giovedì 9 giugno 2011

Referendum: 4 si

Come richiesto dal Comitato Promotore dei Referendum per l'Acqua Bene Comune, come assolutamente naturale dato l'impegno fin dal primo momento della campagna, Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra riconfermano i 4 si ai referendum del 12 e 13 Giugno.


Noi che assieme a tantissimi altri abbiamo promosso i referendum lavoreremo fino all’ultimo perché ottengano il quorum e voteremo 4 volte si.

  • Voteremo si perché abbiamo un’altra idea di sviluppo alternativa a quella di chi vuole imporci il nucleare;
  • voteremo si perché vogliamo una giustizia uguale per tutti,
  • voteremo si per liberare l’acqua dalla gestione dei privati
  • voteremo si perché l’acqua non è una merce.
 Noi che da sempre siamo stati contro il nucleare e contro le privatizzazioni, continueremo anche dopo il referendum perché vigileremo perché le ragioni del Sì si traducano in scelte e pratiche politiche coerenti.

lunedì 6 giugno 2011

GC e FGCI uniti: è nata l'Alternativa Ribelle!

GC e FGCI uniti!
Intervento di Simone Oggioni, Coordinatore Nazionale dei GC, all'assemblea fondativa di Alternativa Ribelle


GC e FGCI uniti!
Voglio ringraziare uno per uno i compagni e le compagne che hanno lavorato in questi giorni a questo appuntamento, che hanno lavorato in cucina, che hanno allestito e pulito la sala, non soltanto quelli che hanno scritto e preparato i documenti. Perché i nostri partiti e la sinistra vivono non soltanto di grandi idee e di grandi strategie, ma anche di questi piccoli gesti quotidiani di militanza e di dedizione. Ho chiesto la parola adesso perché vedo qui in sala tante compagne e tanti compagni a cui voglio bene, che fanno parte della mia famiglia, della mia comunità, del mio partito. Penso a Francesco, a Danilo, a Claudio e anche a Flavio e Anna, senza i quali questo processo non sarebbe stato possibile.
E allora mi rivolgo a ciascuno di loro, a ciascuno di voi, con tutta la sincerità che merita il rapporto tra compagni. Io voglio dirvi che noi abbiamo soltanto una possibilità per fare di questo nostro processo uno strumento utile, e cioè per radicare la nostra unità nel futuro della nostra generazione: dobbiamo volare alto, guardare oltre i nostri limiti, le nostre imperfezioni, la nostra inadeguatezza. Quante volte – compagne e compagni – siamo costretti a dividerci e a scontrarci per motivi sterili, che ci vengono imposti dalle rispettive appartenenze, dai rispettivi schieramenti? Quante volte ci dividiamo perché non siamo in grado di ascoltare, di approfondire, di scavare in profondità le parole? Quante volte ci dividiamo per pigrizia? E quante volte queste divisioni ci rendono sterili, inadeguati, inefficaci, impotenti e quindi frustrano il nostro bisogno e la nostra voglia di cambiare il mondo, frustrando a cascata le nostre lotte? Io vi propongo – ed è questo il senso profondo di Alternativa Ribelle – di rimanere uniti, di metterci insieme, di superare ogni divisione, provando a costruire insieme una visione del mondo comune, un sistema di valori comune, un programma di lotta comune, una identità comune. Per farlo dobbiamo, come dicevo, volare alto e dobbiamo osare, riprendendo in pugno le parole della nostra storia e inventandone di nuove, quando ci accorgiamo che quello che siamo stati non è più sufficiente per descrivere quello che vogliamo essere. Io lo dico così: dobbiamo costruire una critica organica al sistema di produzione e riproduzione capitalistico, che definisce le forme del nostro lavoro, della nostra vita e del nostro sfruttamento. Che aliena i nostri rapporti, ci inaridisce, ci rende sempre più schiavi e sempre più egoisti. E di contro tornare a parlare di socialismo, di comunismo, di autogestione, di autogoverno, di un sistema economico fondato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione. La crisi del capitalismo è radicale, radicale deve essere la nostra alternativa. Dobbiamo sottoporre a critica le politiche del governo (di questo governo, di quelli che ci sono stati prima e di quelli che verranno), che hanno privatizzato l’istruzione e la cultura, svilito il lavoro, attaccato i diritti, imposto un modello di società e di civiltà chiusa, razzista, élitaria, autistica, omofoba, intollerante. E che hanno fatto le guerre, la cosa più schifosa che un governo e gli uomini possano fare. Lo hanno fatto bombardando le fabbriche di Belgrado, i ponti della Jugoslavia, e poi in Afghanistan, in Iraq, ora in Libia mettendo al lavoro tutta la vergognosa ipocrisia di cui sono capaci, chiamando la barbarie guerre umanitarie, i missili bombe intelligenti e il colonialismo e l’imperialismo di rapina esportazione della democrazia. Noi nasciamo, viviamo, per dire che