In questi giorni sta suscitando l'attenzione il "caso Rossi" al comune di Napoli. Qualcuno ha anche tentato di dire che il dirigente dell'azienda rifiuti sarebbe "troppo incorruttibile", troppo anche per la giunta De Magistris di cui il PRC fa parte. Pubblichiamo l'ultimo commento di Raphael Rossi sul suo blog personale, da cui si può risalire all'intera vicenda.
TORNIAMO ALLE BUONE MANIERE.
Prima di tutto voglio ringraziare le centinaia e centinaia di persone che mi hanno espresso o confermato la vicinanza e il sostegno, sia per i cambiamenti a Napoli, sia soprattutto per il ruolo di testimone che avrò nel processo sulle tangenti Amiat di Torino a partire da giovedì 12 gennaio.
Tanto per aggiornarci, la “novela” su Napoli è proseguita dopo il mio ultimo post, in cui facevo riferimento alle sciocchezze riportate dai giornali (per esempio, le “consulenze d’oro”, che visti gli importi forse dovremmo definire “placcate oro”…) e i tentativi impliciti di calunnia e distrazione dell’attenzione.
Il vicesindaco di Napoli, Tommaso Sodano ha risposto (ancora una volta sul sempre prontoMattino) che le mie sarebbero “fantasie sabaude”. Ecco un altro meccanismo interessante, tipico di una certa, tradizionale, comunicazione politica: spostare l’attenzione, minimizzando e buttandola sul sarcasmo. Un po’ come scherzare sul bunga bunga e raccontare barzellette.
Io qui non voglio aggiungere altro, ho già descritto il mio punto di vista, mentre noto un po’ di affanno a costruire versioni diverse. Tornerò a parlare di Napoli appena con il sindaco De Magistris (con cui, lo dico per l’ennesima volta, non c’è stato alcuno strappo) definiremo nuovi progetti per la città.
Intanto, come anticipato, fra tre giorni (giovedì 12 gennaio, alle 9 al Palazzo di giustizia di Torino) comincia il processo sulle tangenti all’Amiat nel quale sarò testimone per aver denunciato una tentata corruzione nei miei confronti, quando ricoprivo il ruolo di vicepresidente dell’azienda nel 2007. Sul sito dei Signori Rossi – Corretti e non corrotti è raccontata in dettaglio tutta la vicendache mi vede testimone.
Dopo averne parlato nel blog, mi ha chiamato un bravo giornalista de La Stampa, Andrea Rossi. Mi ha fatto sei domande: cinque su De Magistris e una sull’Amiat. Quest’ultima, eccola: “Si è scontrato con le pressioni della politica, come a Torino, dove la settimana prossima comincia il processo aperto da una sua denuncia”. E la mia risposta: “Attenzione: Torino è un caso di corruzione, Napoli è una riorganizzazione della squadra del sindaco. E a Torino io sono stato lasciato solo. La città non si è costituita parte civile né pagherà le spese processuali. Mi sembra di combattere una battaglia personale, non quella di chi si è opposto allo sperpero di 4,2 milioni e ha rifiutato una tangente”.
In risposta il vicesindaco di Torino, Tom Dealessandri, ha dichiarato sempre a La Stampa: “La città non ha subito alcun danno, perciò non può chiedere di rivalersi contro chicchessia. Amiat, invece, che come società Spa è del tutto autonoma, ed è l’azienda che ha subito un danno da questa vicenda e può considerarsi parte lesa, si può costituire. E l’ha fatto, per cui la polemica di Rossi mi sembra del tutto fuori luogo”.
Rispondere a questi commenti fa perdere tempo ed energie. E’ importante però far presente alcune cose. La prima è che una delibera del Consiglio comunale di Torino, del novembre 2010, approvata all’unanimità, richiedeva al sindaco Sergio Chiamparino di costituire il Comune parte civile al processo. Non avvenne e non ci furono vere risposte ufficiali e prese di posizione da parte del sindaco più amato dagli italiani.
La seconda è che Amiat si è sì costituita parte civile, tramite un comunicato “giustificatorio” dell’autunno 2010, ma non l’ha fatto per tutti i capi d’imputazione. Inoltre, io, nonostante quanto deliberato dal Consiglio comunale, dall’azienda non ho ricevuto alcuna chiamata per il supporto nelle spese legali, ma il mio avvocato mi ha già presentato le parcelle degli ultimi cinque anni (ossia da quando è iniziata giuridicamente questa storia).
