianeta. Un obiettivo da porre è perciò la diminuzione della quantità di merci circolanti.
b- Grazie al tunnel italo-francese la linea contribuirà a riequilibrare il trasporto merci a favore della rotaia
b- Non si può accettare che per un misero 1% di riequilibrio si trasformino vallate in corridoi di transito industriale devastando l’ambiente, minando la salute, svalutando l’abitabilità del territorio, negando prospettive alle produzioni locali in direzione di una marginalizzazione sociale delle popolazioni. Sì, a passare quote significative di trasporto merci da gomma a rotaia, ma utilizzando al meglio le numerose ferrovie esistenti.
c- Con l’opera migliora l’accessibilità dell’area torinese, facendone aumentare il vantaggio competitivo offerto, rispetto ad altre aree urbane europee.
c- La città non deve essere ridotta a nodo di flussi di merci e persone, a mero luogo di scambio mercantile: qualità della vita, cultura dell’accoglienza, sostenibilità ambientale e sociale sono i presupposti di aggregazione di una comunità di abitanti.


9- Ci sono persone, purtroppo che si fanno imbambolare dai soliti luoghi comuni usati da costruttori, fruitori, finanziatori e approfittatori (i soli che beneficeranno dei treni TAV/TAC).
Qui di seguito, sfateremo una serie di falsi miti, usati per far apprezzare la costruzione di questo scempio e per nascondere l’orrenda verità.
SENZA LA TORINO-LYON IL PIEMONTE SAREBBE ISOLATO DALL’EUROPA
In realtà il Piemonte è già abbondantemente collegato all’Europa e soprattutto attraverso la Valle di Susa. In questa valle esistono già due strade statali, un’autostrada e una linea ferroviaria passeggeri e merci a doppio binario. Esiste perfino la cosiddetta autostrada ferroviaria (trasporto dei Tir su speciali treni-navetta). Sono tutte linee di collegamento con la Francia attraverso due valichi naturali e due tunnel artificiali.
LE LINEE FERROVIARIE ESISTENTI SONO SATURE
In realtà l’attuale linea ferroviaria Torino-Modane è utilizzata solo al 38% della sua capacità. Le navette per i Tir partono ogni giorno desolatamente vuote. Il collegamento ferroviario diretto Torino-Lyon è stato soppresso per mancanza di passeggeri. E il flusso delle merci è invece sceso del 9% nell’ultimo anno.
LA TORINO-LYON E’ INDISPENSABILE AL RILANCIO ECONOMICO DEL PIEMONTE
In realtà è vero il contrario. Togliendo risorse alla ricerca, all’innovazione e al risanamento dell’industria in crisi profonda, il TAV sarà la mazzata finale all’economia piemontese.
IL TAV TOGLIERA’ I TIR DALLA VALLE
In realtà i 10-15 anni di cantiere necessari a costruire la Torino-Lyon porteranno sulle strade della Valle e della cintura di Torino qualcosa come 500 camion al giorno (e alla notte) per il trasporto del materiale di scavo dai tunnel ai luoghi di stoccaggio. Con grande aumento di inquinanti e polveri. Finita la fase cantieristica e realizzata l’opera, chi ci dice che le merci passeranno dall’autostrada alla nuova ferrovia? Anzi, i promotori dell’opera e recenti studi di ingegneria dei trasporti ci dicono che solo l’1% dell’attuale traffico su gomma si trasferirà sulla ferrovia. Che bel vantaggio!!
LA TORINO-LYON PORTA LAVORO AI PIEMONTESI
In realtà come già sta succedendo per tutte le infrastrutture in corso, si tratterebbe di lavoro precario, per mano d’opera in gran parte extracomunitaria. Inoltre le ditte appaltatrici si porterebbero tecnici e operai dalla loro regione. Per i comuni della Valle di Susa e della cintura di Torino arriverebbe invece un bel problema: la mafia.
LA LINEA E’ QUASI TUTTA IN GALLERIA. CHE MALE FA?
In realtà fa malissimo. Il tracciato prevede una galleria di 23 Km all’interno di una montagna molto amiantifera, il Musinè. La talpa che perforerà la roccia immetterà nell’aria un bel po’ di fibre di amianto. Invisibili e letali. Il vento le porterà dappertutto. Il foehn le porterà fin nel centro di Torino. Respirare fibre di amianto provoca un tumore nei polmoni che non lascia scampo. L’amianto è un materiale fuori legge dal 1977. Scavare gallerie in un posto così è illegale e criminale. E ancora: il tunnel Italia-Francia di 53 Km scavato dentro al Massiccio dell’Ambin incontrerà (oltre a falde e sorgenti che andranno distrutte) anche roccia contenente uranio. Sarà inoltre un inferno di rumore, polvere, camion avanti e indietro per le strette vie dei paesi, di giorno e di notte, per 15 anni almeno. E ancora: la perforazione di tratti montani così lunghi vicino a centri densamente abitati potrà prosciugare le falde idriche e gli acquedotti. E ancora: la viabilità sarà stravolta.
QUEST’OPERA FA BENE ALL’ECONOMIA, PERCHE’ METTE IN MOTO CAPITALI PRIVATI
In realtà il costo stimato di 20 miliardi di euro è tutto a carico della collettività. Tutto denaro pubblico, ma affidato ai privati. Nessun privato ci metterà un euro e i tantissimi soldi che servono a quest’opera verranno tolti alle linee ferroviarie esistenti (già disastrate), a ospedali, scuole, e a tutti i servizi di pubblica utilità, e allo sviluppo delle energie rinnovabili destinate a sostituire il petrolio. E ancora: è già prevista che la nuova linea ferroviaria Torino-Lyon avrà altissimi costi di gestione e che sarà in perdita per decine e decine di anni. E ancora: nonostante la maggior parte del tracciato sia in territorio francese, il governo italiano si è impegnato a sobbarcarsi il costo dei due terzi della tratta internazionale… Tanto paghiamo noi!!
CHI E’ CONTRO LA TORINO-LYON, E’ CONTRO IL PROGRESSO.
In realtà è vero il contrario. Il progresso non deve essere confuso con la crescita infinita. Il territorio italiano è piccolo e sovrappopolato, le risorse naturali sono limitate, l’inquinamento e i rifiuti aumenteranno invece senza limite, il petrolio è in esaurimento. Progresso vuol dire comprendere che esistono limiti fisici alla nostra smania di costruire e di trasformare la faccia del pianeta. Progresso vuol dire ottimizzare, rendere più efficiente e durevole ciò che già esiste, tagliare il superfluo e investire in crescita intellettuale e culturale più che materiale, utilizzare più il cervello dei muscoli. Il TAV rappresenta l’esatto contrario di questa impostazione, è un progetto vecchio che privilegia come valore solo la velocità e la quantità, ignora la qualità, ovvero se e perché bisogna trasportare qualcosa.