esiste e può esistere un mondo diverso, una società incompatibile con questi orrori. E che questo mondo può nascere soltanto se si riporta al centro di questo nostro triste presente il futuro, e cioè le generazioni future, la nostra generazione. Soffia un vento di rivolta nel mondo: nel Medio Oriente, nel mondo arabo, nel Nord Africa ma anche nel cuore dell’Europa capitalistica, dalla Grecia alle meravigliose piazze degli indignados di Madrid, Barcellona, Granada, Malaga e di tutta la Spagna. È una rivolta del futuro contro il passato, della libertà contro la dittatura del capitale, della vera democrazia contro la falsa democrazia, dell’eguaglianza e del diritto contro il privilegio. Ed è un vento di rivolta e di rinnovamento che è soffiato anche qui in Italia pochi giorni fa con le vittorie di Giuliano Pisapia a Milano, di Massimo Zedda a Cagliari, di Luigi De Magistris a Napoli. Segno non solo che la destra si può battere e che il berlusconismo è al capolinea, ma che possono vincere davvero il cambiamento, la discontinuità, il rinnovamento, la speranza di una politica nuova e pulita, pure a livello antropologico, pure a livello estetico. Noi siamo parte integrante di questo cambiamento. Noi siamo Puerta del Sol a Madrid, noi siamo l’Egitto, noi siamo la Tunisia, noi siamo la Grecia e noi siamo, non dimentichiamocelo mai, l’America Latina che rialza la testa dopo decenni e secoli di sfruttamento e siamo Cuba che la testa continua a tenerla alta, siamo l’Alternativa Ribelle come la Gioventù Comunista cubana, che ci insegna tutti i giorni cos’è la dignità, cos’è la lotta, cos’è il socialismo. Proviamo a volare alto e a capire dove dobbiamo andare, quale strada dobbiamo percorrere, tutti insieme. Il nostro primo obiettivo deve essere navigare senza paura nel mare aperto delle lotte, del conflitto sociale, della aule e delle fabbriche, delle piazze e delle strade di ogni città. Uscire dai nostri recinti, dai nostri fortini e navigare senza paura nel mare aperto della sinistra, con la convinzione che l’obiettivo centrale è conquistare egemonicamente il consenso della maggioranza della nostra generazione attraverso un atteggiamento non minoritario, non ideologico, non settario, non residuale. Parlando la lingua della nostra generazione, parlando la lingua della poesia, dell’arte, della musica ma al contempo la lingua dei quartieri popolari, del disagio, della sofferenza. Navigare in mare aperto abbandonando ogni atteggiamento burocratico, senza più liturgie e senza più totem. Sapendo che il nostro orizzonte è costruire per la prima volta nella storia del nostro Paese una sinistra di popolo, di massa, che muova dall’urgenza di cambiare il mondo e agisca con intransigenza e rigore ma al contempo con la massima apertura mentale e la massima capacità critica, con la capacità di essere diversi ma non estranei, Paese nel Paese, cellula della società futura. E non dismettendo, nemmeno per allusione, nemmeno per sbaglio o per scherzo, tutta la responsabilità e l’onore della nostra meravigliosa storia. Noi, compagne e compagni, siamo comuniste e comunisti e non ci vergogneremo mai di esserlo, non abiureremo mai, non tradiremo mai. Siamo orgogliosi di essere i figli e i nipoti delle vicende più belle della nostra Storia. Di Antonio Gramsci, di Eugenio Curiel, di Palmiro Togliatti, di Enrico Berlinguer. Dei tanti giovani condannati a morte della Resistenza italiana, dei tanti operai comunisti caduti sotto il piombo della polizia di Stato o dei sicari dei padroni e dei fascisti, come Valerio Verbano e tanti altri ragazzi che se fossero ancora vivi sarebbero qui con noi, compresi quelli, come Peppino Impastato, che sono stati ammazzati dalla mafia e perché credevano in un mondo più giusto. Siamo comunisti, non siamo altro, e per questo diamo vita oggi, con Alternativa Ribelle, ad un nuovo soggetto politico nel quale finalmente i Giovani Comunisti e la Fgci lavoreranno spalla a spalla insieme, senza più distinzioni, senza più divisioni, senza più steccati. Ci sono ancora resistenze e freni a mano, ma non me ne curo. Ci sono ancora dubbi, ma non me ne curo. Oggi non sono importanti. Oggi portiamo a casa questo grandissimo risultato, questo nuovo strumento che starà soltanto a noi – in ogni territorio, in ogni realtà – sapere utilizzare nel modo più giusto, mettendolo al servizio del movimento studentesco, dei lavoratori, dei migranti, delle donne, delle lotte dei nostri compagni e delle nostre compagne. Con una forza ancora più grande, con un entusiasmo ancora più grande. Con una dedizione e una passione ancora più grandi, con una intransigenza ancora più grande. Ma soprattutto con immensa, infinita tenerezza, che è la virtù più bella dei rivoluzionari.