Il punto decisivo comunque è che, essendo Amiat partecipata al 100% dal Comune di Torino, è a tutti gli effetti emanazione comunale, perciò un danno all’Amiat è un danno alla città. Cioè: qualunque danno inferto ad Amiat ricade de facto sui cittadini, che in ultima istanza sono chiamati a ripagarne i debiti, vuoi nella funzione di unico socio, vuoi nella funzione di unico cliente.
Ma questo è talmente ovvio per chiunque che mi sembra impossibile che Dealessandri abbia commesso un così clamoroso errore. Non voglio pensare male, altrimenti il vicesindaco, parafrasando il suo pari ruolo napoletano, potrebbe dirmi che ho delle “fantasie partenopee”… Perciò voglio credere che Dealessandri sia vittima anche lui di una cultura della pubblica amministrazione fondata sull’iper-burocratizzazione del pensiero, che porta inevitabilmente a scivoloni di questo tipo, quando parliamo di etica e correttezza.
Insieme a migliaia di cittadini torinesi, resto in attesa di una presa di posizione del nuovo sindacoPiero Fassino, il quale tra l’altro conosce la vicenda, perché ho avuto modo di comunicargliela di persona nel maggio scorso, in campagna elettorale. Mi rispose: “Vedremo”.
Il sindaco oggi, secondo me e secondo moltissimi torinesi che mi scrivono, deve pronunciarsi per evitare che capitino altri casi simili, per dare un segnale inequivocabile, per dichiarare ufficialmente che chi denuncia la corruzione viene appoggiato dalle istituzioni e non isolato. Corrompere infatti è talmente conveniente che chi tenta di far sprecare 4 milioni di euro pubblici al massimo rischia un anno con la condizionale (quindi niente carcere). Mentre chi denuncia rischia che l’accusa gli sia rivolta contro come diffamazione, viene isolato, spesso rischia il posto.
Come successo al “Signor Rossi” Francesco Scolamiero, ex dirigente Soges, che si è messo in contatto con il movimento dei Signori Rossi e che abbiamo coinvolto in una trasmissione di La7 (L’aria che tira) in cui ero ospite lo scorso 20 dicembre. La corruzione costa all’Italia 60 miliardi l’anno, finalmente i giornali lo stanno dicendo spesso. È il caso di usare tutte le dichiarazioni pubbliche e le sedi giudiziarie per intervenire ed educare a una nuova (antica) cultura: quella dell’etica e della correttezza.
E poi, scusate, le care “buone maniere” piemontesi: sono appena arrivato da Napoli e già mi ritrovo questa accoglienza del vicesindaco… “Polemiche fuori luogo” sembra proprio una di quelle frasi standard preconfezionate (come quelle degli sms: “Arrivo dopo”, “Sono in riunione”…). Lui ha liquidato la faccenda così. Quanto ci avrà messo? Un minuto? Forse due. Invece io sono in ballo dal 2007. Di fronte all’impegno che un cittadino deve sostenere, negli anni, è il caso di rispondere così? Insomma, un po’ di buone maniere…
martedì 10 gennaio 2012
lunedì 9 gennaio 2012
La nuova giunta provinciale.
Dopo aver vinto le elezioni con una larghissima maggioranza, la destra della nostra provincia non è mai riuscita a trovare a mettere insieme una giunta stabile. Il contrasto tra la Lega Nord e il PDL ha portato a un balletto di rotture e ricuciture. Dopo l'ennesimo litigio tra Del Tenno, coordinatore del PDL, e il presidente Provera, la Lega aveva ordinato agli assessori berlusconiano di dissociarsi dal loro partito. Il rifiuto di 3 assessori su 4 ha portato alla nuova giunta.
Pubblichiamo l'articolo scritto da Simona Viganò per Vaol.it
Pubblichiamo l'articolo scritto da Simona Viganò per Vaol.it
Tre i revocati: Corradini, Pasina e Boletta.
Cambia la giunta della Provincia di Sondrio. Oggi -lunedì 9 gennaio- Massimo Sertori ha presentato la nuova formazione: sei assessori, invece che otto, più il presidente che assume la delega alle attività produttive.