10- E per finire, uno sguardo alla nostra salute. Ecco a cosa andremo incontro…
TAV: amianto e uranio. Rischi di esposizione ad amianto e uranio causati dai lavori di costruzione della linea ad alta velocità.
La RFI (Rete Ferroviaria Italiana) ha presentato, nel mese di dicembre 2003, il progetto preliminare della linea TAV/TAC per la tratta nazionale della Torino-Lione. La tratta, da Settimo Torinese a Brufolo, ha una lunghezza complessiva di circa 44 Km, e prevede, rispetto al precedente progetto, una galleria unica di quasi 23 Km. Allo scavo principale, andrebbero inoltre ad aggiungersi almeno tre finestre di sicurezza, ovvero gallerie secondarie. Per quanto riguardo invece la tratta internazionale, il progetto prevede il cosiddetto tunnel di base di 53 Km.
AMIANTO:
Nel gennaio 2003, un’equipe di geologi ha svolto per conto di RFI, un’indagine finalizzata alla ricerca di amianto nelle rocce della bassa valle, con prelevamento di 39 campione in 29 punti di osservazione; in circa la metà dei campioni esaminati è stata riscontrata la presenza di amianto in diverse forme. Ovviamente dal progetto non risulta previsto un piano di sicurezza che possa impedire la dispersione di fibre d’amianto durante le fasi di lavorazione e di stoccaggio.
Tra le malattie causate dall’amianto, il mesotelioma, tumore maligno della pleura, è sicuramente la più grave. Si manifesta dopo 15-20 anni dall’inalazione di particelle di amianto, ma ha una mortalità del cento per cento e conduce a morte in media entro nove mesi dalla diagnosi. Non esiste esposizione sicura, cioè non esiste una soglia di esposizione al di sotto della quale l’amianto sia innocuo. Nel caso di una prolungata esposizione ambientale, come quella che dovrebbe derivare dalla movimentazione di più di un milione di tonnellate di rocce contenenti amianto, i casi di questa malattia potrebbero aumentare di molto.
URANIO:
Nel massiccio d’Ambin attraversato dal traforo sono presenti numerosi giacimenti di uranio, per maggior precisione il materiale presente è pechblenda, forma notevolmente radioattiva; non è per il momento conosciuta una previsione sulla quantità di uranio che potrà essere contenuto nel materiale estratto. L’uranio si disperde nell’aria e può essere inalato, ma soprattutto contamina le falde acquifere e va ad inquinare i corsi d’acqua che possono essere utilizzati per l’irrigazione.
L’uranio, se inalato o ingerito, provoca contaminazione interna e può essere causa di linfomi.
CONCLUSIONI:
La situazione che si prospetta per il territorio, è estremamente preoccupante, tale da configurare la concreta possibilità di severi danni alla salute pubblica.