mercoledì 1 giugno 2011

Caro Grillo, hai perso un'occasione per tacere!

Caro Grillo, hai perso un'occasione per tacere!



di Claudio Grassi (Liberazione del 1 giugno 2011) 

Il Paese sta voltando davvero pagina. I risultati dei ballottaggi assumono un significato politico di straordinaria importanza. Perde Berlusconi in casa propria, nella capitale del blocco di potere della destra italiana. Perde il centrodestra a Napoli, e con Lettieri perdono i poteri forti, le cricche, il malaffare. Perde il Pdl a Cagliari, Trieste, Novara. Perde la Lega in tutto il Nord, capovolgendo un trend che fino a pochi mesi fa sembrava inarrestabile. Cadono roccaforti, crollano le certezze del sistema berlusconiano. 

E vincono, in questa nuova primavera italiana, i candidati della sinistra, volti puliti che incarnano nei loro programmi radicali, così come nei loro modi gentili, il cambiamento, la speranza, la rottura con il paradigma stesso della vecchia politica, consociativa, clientelare, arraffona. La sveglia suonata due settimane fa ha suonato questa volta ancora più forte, configurando una misura della sconfitta berlusconiana oggettivamente inaspettabile, straordinaria. 
Milano liberata!

Se tutto ciò aprirà formalmente la crisi del governo è da verificare, è possibile ma per nulla certo, perché le risorse (in primo luogo economiche) di Berlusconi sono eccezionali. Tuttavia il dato irreversibilmente acquisito è che la destra italiana è entrata in una crisi verticale di consenso, di appeal, di omogeneità, di organicità. 

Di contro, dicevamo, c’è una nuova Italia che ha ripreso in mano il proprio destino, trascinando alla vittoria Pisapia, De Magistris, Zedda e tutti gli altri. Possiamo dire che la vittoria elettorale della sinistra è stata lo strumento che il risveglio dei movimenti di questi mesi ha trovato per fare sentire la sua voce e il suo impeto. La campagna referendaria per l’acqua pubblica, il protagonismo della Fiom, la forza straordinaria della Cgil, il movimento delle donne, gli studenti e i giovani precari: ognuno di questi soggetti si è trasformato in un tassello decisivo per la vittoria. Creando un clima sociale e politico di opposizione e alternativa e partecipando concretamente alle campagne elettorali. 

Se c’è un dato politico che queste elezioni ci consegnano è la smentita della tesi sulla quale le classi dirigenti dei partiti del centro-sinistra hanno costruito negli ultimi vent’anni il loro profilo strategico: l’idea che si vince al centro, inseguendo i moderati e esaltando la compatibilità con il sistema a discapito della radicalità, della discontinuità e dell’alternatività. Come si diceva, la biografia culturale e politica dei nuovi sindaci di Napoli, Cagliari e Milano, così come il loro programma, dicono esattamente il contrario. 

Dovrebbe farsene una ragione – lo diciamo per inciso - Beppe Grillo, che ha perso un’altra occasione per tacere. Ha insultato, con la consueta volgarità, Giuliano Pisapia («Pisapippa») e tutti noi, non riconoscendo che quello che oggi è in campo è un progetto di cambiamento della società italiana che passa per il coinvolgimento e la partecipazione, e non per la demagogia e la delega al guru, che passa per la politica (la riscoperta della politica vera, quella che dà e restituisce passione) e non per la vittoria della frustrazione dell’antipolitica. 

Dentro questa vittoria il ruolo della Federazione della Sinistra è stato importante. Nonostante l’oscuramento, che prosegue anche dopo i ballottaggi (nessuna televisione ha ricordato che a Napoli la Fds ottiene sei consiglieri comunali, per fare solo un esempio), abbiamo dato un contributo importante, a partire proprio dalle realtà (come Milano, Napoli e Cagliari) nelle quali il profilo complessivo della coalizione è stato chiaro, univoco e marcatamente di sinistra. 

Ma non possiamo fermarci, perché questo è il momento giusto per dare l’ultima spallata al governo. In questo clima, il raggiungimento del quorum ai referendum è tutto fuorché impossibile. Ma occorre lavorarci, perché i risultati non arrivano mai da soli. Dobbiamo moltiplicare le energie, le iniziative, la nostra capacità di mobilitazione. 

L’ultimo comitato politico nazionale del partito ha ribadito un indirizzo in sintonia con ciò che si sta concretamente realizzando nel Paese. Unità del centro-sinistra senza rinunciare alla nostra autonomia e al nostro programma; unità della sinistra, per rendere più forti e credibili le nostre lotte e rappresentare i lavoratori, gli studenti, i movimenti straordinari di questi mesi; rafforzamento, dentro la sinistra, del nostro progetto politico, della Federazione e di Rifondazione Comunista. 

Bisogna essere però attenti, e non derogare da questi impegni, da ciò che abbiamo stabilito, non facendo passi indietro e nemmeno fughe in avanti. Il popolo della sinistra e il Paese ci hanno dato fiducia dopo anni di disillusione e di disamoramento. Non dobbiamo più tradirli.



Volevano liquidarci, ora l'unità.



Intervista al segretario di Rifondazione Paolo Ferrero (Liberazione del 1/6/2011)




Festeggiamenti a Cagliari

«La nostra proposta politica si conferma in sintonia con la realtà. Ora lo schema della rincorsa al centro è più difficile». Per Paolo Ferrero, segretario del Prc, la lettura del risultato dei ballottaggi non può prestarsi ad equivoci. A Bersani l'appello è a dare subito seguito alla proposta del fronte democratico per battere la destra. A Vendola e Di Pietro di lavorare con la Federazione per l'unità della sinistra.


Ferrero, chi ha perso queste elezioni?
Certamente Berlusconi, ma anche la Lega. Si è rotto l'asse che li teneva uniti, tanto è vero che la maggioranza va peggio al Nord che al Sud. Hanno pensato che per vincere fosse sufficiente la propaganda della paura, alla Borghezio, su immigrati, rom, islam ecc, ma stavolta non ha funzionato.


Perché no?
Perché Il governo non ha dato una risposta alla crisi e al peggioramento delle condizioni sociali. Un peggioramento che spaventa di più proprio il Nord, compresi quelli che votavano a destra. Quindi si tratta di una sconfitta vera, specie se si tiene conto che la Lega non ha capitalizzato, come pensava di fare, la crisi di consenso di Berlusconi.


Conseguenze sul governo?
Nell'immediato la Lega starà ferma. Una crisi di governo ora non conviene nemmeno a loro: rischierebbero di perdere ancora di più. Contemporaneamente, però, Bossi sta iniziando a differenziarsi per ricostruirsi uno spazio politico. D'altra parte aveva già iniziato dopo la batosta del primo turno. Non mi stupirei se il Carroccio desse indicazione di votare sì ai referendum, se non altro per non stare tra gli eventuali sconfitti. E infatti, lo stesso Bossi ha definito «attraente» il referendum sull'acqua. Insomma, Berlusconi era il perno dell'alleanza. Questo perno è saltato, ma la Lega non ha ancora una carta di ricambio. E lavorerà per creare le condizioni per sganciarsi.