LA DICHIARAZIONE
«Come affermato alla stampa ho chiesto ai quattro assessori del Pdl di prendere le distanze da quanto dichiarato dal loro coordinatore Del Tenno per non trovarmi costretto a revocare la loro delega, ma solo Severino De Stefani ha risposto». Sono queste le parole del presidente Massimo Sertori subito seguite dall'elenco delle tre revoche e dei nuovi incarichi.
LE REVOCHE
Tre, quindi, gli assessori revocati dalla giunta provinciale: il vice presidente Pierpaolo Corradini (con delega alleAttività produttive, Trasporti e Coordinamento dei progetti strategici con Regione Lombardia), Alberto Pasina (con delega al Turismo, Sport e Emigrazione) e Alberto Boletta (con delega a Formazione e Lavoro, Servizi Sociali e Sistema Informatico). A comporre, invece, la nuova giunta saranno 6 assessori, di cui 5 riconferme (cambiando alcune deleghe) e una nuova entrata.
NUOVE DELEGHE
Ecco allora la nuova composizione della giunta provinciale:
Severino De Stefani che assume l'incarico di vice presidente, al posto di Pierpaolo Corradini, e che oltre alla storica delega all'Agricoltura, Ambiente ed Aree Protette, Caccia e Pesca, da oggi riveste la delega ai Trasporti;
Filippo Compagnoni con delega al Turismo e Sport, oltre a quella per la Valorizzazione delle Tradizioni e Identità locali;
Costatino Tornadù con delega alle Politiche Sociali oltre alla delega al Bilanci, Affari istituzionali, Cultura, Istruzione, Personale e Controllo di gestione.
Si riconfermano, restando invariate anche le loro deleghe, Silvana Snider (delega ai Lavori pubblici, Manutenzione del patrimonio, Cave e Pari opportunità) e Giuliano Pradella (con delega alla Protezione civile, Polizia provinciale e Politiche di coordinamento dei servizi sanitari).
LA NOVITA'
Cinque, dunque, gli storici assessori che restano a comporre la nuova giunta provinciale ai quali si aggiunge una nuova entrata: Franco Imperial (presidente della Comunità Montana di Tirano) che entra con delega alla Formazione e lavoro, Emigrazione e Sistema informatico. «Una scelte istituzionali, perché Imperial rappresenta un territorio non ancora rappresentato. In conclusione ringrazio i tre Assessori revocati per il lavoro svolto e ricordo che questa nuova giunta sarà subito operativa per lavorare per il bene dei cittadini - ha affermato Massimo Sertori -. C'è, infatti, un aspetto istituzionale che mi preoccupa tantissimo ed è la possibile eliminazione della Provincia di Sondrio: in questo senso bisogna lavorare tutti insieme, in una battaglia che ci vede tutti protagonisti. Il mio partito è unito e siamo tutti d'accordo su questa scelta che comunque non siamo stati noi a cercare» ha concluso.
Nominata, dunque, la nuova composizione della giunta della Provincia di Sondrio. Stasera in calendario era previsto il coordinamento provinciale del Pdl, nel quale sicuramente cambierà l'ordine del giorno. Su questo punto i portavoce si sono trincerati dietro un “no comment” rinviando a martedì le loro considerazioni.
A cura di Simona Viganò
giovedì 5 gennaio 2012
Tutte le bugie sull'articolo 18
Tutte le bugie sull'articolo 18
di Gian Paolo Patta - http://www.controlacrisi.org
Non è vero che lo Statuto difende una minoranza di lavoratori. Ed è falso che sia la causa della precarietà
di Gian Paolo Patta - http://www.controlacrisi.org
Non è vero che lo Statuto difende una minoranza di lavoratori. Ed è falso che sia la causa della precarietà
In vista dell’annunciato confronto tra governo e organizzazioni sindacali sul mercato del lavoro, è iniziata la campagna tendente a dimostrare come i lavoratori tutelati dal famigerato art. 18 dello Statuto dei lavoratori siano una minoranza privilegiata, la cui esistenza sarebbe la causa primaria della diffusione della precarietà giovanile. Sorvolando sul fatto che gli autori di questa campagna sono gli stessi che, criticando l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro italiano, a suo tempo pretesero l’introduzione massiccia di forme di lavoro atipico, vediamo come adesso stiano forzando i dati sull’occupazione, in senso inverso ma con il fine di sempre: allargare l’area della precarietà e la ricattabilità dei lavoratori. Esaminiamo alcuni assunti di questa campagna. È vero che i lavoratori a tempo determinato sono la maggioranza? Dai dati Istat sull’occupazione risulterebbe di no: gli occupati dipendenti a tempo indeterminato erano nel 2010 l’87,2% del totale e quelli a tempo determinato il 12,8%.