NO TAV: è solo una vittoria di Pirro

TAV: l'ordine regna sovrano, ma è solo vittoria di Pirro



di Paolo Ferrero (segretario nazionale di Rifondazione Comunista)

L'ordine regna a Chiomonte, ma è vittoria di Pirro. Con un intervento militare che ha impegnato migliaia di agenti,  il Governo ha sgomberato stamattina il presidio No Tav di Chiomonte. Si tratta di un successo puramente militare, indegno di un paese civile, che non sposta di una virgola il problema politico, e cioè che la maggioranza della popolazione della valle è contraria a quest'opera dannosa per l'ambiente e assurda per le finanze pubbliche, visto il costo di 20 miliardi. Non a caso la Val di Susa in questo momento è bloccata da vari blocchi stradali, i lavoratori di varie aziende sono immediatamente scesi in sciopero e domani sera a Susa vi sarà una pacifica manifestazione di massa contro la TAV. Adesso che Maroni ha fatto la sua prova di forza contro la popolazione cosa pensa di fare, di militarizzare la valle per un decennio? Quella di stamattina è una pura e semplice follia che non risolverà nulla.


Massimo Rossi (portavoce nazionale della Federazione della Sinistra)
2000 agenti in assetto di guerra, che attaccano i presidi di uomini e donne che difendono i beni comuni, l’acqua, l’aria, la terra, la salute, il denaro pubblico sprecato in grandi opere anacronostiche e dannose, è degno solo di uno stato totalitario.
Nonostante il messaggio forte e chiaro lanciato dal popolo italiano il 12 e 13 giugno scorsi nel referendum, si continua a imporre sulla testa dei cittadini scelte utili solo alla speculazione ed ai grandi affari delle grandi forze economiche, così come si intendeva fare per il nucleare e l’acqua.
Se tutte le forze democratiche, della sinistra e del centrosinistra, facessero mancare tutto il dovuto sostegno e la solidarietà alle popolazioni ed agli amministratori della Val di Susa in lotta , mancherebbero l’appuntamento all’alternativa al berlusconismo oggi all’ordine del giorno.
Nessuno può voltarsi dall’altra parte: facciamo sentire la nostra voce, manifestando la nostra solidarietà con la Val di Susa davanti alle sedi istituzionali e alle prefetture, nelle forme più efficaci possibili.
Dalla Val Susa a Genova 2011: la nostra lotta continua!
Simone Oggionni (Coordinatore Nazionale Giovani Comunisti)
Cambiamo noi stessi per entrare in sintonia con il cambiamento. Uniamo le lotte e costruiamo, a partire da Genova 2011, un nuovo Patto di Lavoro.
Che il Paese stia cambiando è fuori discussione. Con le elezioni amministrative, i ballottaggi e, ancora di più, la vittoria dei referendum ci siamo rimessi in cammino. Dopo due anni di lotte dure, da Pomigliano a Mirafiori, dalle mobilitazioni degli studenti al protagonismo delle donne, fino allo sciopero generale, il movimento ha seminato e il cambiamento ha iniziato a piantare le sue radici. In queste ore chi resiste contro la Tav lo sta facendo con il consenso di un popolo vasto, che reclama dignità, diritti e tutela dell’ambiente. L’epoca berlusconiana sta finendo e, dal suo seno e dalle acutissime contraddizioni che ha prodotto, ne sta nascendo una nuova.
Ma è proprio questa la fase in cui dobbiamo avere ben chiaro il rischio che corriamo, e che per paradosso – in un contesto così espansivo – potrebbe condannarci alla marginalità definitiva. Il rischio è che, nell’opinione diffusa di questo popolo della sinistra che cresce e torna ad esprimere, vincendo, soggettività e protagonismo, si consolidi un immaginario da cui la nostra identità e ciò che rappresentiamo siano espunti o comunque largamente minoritari. Questo avverrebbe se il nostro partito non riuscisse ad entrare in connessione reale con questo cambiamento, con le sue istanze e i suoi linguaggi.