Tra le altre cose, è venuta proprio dal Carroccio la proposta di modificare la legge elettorale.
E' proprio una delle mosse che consentono di creare le condizioni di cui sopra. E anche con la proposta di Casini (un governo senza Berlusconi per fare la riforma) si ottiene lo stesso risultato. La Lega potrebbe accettare: in fondo porterebbe a casa il federalismo e in più la legge elettorale che gli consentirebbe di correre da sola e liberarsi dall'abbraccio ormai mortale con il Cavaliere. Il che, comunque, non vuol dire che farà saltare il governo ora. Lo farà quando ne avrà la convenienza politica.


E, invece, chi ha vinto?
Beh, senza ombra di dubbio vince lo schema centrosinistra più sinistra. E vincono quelle candidature che per storia e profilo si pongono come esterne al sistema bipolare dei partiti (dove ci si insulta, ma poi "pari sono"); cioè, che non sono espressione dell'apparato. De Magistris in questo senso è emblematico, se si considera che ha preso voti a 360 gradi e che è andato al ballottaggio senza alcun accordo con Pd e Sel, marcando così la sua autonomia dal centrosinistra, che a Napoli è fortemente screditato.


Che vuol dire questo?
Che c'è una critica molto forte al sistema politico, quello che genera il litigio ma senza concretezza; che suscita solo tifo calcistico senza che si capisca qual è l'oggetto del contendere; nel quale sai già che i poteri forti sono sempre tutelati.


E che ne facciamo di questa critica?
A livello comunale si aprono due possibilità. Una è quella per la quale tale critica viene sussunta dal sindaco, in una sorta di "ghe pensi mi" di sinistra, correndo dritti dritti verso il populismo. E' la strada che io considero sbagliata. La seconda possibilità sta nel far sì che la rottura dell'universo politico bipolare apra la via all'espressione, al protagonismo di una soggettività sociale. No, dunque, ad una pura e semplice delega al sindaco, ma attivare dal basso forme di protagonismo e aprire così un nuovo spazio politico. Quartieri, movimenti, istanze, autorganizzazione sociale devono diventare interlocutori dialettici e fecondi con l'amministrazione e gli eletti. In questo modo, tra l'altro, si ottiene che la partita si giochi su un nuovo campo di gioco, quello dove non si confrontano solo i poteri forti e la giunta. Che è poi l'occasione per praticare i bilanci partecipati. Non si deve lasciare che queste intelligenze sociali si attivino solo ogni 5 anni. Questa è la vera sfida da raccogliere adesso dove abbiamo vinto.


I rapporti a sinistra adesso sono più facili o più difficili?
Intanto bisogna dire che il risultato è inequivoco: si vince con un aggregato politico fortemente spostato a sinistra e con candidati fortemente di sinistra. E' il contrario dell'idea veltroniana dell'accordo col centro. Per loro, rincorrere quello schema adesso è più difficile. Per noi, invece, è più agevole riproporre lo schema su cui insistiamo da sempre: un'alleanza Pd più sinistra per battere la
destra e unità a sinistra per battere il berlusconismo (che non è solo Berlusconi). I ballottaggi hanno dimostrato che la nostra proposta politica è in sintonia con la realtà e che dunque non siamo né velleitari né estremisti. Unità su campagne sociali, a cominciare dai referendum, che è un'altra partita decisiva: con quella vittoria si può scardinare definitivamente il centrodestra e anche stoppare le mire di Montezemolo e Confindustria. Ma anche unità su campagne quali la redistribuzione del reddito, il no alle grandi opere, le delocalizzazioni, le spese della politica, ecc.


Però, finora, l'unità a sinistra non ha camminato granché.
Si aspettavano che uscissimo cadaveri da questa nuova tornata elettorale e dunque di risolvere il problema semplicemente cancellandoci. Invece siamo più in salute di prima, nonostante un brutale oscuramento. Occorre proporre e riproporre l'unità a sinistra, compresi i gruppi consiliari unitari.


Una proposta a Bersani.
Al leader Pd propongo di fare subito un fronte democratico, lasciando perdere l'inseguimento del centro, e costruire insieme una mobilitazione nel paese per arrivare alle elezioni.


E a Vendola.
Le primarie non bastano: uniamo tutta la sinistra (quella che si ritrova sulle posizioni della Fiom, per intenderci) per costruire la massa critica necessaria a cambiare i programmi. E' necessario pesare di più, perché abbiamo vinto nelle urne, ma giusto qualche settimana fa i lavoratori della Bertone hanno dovuto accettare un ricatto per poter continuare a lavorare. Sono vere entrambe le realtà: la disperazione, la solitudine e la sofferenza sociali e la speranza. Non può bastare solo cambiare un sindaco, ma serve una lotta per raggiungere obiettivi concreti. L'unità a sinistra - a partire dal rilancio della Federazione - è decisiva. Anche per sconfiggere il sentimento d'impotenza. Avanziamo questa proposta da un punto di vista comunista. Perché occorre far crescere una critica di massa alle politiche economiche neoliberiste, sapendo che la Grecia non è lontana; che quando la speculazione avrà finito lì, attaccherà da qualche altra parte; e che i banchieri stanno meglio oggi che nel 2008. La critica al capitalismo e nuove forme di partecipazione democratica dal basso sono ciò che caratterizza la rifondazione comunista. Il referendum sull'acqua parla anche di questo.