È vero che i lavoratori ai quali si applica l’art. 18 sono la minoranza? Sempre dai dati Istat emerge che nelle aziende che occupano fino a 20 dipendenti sono occupati 4.574.000 dipendenti su un totale di 17.110.000. Anche aggiungendo tutti gli 800.000 collaboratori coordinati e 250.000 professionisti (non tutte queste figure sono assimilabili al lavoro dipendente: l’Istat li classifica nel lavoro autonomo), risulta evidente come la maggioranza dei lavoratori italiani siano tutelati dall’art. 18. Alcuni confondono i dati usando non il numero dei dipendenti ma quello degli addetti: questi ultimi comprendono i milioni di lavoratori autonomi che fanno più che raddoppiare l’occupazione globale delle piccole aziende, mentre lo Statuto fa riferimento a 15 dipendenti e non addetti. È vero che le aziende che ricorrono ai contratti di lavoro atipici lo fanno per evitare l’art. 18?
Sempre dai dati Istat risulta che gli addetti (termine che indica, come già scritto, anche i padroni e gli autonomi medi dell’industria sono 8,7, quelli delle imprese del commercio e alberghi 3,3, costruzioni 2,9 e 2,8 gli altri servizi (compresi quelli alla persona); ora, i lavoratori a tempo determinato presenti nell’industria sono 319.000, mentre quelli del totale dei servizi 1.464.000, di cui ben 974.000 nella categoria altri servizi (che comprendono quelli alla persona). Come si può ben intuire, la maggior parte dei contratti a tempo determinato sono nelle aziende che non applicano l’art. 18. È vero che si possono sostituire tutte le forme di lavoro precario con unico contratto di inserimento? Impossibile in diverse situazioni: nell’edilizia, che ha un’attività estremamente discontinua e legata ai cantieri, nel turismo stagionale e nell’agricoltura, stagionale per definizione, solo per citare 3 grandi esempi. In questi settori è impossibile assumere tutti a tempo indeterminato, tant’è che esistono, per evitare di non trovare dipendenti, specifiche forme di sostegno al reddito. Esiste poi il complesso dei servizi alla persona in ambito familiare (circa un milione di addetti) e i contratti di formazione, come l’apprendistato che nessuno ha proposto di abolire.
Le proposte in campo tese a limitare l’area di applicazione dell’art. 18 non porteranno pertanto che benefici marginali agli attuali occupati con contratti di lavoro a tempo determinato, soprattutto a quella parte che ha natura strutturale, mentre allargheranno l’area della precarietà introducendo una ennesima nuova figura: il contratto di lavoro a tempo indeterminato in cui non si applica l’art. 18. Ovviamente siamo in presenza di un ossimoro: senza l’art. 18 ogni contratto può trasformarsi con molta più facilità d’oggi in un contratto a tempo determinato. La verità è che l’ampia flessibilità del mercato del lavoro italiano, determinata in primis dall’ampia diffusione del lavoro autonomo e del lavoro nero, è causata dal ritardo del capitalismo italiano nei confronti degli altri paesi europei (Germania innanzitutto) e determina il differenziale di produttività che si è accumulato in questi anni.
Ma questo blocco sociale arretrato è parte integrante del blocco dominante: quindi intoccabile per ragioni politiche e allora non resta che tirare il collo agli operai nella speranza (vana) di recuperare margini di profitto.
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giovedì 29 dicembre 2011
Landini: l'11 Febbraio in piazza per difendere i diritti
Secondo Landini, capo della Fiom, «bisogna rimettere al centro la questione del lavoro e chiedere un nuovo modello di sviluppo da attuare attraverso un piano straordinario di investimenti pubblici e privati». La battaglia per i diritti, la libertà sindacale, le questioni della crisi economica e sociale, sono alcuni degli argomenti sui quali il leader della Fiom, Maurizio Landini, ha colloquiato col Riformista.