Avverto tutta la nostra inadeguatezza, la pesantezza delle nostre liturgie, l’astrattezza dei nostri ragionamenti, la distanza tra il modello di partecipazione politica che noi proponiamo (un modello che spesso passivizza il corpo del partito, imbriglia la dialettica nella contrapposizione statica tra posizioni preconcette, e così facendo allontana le energie più pure, in primo luogo i giovani) e la pratica dei movimenti e dei comitati che hanno preso la parola in questi mesi.
Allora questa inadeguatezza, e l’impegno per rimuoverla, deve diventare il nostro assillo.
A questo fine vanno orientati la nostra linea politica e l’obiettivo della costruzione della sinistra d’alternativa. Guai a noi se l’obiettivo dell’unità della sinistra fosse sconnesso da questa urgenza di auto-riforma e di innovazione e si collocasse, al contrario, sul terreno politicista del rapporto tra le forze partitiche.
L’unità della sinistra deve diventare, al contrario, lo strumento con cui dare voce e allo stesso tempo continuità e stabilità al cambiamento che è in corso nel Paese.
In queste settimane sono in corso le iniziative del decennale del contro-vertice di Genova. Dieci anni fa il partito e i Giovani Comunisti impararono a confrontarsi su di un piano di parità con le altre forme della politica, con i molteplici soggetti che diedero vita al movimento altermondialista. Nel corso degli anni, anche per precise responsabilità di Rifondazione Comunista, abbiamo dilapidato quel patrimonio e quell’esperienza.
Tornare oggi a Genova può rappresentare l’occasione per riflettere sugli errori commessi (per evitare di ripeterli) e ragionare sull’urgenza dell’unità.
La proposta che avanziamo è scrivere – tutti insieme – un nuovo Patto di lavoro. Dieci anni fa il Patto di lavoro si trasformò nel Genoa Social Forum. Oggi la situazione è molto diversa, al punto che non possiamo predeterminare esiti e scenari, ma il senso di quell’operazione è di straordinaria attualità. Esiste una sinistra politica divisa, una sinistra sociale e sindacale altrettanto frastagliata (con al suo centro la Cgil, che andrebbe coinvolta con tutto il suo peso e la sua autorevolezza e non consegnata al moderatismo del Partito democratico), una rete altermondialista indebolita ma non rassegnata (e che da Genova può riprendere fiato). Esiste poi il mondo dei comitati referendari, che va connesso al più presto con le altre forze in campo. Infine, c’è una generazione di ragazze e ragazzi che, in tutte queste forme, ha ripreso la parola e che ogni giorno, in maniera diretta, moltiplica gli spazi di democrazia e di partecipazione.
La sfida è ricostruire un senso comune e uno spazio unitario della sinistra che, collettivamente, possa elaborare al più presto una proposta programmatica organica e coerente per uscire dalla crisi e costruire passo dopo passo una società più giusta, più libera e più democratica.
Come hanno dimostrato i referendum, lo spazio per entrare in sintonia con il sentimento maggioritario del nostro popolo c’è ed è grande. E muove proprio dalle proposte e dai contenuti sui quali, al contrario, il Partito democratico entra clamorosamente in contraddizione con se stesso (i casi del nucleare e della liberalizzazione dell’acqua pubblica sono soltanto i più recenti).
La sfida è costruire, a partire dal Patto di lavoro, una nuova alleanza tra le forze politiche e sociali dell’alternativa. Che raccolga il vento del cambiamento e lo trasformi in terra e concime per il nostro futuro.

sabato 25 giugno 2011

La rivoluzione in Europa: non pagare il debito!

Popoli d'Europa, ribellatevi!