Il referendum sul nucleare si farà!

Nucleare, la Cassazione dà il via libera al referendum sul nucleare. Difendiamo i beni comuni, bocciamo il nucleare, mandiamo a casa Berlusconi


La Cassazione si è appena pronunciata. Il referendum sul nucleare si farà. Un altro duro colpo a Berlusconi & C., che le hanno provate tutte per non far esprimere liberamente la gente. Ora il 12 e 13 giugno si vota su tutti e quattro i quesiti referendari: due sull'acqua pubblica, uno sul nucleare, l'altro sul legittimo impedimento. 
La sentenza della Suprema corte è stata accolta con grande entusiasmo dal comitato promotore: "Questa volta le furberie alle spalle degli italiani non passano. La Cassazione censura l'arroganza del governo e riconsegna nelle mani dei cittadini il diritto a decidere sul nucleare e del proprio futuro". La Corte, prosegue la nota, "ha arginato i trucchi e gli ipocriti 'arrivederci' al nucleare e ha ricondotto la questione nell'alveo delle regole istituzionali, contro l'inaccettabile tentato scippo di democrazia".


Nucleare, Ferrero (Prc): Vittoria della democrazia, Cassazione riconsegna il diritto a decidere su referendum


"La Cassazione ha sbarrato la strada all'ennessimo imbroglio del governo. 
La furbata del Centro-destra per impedire il referendum sul nucleare non passa, la Cassazione blocca la furbata di Berlusconi e riconsegna nelle mani dei cittadini italiani il diritto a decidere della propria vita in merito ai rischi delle centrali nucleari. 
Un altro tentativo di spallata alla democrazia fallisce miseramente con una vittoria della partecipazione politica per i tanti comitati che in questi mesi hanno raccolto milioni di firme per i referendum. 
Adesso è necessario un grande sforzo collettivo di tutti per far vincere i Si e sfiduciare dal basso e per sempre Berlusconi". Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

martedì 31 maggio 2011

Trionfano Pisapia e De Magistris, ora si deve cambiare rotta!

Ora si può (si deve) cambiare rotta
Massimo Rossi - Portavoce della Federazione della Sinistra (da Liberazione 31-05-2011)


Evviva! Come non esultare per il vento che è cambiato? Ora soffia decisamente a sinistra con una forza tale da riaprire il cielo. Tale da travolgere anche il governo ed offrire importanti spazi alla domanda di un reale cambiamento. 
Che questa sia la sua chiara direzione ce lo dimostrano in primis, come sgargianti “galletti segnavento” i nuovi sindaci di Milano, Napoli e Cagliari, il loro inequivocabile profilo, la riconoscibilità della proposta di governo ed il carattere delle campagne elettorali che li hanno portati alla vittoria. Essi non nascono certo nei laboratori degli apprendisti stregoni del centro sinistra che da anni sfornano proposte indistinte e candidati sbiaditi, nell’inutile rincorsa di un presunto centro moderato. Democrazia, solidarietà, legalità, giustizia sociale, accoglienza, beni comuni, ecologia: sono queste le parole chiave, i contenuti riconoscibili, chiari, alla base del loro successo e del nostro successo. Potranno dire ciò che vogliono ma sono proprio questi i pezzi del nostro Dna, i contenuti del patrimonio genetico di una sinistra che si voleva “superata dalla storia” e quindi bistrattata, censurata ed esclusa dai luoghi della rappresentanza da un bipolarismo del “pensiero unico”. 
Se la direzione di questo vento nuovo appare chiara a tutti, non si può ancora dire altrettanto del contesto politico e sociale e delle prospettive generali. Non è certo cambiata d’incanto questa Italia socialmente disgregata, culturalmente ed eticamente degradata da almeno due terribili decenni di liberismo incontrastato e di Berlusconismo. Così come è innegabile la varietà e la diversità dei molteplici fattori che hanno generato questa spinta. Hanno inciso certamente l’impresentabilità dei “mostri” oggi al comando, la loro disgregazione interna, la crisi dello stesso blocco sociale che li ha espressi. 
Ma come non riconoscere che è fondamentale, dentro questo dato, il peso della collera della crescente povertà, di chi subisce l’ingiustizia dilagante, la privazione del lavoro e dei suoi diritti, la negazione di futuro e del presente stesso? C’è dentro l’indignazione per le discriminazioni ed i soprusi di ogni tipo, il saccheggio dei beni comuni, lo spreco e la distruzione delle risorse naturali e dell’ambiente. C’è la consapevolezza, anche di chi non è morso così forte dalla crisi, che questo modello di economia e di società debba necessariamente imboccare una vera alternativa. 
E allora, se questo è il vento, non si tratta semplicemente di cambiare il timoniere, come già avvenuto infruttuosamente nel passato, ma di lavorare per invertire decisamente rotta! Altro che le ricette, riproposte proprio in questi giorni, da Emma Marcegaglia ad una platea plaudente, larga e trasversale! Proprio le medesime ricette velenose che ci hanno condotto in questa “macelleria sociale” e che sappiamo essere care da sempre a larga parte dello stesso fronte del centrosinistra che ha sostenuto in queste elezioni i nostri stessi candidati vittoriosi. Tagli alle tasse per le imprese ed alla spesa sociale, privatizzazioni e grandi infrastrutture. 
No. Oggi è necessario più che mai il coraggio di un netto cambiamento, di dare avvio ad una vera “alternativa di società” che, in vista dell’imminente e inesorabile cacciata del sultano da palazzo Chigi, questi nuovi sindaci possono iniziare a far vivere nei loro rispettivi territori. Stoppando, per fare qualche esempio, grandi infrastrutture speculative, privatizzazioni, poli logistici, centri commerciali, inceneritori di rifiuti, inutili consumi di territorio. Puntando invece su una nuova economia basata sulla conoscenza, la sostenibilità, la qualità e soprattutto sulla giustizia e l’equità sociale. Un cambiamento che, per essere tale, faccia leva sul conflitto sociale e sulla partecipazione. Perché non basta e non funziona l’affidarsi a nuovi timonieri, magari esperti e illuminati. Bisogna farlo ricorrendo a un modo nuovo di “navigare”. Un modo basato appunto sulla socializzazione delle conoscenze e sulla più larga partecipazione. 
Anche questo ci dicono i risultati di ieri, scaturiti non a caso da coinvolgenti percorsi partecipativi in cui, tanto Pisapia quanto De Magistris e Zedda, non sono apparsi come leader carismatici o nuovi messia ma quali garanti dell’unica vera pratica del cambiamento: quella democrazia che chiama in causa la società e la spinta innovatrice dei suoi conflitti. 
Ma siccome, avrebbe detto Seneca, «non c’è buon vento per marinaio che non conosce la rotta», c’è una bussola pronta ad indicarla. Sono i referendum sull’acqua e il nucleare. La loro vittoria, che non possiamo mancare, può affermare l’indisponibilità dei beni comuni e la necessità di ricostruire attorno ad essi una comunità partecipante che se ne prende cura collettivamente con scienza e con coscienza, per garantirne i benefici per tutti e per ognuno. Che poi tradotto in due parole vuol dire: bene comune. Senza dimenticare il quesito sul legittimo impedimento per dare voce a quell’indignazione nei confronti dell’arroganza del potere che è componente essenziale dell’ondata di Milano e Napoli. C’è da ricostruire la res pubblica. L’esatto contrario del neoliberismo in salsa italiana, con i suoi insopportabili privilegi, le sue cricche corrotte, la sua prepotenza nel cancellare diritti, la sua volontà famelica di accaparrarsi i beni comuni. 
Per chi come noi della Federazione della Sinistra, da posizioni minoritarie e scomode, da tempo indica e lavora in quella direzione si riaprono pertanto spazi politici ed ambizioni nuove. Nuove responsabilità di lavorare ad un’ampia ed unitaria sinistra d’alternativa, capace di progettare e praticare quella diversa rotta economica e sociale, opposta al berlusconismo ma anche alle sirene della Marcegaglia ed ai ricatti di Marchionne. Si offrono inedite opportunità di praticare questa rotta con una diversa idea partecipata di “navigazione” che il vento nuovo ci consente. 