Si prepara un inizio del 2012 decisamente caldo?
Sicuramente la situazione è molto difficile, in una fase di crisi epocale in Italia si assiste ad un vero e proprio attacco ai diritti dei lavoratori. Il paradosso è che invece di parlare della crisi economica e sociale, alcuni mettono sotto tiro il contratto nazionale del lavoro. Quello che sta accadendo alla Fiat, gli accordi separati alla Fincantieri, sono il segnale di un grave arretramento sul piano dei diritti e della libertà di scelta nelle fabbriche. Lo dico chiaro, è una questione autentica di democrazia.
La crisi sta toccando tutti i settori, l’industriale dei torroncini Giuseppe Condorelli ha messo in evidenza il fatto che persino il settore dei dolci nel periodo natalizio risente di un leggero calo. Cosa che non avviene all’estero. Cosa sta accadendo?
Credo che stiano emergendo i nodi cruciali che da tempo denunciamo. La redistribuzione della ricchezza è a danno dei lavoratori. Ed è sempre più evidente che oggi si è poveri lavorando, è questo uno degli amari paradossi della condizione italiana. Inoltre assistiamo a livelli di precarietà ed incertezza che non hanno precedenti dal dopoguerra a oggi. Tutto questo porta inevitabilmente al calo dei consumi, alla recessione. Noi abbiamo indetto per l’11 di febbraio una grande manifestazione a Piazza San Giovanni per difendere i diritti, per rimettere al centro la questione del lavoro, e chiedere un nuovo modello di sviluppo da attuare attraverso un piano straordinario di investimenti pubblici e privati.
Credo che stiano emergendo i nodi cruciali che da tempo denunciamo. La redistribuzione della ricchezza è a danno dei lavoratori. Ed è sempre più evidente che oggi si è poveri lavorando, è questo uno degli amari paradossi della condizione italiana. Inoltre assistiamo a livelli di precarietà ed incertezza che non hanno precedenti dal dopoguerra a oggi. Tutto questo porta inevitabilmente al calo dei consumi, alla recessione. Noi abbiamo indetto per l’11 di febbraio una grande manifestazione a Piazza San Giovanni per difendere i diritti, per rimettere al centro la questione del lavoro, e chiedere un nuovo modello di sviluppo da attuare attraverso un piano straordinario di investimenti pubblici e privati.
Emanuele Macaluso ha parlato di una questione sociale, inedita e spietata. Cosa ne pensa?
È la grande emergenza per eccellenza. Penso che bisogna tornare ad assumere la piena occupazione come obiettivo di un nuovo modello di sviluppo. Le risorse vanno ricercate attraverso l’introduzione di una vera patrimoniale, una dura lotta all’evasione fiscale, ed una più efficace battaglia contro la corruzione. Progettualmente serve un piano per la mobilità sostenibile ed un piano straordinario per nuove forme di energia rinnovabile. Questo richiede un rapporto di dialogo fra governo, istituzioni locali, università, lavoro ed imprese, che sperimenti nuovi modelli organizzativi e nuova qualità delle produzioni.
Qual è la sua opinione sulla cosiddetta fase 2 del governo Monti?
Credo che la fase 1 sia stata non positiva, perché si è continuato a fare pagare i soliti noti, il sacrificio delle pensioni d’anzianità è stato l’emblema di queste scelte sbagliate. Serve una crescita equa e sostenibile, fino ad ora non si visto nulla di tutto questo.
Qual è la sua idea sulla riforma del lavoro?
Penso che esiste un problema vero, milioni di persone con contratti precari, debolissimi. Vi è l’esigenza di un sistema di tutela universale. Bisogna ridurre le forme di lavoro precario, e questo lo si fa anche rendendo molto più costosa per le aziende questa tipologia di contratti. Occorre estendere gli ammortizzatori sociali e la cassa integrazione. Occorrono nuove tutele, non nuovi attacchi ai diritti.
Il caso Fiat. Andrete dai magistrati?