di Giorgio Cremaschi, Liberazione del 22.6.2011

Perchè i lavoratori, i cittadini, il popolo greco dovrebbero impiccarsi alla corda degli strozzini di tutta Europa? Perchè la Grecia dovrebbe rinunciare a stato sociale, diritti, regole, sicurezza; vendere all'incanto i propri beni comuni, a partire proprio dall'acqua, per far quadrare i conti delle grandi banche europee e americane? Questa è la domanda di fondo che si pone oggi in quel paese e, a breve, in tutta Europa.
Si dice che i debiti devono essere sempre pagati, e così quello pubblico della Grecia. Tuttavia quando due anni e mezzo fa le principali banche occidentali rischiavano il fallimento, i governi stanziarono da 3.000 a 5.000 miliardi di euro, secondo le diverse stime, per salvare le banche private ed i loro profitti. Oggi si nega alla Grecia da un trentesimo a un cinquantesimo di quella cifra, se non vende tutto, comprese le sue belle isole come sostengono alcuni quotidiani economici tedeschi.
I banchieri e i grandi manager occidentali hanno visto, grazie al colossale intervento pubblico, aumentare del 36% in un anno i propri già lauti guadagni, mentre il reddito medio dei lavoratori greci è calato del 25%. Questa è la realtà su cui sproloquiano gli innamorati dell'Europa delle banche e del rigore. Quei falsi profeti che con l'euro sono riusciti nella magica operazione di svalutare tutte le retribuzioni dei lavoratori europei e di rivalutare tutti i profitti dei loro padroni.
Si, certo, nelle buone intenzioni l'euro doveva servire ad unificare l'Europa. Nella pratica concreta dei patti di stabilità, di Maastricht, delle politiche liberiste dei governi - di tutti i governi di destra e di sinistra - ha però in realtà distrutto l'unità sociale e persino quella democratica del Continente. Oggi i governi eletti dai cittadini non decidono nulla sull'economia. Sono i tiranni di Francoforte e di Bruxelles che decretano quello che si deve o non si deve fare. Questo è a tal punto vero che il Belgio sta sperimentando l'assenza di un governo democratico da quasi due anni. Ormai quel paese è direttamente amministrato dai commessi, dai funzionari, dai manager dei poteri europei.
Abbiamo già scritto che questa Europa fa schifo. Essa è in grado di fare la guerra in Libia, e su questo ha solo torto il Presidente della Repubblica a voler andare avanti, ma non di varare una politica sociale comune, nè per i migranti nè per i suoi più antichi cittadini. La più importante conquista civile e democratica dopo la sconfitta del fascismo, il patrimonio che l'Europa oggi potrebbe consegnare all'umanità - lo stato sociale, i diritti di cittadinanza, la partecipazione democratica - viene sacrificato sull'altare delle banche e della finanza.
Questa Europa va rovesciata. Non in nome delle piccole patrie razziste e xenofobe, delle ridicole padanie capaci solo di rivendicare targhette per i ministeri e spietatezza con i poveri, soprattutto se vengono da fuori. L'Italia ha cominciato a liberarsi di Berlusconi e di Bossi, ed è forse più avanti nel capire che non è il populismo razzista l'alternativa al potere liberista europeo, anzi, è semplicemente la faccia più sporca di quella stessa medaglia. L'Italia ha cominciato a liberarsi, ma questa liberazione sarà vera quando verrà rovesciato il potere degli usurai che in tutta Europa stanno imponendo il massacro sociale, con il ricatto del mercato selvaggio e della globalizzazione. Occorre una rivoluzione democratica e sociale dei popoli europei che rovesci l'Europa delle banche, della finanza, dei ricchi. Bisogna non pagare questo debito e far invece cadere, finalmente, i costi della crisi su chi l'ha provocata. Il piccolo popolo islandese ha già votato in un referendum il mandato ai propri governi di non pagare il debito per salvare la speculazione mondiale. Questo chiedono gli indignados spagnoli, così come i cittadini greci davanti al loro parlamento totalmente esautorato di ogni reale potere. Dalla Grecia, che ha inventato la parola democrazia, deve partire la riscossa democratica di tutti i popoli d'Europa.

martedì 14 giugno 2011

Il referendum dice: SECAM pubblica!


«Spira un nuovo nel paese: messaggio diretti sia al centrodestra che al centrosinistra».

Pubblichiamo la nota stampa diffusa dalla Federazione di Sondrio di Rifondazione Comunista. 

Il raggiungimento del quorum e il trionfale successo dei SI segnala due dati.

BOCCIATA LA MAGGIORANZA
Il primo: i cittadini hanno in massa bocciato 4 leggi approvate dalla ex maggioranza Berlusconi – Bossi, confermando dopo le amministrative che un nuovo vento spira nel paese, un vento che, seppur in modo non ancora decisivo, inizia a spirare anche nella nostra provincia.

BASTA PRIVATIZZAZIONI
Il secondo dato conseguente al primo, arriva dai milioni di Si ai quesiti sull’acqua ed è un messaggio diretto tanto al centrodestra che a quel centrosinistra che in questi anni hanno entrambi fatto a gara a privatizzare pezzi sempre più consistenti di Beni comuni: il messaggio dice basta con le privatizzazioni che gli italiani non si fidano di chi agisce secondo le logiche del profitto.
Gli elettori si sono espressi chiaramente e vanno ascoltati, sia nazionalmente che localmente.

SECAM
Rifondazione aveva chiesto che Secam non fosse privatizzata: oggi che il famigerato decreto Ronchi è stato abrogato sotto una valanga di milioni di SI sono i cittadini Valtellinesi e Valchiavennaschi a chiedere che Secam rimanga interamente pubblica!

Per Rifondazione Comunista Federazione di Sondrio
Massimo Libera

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