La Federazione della Sinistra vince e scompare dai media



Scomparsi di nuovo dai giornali e tv. Per molti commentatori addirittura a Napoli De Magistris era sostenuto da SEL e non dalla Federazione della Sinistra, se poi SEL non elegge e la FDS porta a casa 6 consiglieri comunali questo non fa notizia, la retorica continua. Del sostegno a Pisapia poi nemmeno a parlarne, contano più i radicali. C'è una sinistra in Italia che non deve apparire mai. Ci sono simboli e nomi che devono essere cancellati dal dibatitto pubblico non solo dalla stampa di regime ma anche da quei giornalisti che si professano tali. Così capita spesso che quella libertà di stampa che difendi è la stessa che ti nega parola e visibilità, è la stessa che ti censura. Fuori misura l'atteggiamento di personaggi del calibro di Santoro e Floris che in una stagione televisiva non hanno mai invitato un esponente della FDS. Altrettanto l'atteggiamento di Fabio Fazio che prima ha pubblicamente detto che non esistevamo e poi, ha spiegato a tutti che non capivamo le battute. Nulla sia chiaro rispetto al giornale di De Benedetti, che sponsorizza da mesi con "sondaggi cocainomani" altri cavalli che purtroppo non si sono dimostrati all'altezza delle aspettative. Fatto sta che l'oscuramento continua, come se niente fosse continua, come e più di prima. C'è una sorta di processo relazionale anticomunista che influisce in questo meccanismo, in parte agito da chi nel centro sinistra ha sistematicamente operato per la nostra cancellazione politica - Veltroni e la sua gang, che ha molti stipendiati nel sistema mediatico - ed in parte frutto del meccanismo stesso dei media che funziona per copia e incolla. Una dinamica che incide non solo per quanto riguarda la produzione delle notizie, ma anche per quanto riguarda la produzione delle opinioni, del senso comune. Come rispondere a questo meccanismo è difficile, lisciare il pelo ai poteri forti per apparire è uno sport che lasciamo ad altri, il radicamento sociale serve ma di per se non è sufficiente a costruire una dimensione comunicativa in grado di incidere sul senso comune, la rete è utile, come lo è liberazione, ma da sole non bastano. Pensare di risolvere questo gap semplicemente con un'impresa di marketing comunicativo è poi come prendere un calmante, estremamente costoso, i cui effetti poi non sono certi. Presidiare la RAI e denunciare la censura è sacrosanto ma non incide nei rapporti di forza. 
C'è allora un tema che nessuno coglie nella complessità del sistema comunicativo, ed è dato dalla totale subalternità del mondo intellettuale al sistema dominante. Una matrice di produzione delle opinioni e di senso comune che influisce in questo processo di banalizzazione del presente. Se vogliamo rompere il meccanismo di oscuramento verso una forza che in maniera "oscena" espone i simboli della rivoluzione e del lavoro, è necessario che la sfida si porti anche su questo terreno.