Noi riteniamo non accettabile che la Cgil non possa non avere gli stessi diritti di tutti gli altri sindacati italiani. Per questo consideriamo che la scelta della Fiat di uscire dal contratto nazionale ed imporre un proprio regolamento aziendale, violi i principi della nostra Costituzione. Faremo eleggere i rappresentanti sindacali della Fiom, li nomineremo e se la Fiat non li riconoscerà, agiremo per via legale.
In un libro-intervista, a Giancarlo Feliziani dice: «Cambiare la fabbrica per cambiare il mondo». Cosa intende?
Un nuovo modello democratico più avanzato parte dal fatto che nelle fabbriche non prevalga l’autoritarismo, ma la possibilità delle persone di realizzarsi nel lavoro che fanno, nel rispetto delle libertà civili.
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mercoledì 14 dicembre 2011
Noi, Giovani Comunisti, risponderemo a Casa Pound
Firenze ha tristemente conquistato le prime pagine di tutti i giornali. Samb Modou e Diop Mor sono stati uccisi a sangue freddo nel bel mezzo del mercato di piazza Dalmazia. Motivo? Erano senegalesi. La mano che ha premuto il grilletto era quella di Gianluca Casseri, pistoiese di 51 anni residente a Firenze, che, dopo aver ucciso i due uomini ed averne feriti altri tre tra Piazza Dalmazia e il mercato di San Lorenzo, si è tolto la vita. E’ del tutto fuori strada chi parla di follia: Casseri ha agito coscientemente e spinto da una chiara volontà di eliminare chi riteneva diverso ed inferiore per il solo colore della pelle. L’uomo era infatti conosciuto per le posizioni neofasciste, razziste e negazioniste: frequentatore di CasaPound e direttore editoriale di una rivista, La Sponda, in cui esponeva le sue teorie sulla superiorità della razza ariana e su come in realtà l’Olocausto sia stato solo una grande invenzione. Quando oggi le notizie sono cominciate a girare, i camerati di CasaPound si sono sentiti in dovere di uscire con un proprio comunicato: hanno dovuto ammettere di conoscere Casseri (ha partecipato innumerevoli volte a manifestazioni ed iniziative organizzate dall’associazione ed ha pubblicato molti interventi su blog e siti a questa collegati) ma hanno preso immediatamente le distanze dicendo che “era un simpatizzante di CasaPound Italia, come altre centinaia di persone in Toscana, e altre migliaia in tutta Italia, alle quali, come del resto avviene in tutti i movimenti e le associazioni e non solo in Cpi, non siamo soliti chiedere la patente di sanità mentale”.
Hanno anche subito provveduto a cancellare dai loro siti gli interventi del killer. Atteggiamento tipico dei fascisti: tirare il sasso e nascondere la mano. Andare in giro a predicare la superiorità di chi ha la pelle bianca e poi disconoscere, vigliaccamente, episodi di furia omicida come quelli di oggi.?Nell’esprimere tutta la nostra vicinanza e il nostro sostegno alla comunità senegalese e ai familiari delle vittime, ci teniamo a sottolineare che, nonostante il dolore che ci unisce, non possiamo cadere dalle nuvole di fronte ad una gesto come quello di Casseri. Oramai da tempo diciamo, assieme all’Anpi ed altre associazioni di militanti antifascisti, che gruppi neofascisti come Casapound, Casaggì e Forza Nuova (solo per nominare i più conosciuti) non sono un fenomeno da prendere sottogamba. In nome della libertà di espressione del proprio pensiero, conquistata col sangue dei partigiani sui monti, si giustifica qualunque presa di posizione. Dobbiamo invece avere il coraggio e la forza di ribadire che i neofascisti in Italia non hanno diritto di parola in quanto disconosciuti dalla Costituzione. Viviamo nel paese in cui il sindaco Alemanno, nel bel mezzo dei tagli effettuati dal Ministro Tremonti, si permette il lusso di acquistare la sede di Casapound a Roma, in cui parlamentari di destra propongono l’equiparazione tra partigiani e repubblichini e in cui si tenta di eliminare il reato di apologia di fascismo.
Se sono i vertici della politica e delle istituzioni ad assumere pubblicamente queste posizioni ed a farsi promotori di queste iniziative, come ci si può meravigliare di fatti come quelli di oggi? Se accettiamo che personaggi come Borghezio o altri pezzi del folklore leghista aprano bocca dando fiato a qualsiasi pensiero intriso di razzismo, violenza ed intolleranza che frulla nella loro testa, come ci si può meravigliare se una maestra casertana abbassa il voto ad un’alunna perché di colore? Dobbiamo cominciare a dire no, ma in modo serio e deciso. No a Casapound che commemora i franchi tiratori il giorno della Liberazione di Firenze. No a Forza Nuova che organizza iniziative razziste con la scusa di un dibattito sulla costruzione di una moschea. No a Casaggì che si impadronisce della storia della sinistra facendo manifesti e volantini usando la storia e la faccia Bobby Sands. Dobbiamo promuovere la conoscenza della nostra storia e di che cosa è stata la Lotta di Liberazione in Italia. Dobbiamo fare di “cultura” ed “integrazione” le nostre parole d’ordine. Solo così riusciremo a mettere un freno a quest’allucinante deriva culturale che, con la complicità dell’ignoranza e dell’indifferenza comuni, rischia di contagiare irrimediabilmente parte delle giovani generazioni: ricordiamo, ed insegniamo a chi non lo sa ancora, che la nostra democrazia è nata direttamente dall’antifascismo e che i legami con queste radici non possono essere recisi. Da questo passa la richiesta ferma di chiudere le sedi e le organizzazioni neofasciste, come stabiliscono le nostre leggi, nati dal sangue della Resistenza.
In conclusione teniamo a precisare una cosa: i non conformi di Casapound sono sovente legati al Popolo della Libertà e godono di chiara agibilità politica. Non è accettabile dare agibilità ad un’operazione chiaramente di facciata, utile a sollevare dallo scontento sociale strumenti di repressione e funzionali al sistema. Nelle scuole e fra le nuove generazioni continueremo a porci realmente al di fuori del bipolarismo senza cadere in proposte autoritarie, continueremo a guardare alla storia senza falsificazioni e strumentalizzazioni, continueremo a parlare di sociale senza proporre omologazione e identità imposte. Riporteremo il tema dell’immigrazione all’interno del suo reale contesto: da una parte elemento sfruttato dal sistema economico-mafioso italiano, dall’altro pericoloso e strumentale mezzo di consenso per le destre.
Continueremo a rispondere alla crisi costruendo spazi di confronto e costruendo l’alternativa con la partecipazione, non imponendo modelli ridicoli e che fortunatamente i comunisti hanno già sconfitto nel corso della loro storia.
mercoledì 7 dicembre 2011
Manovra: aumenterà solo la miseria.
Manovra: aumenterà solo la miseria.
di Dino Greco (direttore di Liberazione)
di Dino Greco (direttore di Liberazione)
Tiriamo le somme. Quelle economiche e quelle politiche che fatalmente ne deriveranno. Enormi le une e le altre. La manovra, per la parte attribuibile alla volontà del governo Monti, è cosa fatta. Vedremo fra breve, ma ne dubito alquanto, se il parlamento sarà in grado di spostarne anche solo una virgola. Cominciamo con le pensioni, in primo luogo quelle di anzianità, ormai avviate sui binari dell'estinzione. Per fruirne, d'ora in poi occorreranno 42 anni di contributi, mentre la facoltà di accedervi con il doppio requisito (anagrafico + contributivo, attraverso il meccanismo delle quote) è del tutto abrogata. Cosa significa? Semplicemente che quanti alla data odierna avevano raggiunto "quota 95" (per esempio: 36 anni di contributi versati e 59 anni di età) e fra poco, con la normativa in vigore, avrebbero potuto maturare il diritto alla pensione, ora dovranno lavorare altri sei anni, fino a raggiungere la soglia contributiva minima. Né finisce qui, perché coloro che, avendo cominciato a lavorare molto giovani (e tali sono, molto spesso, proprio i dannati dei lavori manuali, alla catena di montaggio, nell'edilizia et similari), ove raggiungessero i fatidici 42 anni di contribuzione, poniamo all'età di 60, se non vorrano subire penalizzazioni economiche ne dovranno lavorare altri due. Anche la pensione di vecchiaia viene elevata a 66 anni (62 per le donne, che la vedranno progressivamente crescere fino a raggiungere la parità nel 2018). Dunque, si lavorerà molto di più per ricevere sensibilmente di meno, anche grazie all'introduzione, per tutti, del contributivo "pro-rata". Come si vede, una solenne mazzata. Di più. Con i nuovi requisiti, in ragione della labile copertura garantita dagli ammortizzatori sociali, oggi sopravvissuti, i lavoratori più anziani, anello debolissimo del mercato del lavoro, che incapperanno nel licenziamento, rischiano di non sapere più come campare. A tutto ciò si aggiunge l'infame balzello imposto alle pensioni già in essere che, al di sopra della franchigia di 980 euro lordi (due volte la minima) non saranno più indicizzate al costo della vita. Misura questa ancor più insopportabile se si pensa che essa è stata introdotta non per assicurare al sistema un equilibrio contabile che già c'è, ma soltanto ed unicamente per fare cassa. Invece, verso il basso, l'accanimento rincrudisce, perché l'Iva, la più indecente delle imposte indirette, crescerà in modo indiscriminato, di due punti.