venerdì 27 maggio 2011

La lotta alla Fincantieri

Intervista al Segretario Generale della FIOM; Maurizio Landini


MAURIZIO LANDINI Il segretario Fiom difende il lavoro e chiede una nuova politica economica. Se non si rilancia Fincantieri crolla un altro pilastro del manifatturiero. Va ripensato il sistema di mobilità di persone e merci. La società civile deve sostenere le lotte operaie 

«È singolare che la Confindustria, dopo aver condiviso e sostenuto le scelte di questo governo ora le critichi. La seconda cosa che vorrei dire alla presidente Marcegaglia è che la linea di attaccare i contratti nazionali e cancellare la contrattazione non li porta fuori dalla crisi ma fuori dal mercato. Non affrontano i nodi di fondo della crisi che richiederebbero un'assunzione di responsabilità da parte loro, investendo sull'innovazione, sulla ricerca, su una riconversione industriale che metta al centro la qualità e il rispetto del lavoro e la qualità e la compatibilità sociale e ambientale del prodotto». Il «signornò» Maurizio Landini risponde alle accuse di Emma Marcegaglia alla Fiom e alle proposte uscite dall'assemblea confindustriale. Con lui parliamo soprattutto di Fincantieri, ma essendo chiamata ancora in causa la Fiom, che per i padroni (e non solo) sembra essere l'unico ostacolo all'uscita dalla crisi, non possiamo che iniziare da qui. 

Invece di essere contento che anche i padroni se la prendono con il governo ti metti a fare i distinguo? 
Voglio solo ricordare a Emma Marcegaglia che la Fiom è il sindacato che ha firmato più accordi, i nostri iscritti stanno crescendo e a ogni rinnovo delle Rsu usciamo premiati dai lavoratori. Una seria Confindustria dovrebbe fare i conti con questa realtà e contribuire a ricostruire buone relazioni sindacali invece di insistere sulla linea degli accordi separati. E non è con la libertà di licenziare che si esce dalla crisi ma con un serio progetto di politica industriale, che riguarda tutti, certo il governo ma anche le imprese. Il governo e le imprese dovrebbero chiedersi cosa, come, dove, perché produrre, e quale sistema di relazioni democratiche bisognerebbe costruire. Attivando la scienza, le università e la ricerca, confrontandosi con i sindacati su come andare avanti e non su come chiudere stabilimenti e licenziare. La Fiom nei prossimi giorni aprirà una discussione di massa per riconquistare il contratto nazionale, anche innovando il sistema di relazioni sindacali, definendo criteri democratici di rappresentanza e confrontandoci sulla qualità del lavoro e dei prodotti. 

Veniamo alla Fincantieri, senza dimenticare Fiat e ThyssenKrupp: una tegola dopo l'altra... 
L'annuncio irricevibile di Fincantieri che pretende di chiudere impianti e licenziare a man bassa, mette a rischio un altro importantissimo pezzo del sistema manifatturiero italiano. Che lo faccia un'azienda controllata dal ministero del tesoro è addirittura paradossale. Qui pesa l'assenza di una politica industriale del governo, e le chiacchiere sulla necessità di lasciare le soluzioni in mano al mercato, pensando di competere intervenendo sui diritti e sulla prestazione lavorativa ci stanno precipitando in un burrone. A questo punto serve un sussulto, una grande protesta sociale al fianco dei lavoratori dei cantieri, della Fiat e della ThyssenKrupp. Per affrontare la crisi non ci si può adattare, riducendo la capacità produttiva, al contrario vanno messe in moto tutte le energie professionali, tecniche, scientifiche per un grande progetto di riconversione della produzione navale, affiancando altri settori alle navi da crociera e militari. Penso a traghetti, all'off-shore. E persino a una catena di smontaggio delle vecchie navi piene di amianto e veleni che ora vengono inviate in India e in Bangladesh perché «conviene». La crisi va intesa come un'opportunità di cambiamento. Il governo deve confrontarsi con le Regioni e gli enti locali, con il mondo scientifico, sulla base di una proposta strategica. Questo chiedono i lavoratori in lotta in tutti i cantieri navali italiani. 
Qualche risposta arriva, persino dal Vaticano, dai commercianti, dalle popolazioni minacciate dai licenziamenti. Adesso persino il ministro Romani dice che non si possono chiudere stabilimenti e licenziare senza un piano condiviso. 
Se per piano condiviso intende trovare altri lavori o sostegni e lasciare morire il sistema industriale navale, non se ne parla. Bisogna salvare, qualificare e rilanciare questo settore. 

Forse un progetto per salvare il navale dovrebbe rimettere in discussione l'intero sistema di mobilità. 
È ovvio, basti pensare alla Fiat oltre che a Fincantieri, mentre si ragiona a compartimenti stagni invece che di mobilità compatibile delle persone e delle merci. Da Fiat in Italia non riusciamo a vedere neanche il piano industriale, nemmeno fosse un segreto militare, mentre Marchionne scala la Chrysler e ha in testa solo gli Usa. E negli Usa, a differenza dell'Italia, il governo ha un progetto e pone le condizioni e i vincoli alle imprese. Fuggono indisturbate le multinazionali italiane, per non parlare di quelle straniere come la ThyssenKrupp che pure a Terni - dopo la chiusura drammatica di Torino che ben conosciamo - ha una produzione importante e competitiva di acciai speciali. Ti pare che i lavoratori, nelle fabbriche e nei cantieri, devono essere lasciati soli a difendere, insieme al posto di lavoro, un futuro industriale del paese? 
Almeno alla ThyssenKrupp e nei cantieri navali resiste un'unità delle forze sindacali. 