Della patrimoniale, persino nella blanda versione evocata da Confindustria, si sono perse le tracce. L'enorme ricchezza privata, concentrata nel decimo più ricco della popolazione, resta intonsa. Il governo non ha saputo andare oltre un prelievo, in extremis, dell'1,5% sui capitali "scudati", quelli cioè fraudolentemente accumulati, esportati all'estero e poi ripuliti attraverso un risibile prelievo del 5%: un autentico riciclaggio di Stato a cui ora si aggiunge un tenero buffetto. Le banche, invece (cosa di cui si parla pochissimo), sono state gratificate di un regalo: i debiti da esse accumulati saranno ripianati dallo Stato.
L'ineffabile Presidente del Consiglio ha presentato questa manovra con toni da ultima spiaggia, come un primo passo «per evitare la fine della Grecia». Ma ha mentito. Perché le risorse per una manovra antidepressiva guidata alla mano pubblica nella manovra non ci sono e l'Italia si sta avvitando in una recessione pesantissima destinata a vanificare i durissimi sacrifici imposti al Paese. Monti - avendo eletto a mantra incontestabile il pareggio di bilancio - è prigioniero del diabolico teorema monetarista che combatte il male riproducendolo. Quando fra breve si vedrà che il rapporto debito/pil non migliora e che l'Italia non sarà in grado di onorare il proprio debito, la speculazione, libera di agire senza contrasto, si abbatterà di nuovo sull'Italia, con contraccolpi non più governabili. Merkel e Sarkozy lo hanno già messo a preventivo, ipotizzando per la prima volta, in modo esplicito, che l'euro potrebbe sopravvivere solo per un'élite di paesi europei.
Malgrado tutto ciò sia di una chiarezza lampante, il Pd, come avevamo previsto, si appresta a far sua la manovra. «Va aggiustata un pochino», ha detto Bersani, mostrando tutta la patetica impotenza di quella che fu l'opposizione parlamentare. Chissà se in cuor loro i Democrats non si stiano chiedendo se non sarebbe stato meglio andare alle urne per chiedere ai cittadini il consenso ad un'altra manovra, dentro un'altra strategia, per un altro progetto di Paese e di Europa. Forse una porzione di quel partito è assalita da questo dubbio. Ma soccomberà perché, come abbiamo già detto, vi sono atti "costituenti", che nei momenti "topici" ti fanno precipitare da una parte o dall'altra del crinale, dove le mezze misure, le aree grige non sono più praticabili. Con conseguenze irreversibili. Almeno per un tempo lungo.
Vedremo oggi se i sindacati che hanno giudicato iniqua la manovra e annunciato uno sciopero per lunedì prossimo, sapranno andare oltre un atto di mera testimonianza.
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martedì 6 dicembre 2011
VIII Congresso del Partito della Rifondazione Comunista.
L'VII Congresso del PRC si è svolto a Napoli dal 2 al 4 Novembre. Le registrazioni di tutti i tre giorni di lavori sono disponibili sul sito di Radio Radicale. Qua pubblichiamo le conclusioni del Segretario Nazionale Paolo Ferrero, il documento politico approvato dal congresso e i due documenti di minoranza respinti.
Documento approvato (votato anche dalla delegazione di Sondrio)
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