Perché in Fiat no? 
Lo chiedi a me? Va specificato che per lo meno TK e Finmeccanica non pretendondo deroghe al contratto nazionale e l'unità tiene. Spero che gli altri sindacati riflettano su quel che sta avvenendo alla Fiat, anche perché il modello Marchionne fa strada, e in Fincantieri cominciano a dire che chi sopravviverà ai licenziamenti dovrà essere tosato con interventi insensati sulla prestazione lavorativa e i diritti. È un'idea balorda in una filiera che andrebbe ricostruita dopo gli smembramenti a colpi di appalti e subappali. Non è la singola prestazione che va rivista, ma l'intera filiera navale. 

di LORIS CAMPETTI - IL MANIFESTO del 27 MAGGIO 2011


Napolitano anti-scippo

NAPOLITANO ANTI-SCIPPO



Nulla di sostanziale è cambiato con l'approvazione definitiva del decreto omnibus, che contiene lo «scippo» del referendum sul nucleare. Già sapevamo che non c'erano le condizioni di necessità ed urgenza previste dalla Costituzione, come ribadito da un appello di giuristi ed intellettuali, pubblicato sul sito www.siacquapubblica.it e sottoscritto da quasi 8000 persone (si può ancora farlo). 


E già sapevamo che la sospensione del piano energetico altro non è che un tentativo furbesco di depotenziare la tornata referendaria del prossimo 12 e 13 giugno, che proverà ad assestare il colpo del ko ad un governo già traballante. Prevedibile era anche il voto di fiducia, date le condizioni sgangherate di una maggioranza parlamentare che non è in grado di affrontare alcuna discussione nel merito dei problemi. 
Del resto, era stato proprio un voto di fiducia, quello con cui era stato approvato alla Camera il decreto Ronchi lo stesso giorno in cui in Senato veniva presentata la proposta di legge della Commissione Rodotà, a costringerci al referendum sull'acqua bene comune. Mentre sarebbe stata necessaria una discussione seria sulla strutturazione giuridica del nostro patrimonio pubblico e dei nostri beni comuni, ecco che il governo tentava il saccheggio definitivo di acqua e servizi pubblici. 
Neppure imprevedibili erano le scorrettezze del governo per scongiurare scongiurare dei referendum temuti perché rappresentano la prima risposta istituzionale di rango costituzionale, in un paese occidentale, espressamente contraria al modello di sviluppo neoliberista. Una tornata referendaria contro l'ideologia delle privatizzazioni e la concentrazione del potere tipica di un modello di sviluppo fondato su grandi opere inutili e dannose come le centrali nucleari non poteva che scatenare ogni sorta di interesse contrario. Se a questo si aggiunge, in salsa italica, una battaglia per la sottoposizione alla legge del Presidente del Consiglio, non può sfuggire il significato politico potenzialmente dirompente della partita che abbiamo aperto. 
In una prima fase Ronchi e Tremonti hanno cercato di far credere che fosse stata l'Europa ad averci dettato la privatizzazione dell'acqua e che quindi i referendum non fossero ammissibili. Questa tesi sfidava il buon senso, visto che in Francia si è ripubblicizzato e in Olanda da sempre si usa un modello pubblico partecipato. Sconfitta questa tesi alla Corte Costituzionale, il governo ha investito 350 milioni di euro per far fallire il quorum, rifiutando l'accorpamento con le amministrative. Non pago dello sperpero, dopo l'incidente atomico di Fukushima, che aveva trasformato il referendum sul nucleare nel vero traino dell'intera operazione quorum, ha posto in essere una campagna, anche mediatica, fatta di un mix fra silenzio e mistificazione della realtà. 
Tuttavia l'effetto boomerang del tentativo truffaldino di scippo referendario inserito nel decreto omnibus è stato evidente. Oltre all'appoggio ufficiale del Pd, abbiamo incassato quello, molto importante, del mondo cattolico e forse perfino della Lega. Un sostegno naturale, quest'ultimo, vista la brutale centralizzazione del potere operata dalla legge Ronchi, che toglie ai territori ogni possibilità di scelta su come gestire acqua e servizi pubblici. 
Adesso la palla è nel campo del Presidente della Repubblica, e soltanto se lui firmerà subito dovrà poi pronunciarsi l'Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione. A costo di essere accusati, come si usa fare oggi con chi pretende che il Presidente tuteli sempre la Costituzione, di «tirare per la giacca Napolitano», mi sento di chiedergli di non firmare e di cogliere quest'occasione per «chiedere alle Camere una nuova deliberazione» (art. 74 Cost.). Il supremo garante dovrebbe rinviare loro il decreto omnibus con un messaggio che chiarisca il senso della locuzione «in casi straordinari di necessità e di urgenza» (art. 77 Cost.) e soprattutto il significato costituzionale del voto di fiducia. Questa sarebbe una buona azione costituzionale, che salverebbe il referendum sul nucleare e darebbe una nuova lezione di diritto costituzionale ad una maggioranza restia ad apprenderlo. 
In caso contrario, dovrebbe essere la Cassazione a scongiurare il saccheggio della democrazia. Gli alti giudici potranno farlo semplicemente seguendo i precedenti orientamenti, secondo cui è allo spirito e non solo alla lettera della norma che devono guardare nel decidere se il referendum sia superato da un successivo provvedimento legislativo. In questo caso tanto lo spirito quanto la lettera del decreto omnibus dimostrano che esso non rende il referendum superfluo perché di mera moratoria si tratta. 

di UGO MATTEI - IL MANIFESTO del 26 MAGGIO 2011

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